Il popolo che doveva giungere a dare il suo nome al mondo antico e
doveva dare a tante parti di esso l’impronta della sua fisonomia,
compiva questa sua funzione nella storia con l’assimilarsi i caratteri
e le attitudini de’ popoli, che assoggettava o con cui veniva in
contatto, trovando così in una straordinaria potenza e varietà
di adattamenti il segreto e la fortuna del suo dominio e il mezzo
più potente della fusione di così diversi elementi in una grande
organizzazione politica e civile. A misura che la sfera d’azione
di Roma si estendeva e se ne ampliava il dominio, la vita romana si
modificava sotto l’azione di tutte le correnti e di tutte le forze
economiche e morali che vi s’insinuavano e, dominate, riescivano a
dominarla; e quanto più vasto era l’ambito, su cui l’attività romana
si esercitava, e più vari gli elementi, con i quali veniva in rapporto,
tanto più profondi e complessi n’erano gli effetti.
Roma, uscita vittoriosa da quelle sue più antiche guerre, combattute
sul suo stesso territorio o in quello adiacente, procedeva a guerre
sempre più lontane e più gravi; e la storia tradizionale tiene
a rilevare come, di volta in volta, ad ogni impresa fortunata si
arricchisse di terre e di prede, onde i vinti erano come multati.
L’assoggettamento della Sabina avea fatto gustare per la prima
volta la ricchezza a’ Romani. Ma, quando estesero il loro dominio
all’Italia centrale e agli estremi lembi dell’Italia meridionale,
oltre al vantaggio immediato delle prede e degli acquisti, si creò
una condizione di cose, che dovea dare un diverso e non preveduto
indirizzo alla loro politica ed alle loro forme di vita. Non solo era
così data l’occasione ad entrare nella politica de’ grandi stati del
Mediterraneo; non solo la civiltà più raffinata della Campania e delle
colonie greche suscitava esigenze e rapporti, di cui poteva valere come
indizio l’argento di recente adottato quale tipo monetario[525]; ma
il nuovo e più grande dominio costituiva, nel suo insieme, per le sue
stesse condizioni naturali, un ambiente in cui l’economia romana, il
vecchio modo di produzione, la base stessa della vita romana ed italica
si dovevano trasformare.
“Per l’agricoltura italica — dice il Nitzsch[526] — era della
più alta importanza che i Romani, ora, mercè le colonie e l’_ager
publicus_, fossero signori delle montagne e del piano. La schiacciante
preponderanza della pastorizia, come si trova in Ispagna e in Italia a
danno della coltura della terra e di una coltivazione intensiva, è solo
possibile, dove si può evitare l’allevamento nelle stalle. La necessità
di riparare, all’inverno, le greggi nelle stalle obbliga anche il più
grande proprietario fondiario a limitare il suo bestiame, giacchè
egli deve provvedere non solo al riparo e alla custodia, ma anche
all’alimento invernale. Questa necessità non vi è più, dove le greggi,
col principio d’inverno, possono trovare pastura in luogo dove il clima
e il pascolo permette ad esse di trascorrere, senza inconvenienti, i
mesi freddi a cielo aperto. A’ paesi settentrionali d’Europa mancano
questi pascoli e mancano a’ montanari d’Italia, se le pianure delle
marine non sono accessibili alle loro greggi. Così, se possiamo
sostenere che il bestiame de’ Sanniti e de’ Lucani era limitato, quando
le Puglie e le coste del Golfo di Taranto non erano loro soggette, o
non potevano servire di pascolo; del pari non possiamo non rilevare che
anche le greggi delle pianure non potevano essere eccessive, finchè non
erano loro dischiusi i pascoli montani per l’estate. L’aridità della
campagna romana e delle Puglie, la malaria del Golfo di Taranto portano
l’epidemia e la morte agli agricoltori e a’ pastori e specialmente al
bestiame. Che questo stato malsano delle marine italiane sia cresciuto
nel Medio Evo, ma che già vi era nell’antichità, è risaputo. Se anche
i boschi dell’Appennino non erano così barbaramente devastati e le
pianure delle coste non ancora così desolate ed appestate a cagione
de’ latifondi; tuttavia l’afa di un’estate italiana, il freddo di un
inverno di montagna erano insopportabili per le greggi e gli armenti
dell’antica Italia come per gli odierni.
“È difficile dire se le guerre delle città della Magna Grecia con i
barbari del paese montuoso adiacente portassero in qualche modo, da
una parte e dall’altra, all’ampliamento de’ pascoli e dell’industria
armentizia: notiamo soltanto che la produzione della lana sul Golfo
di Taranto doveva essere ancora insignificante, se i Sibariti si
provvedevano di oggetti di lana a Mileto (Timaei _Fragm_. ed Mueller,
p. 286). Nè nel Lazio, nè in Etruria, nè sul rimanente littorale
occidentale si vede, prima del dominio de’ Romani, lo sviluppo della
pastorizia che appresso incontriamo. Ma quando i Romani alla fine della
seconda e, meglio ancora, della terza guerra sannitica penetrarono con
le loro colonie nella zona interna dell’Appennino e anche ivi ridussero
ad _ager publicus_ larghi tratti di territorio, fu loro ben possibile
di aumentare il loro bestiame. Livio (X, 23 e 47) menziona già per la
prima volta alla metà del quinto secolo condanne di _pecuarii_. Sembra
inverosimile che la legge licinia abbia limitato col possesso della
terra coltivabile anche il diritto di pascolo, perchè la pastorizia,
come già si è mostrato innanzi, era limitata in que’ tempi dalle
condizioni dell’_ager publicus_, dalla mancanza di grandi pascoli
estivi in montagna. Non appena i Romani se ne ebbero procacciati mercè
le loro conquiste nell’Appennino interno, allora, per la prima volta,
sopravvenne il pericolo di una preponderanza della pastorizia. Al tempo
stesso fu possibile a’ Romani di prendere parte diretta al commercio
del Mediterraneo. Mancavano loro finora i grandi prodotti di una ricca
regione interna, con cui Cartagine faceva il suo esteso traffico, e
mancava anche l’attività industriale delle città greche, lo smercio
de’ cui prodotti avveniva specialmente per mezzo di Corinto. La grande
maggioranza de’ proprietari terrieri romani poteva riserbare per
mercanti stranieri solo piccola parte della loro produzione agricola,
e, finchè vi fu questo felice limite del possesso fondiario, non vi
era da pensare per Roma ad un proprio ceto commerciale e ad un naviglio
mercantile„.
Ma questo così vasto demanio, se in parte rimase direttamente in potere
dello Stato e in parte servì a fondare colonie e a farne assegnazioni
a’ meno abbienti, per una parte assai maggiore andò a finire nelle mani
della nobiltà, che, avendo già l’egemonia politica, la faceva valere e
la rassodava, sorreggendo ed afforzando la sua posizione economica.
Del resto per molte ragioni, su alcune delle quali accadrà di fermarsi
appresso, i meno abbienti avrebbero, sotto certi aspetti, poco potuto
avvalersi di queste terre pubbliche.
Molte di esse erano forse più appropriate al pascolo che non alla
coltura; molte altre erano in luoghi distanti da centri abitati, forse
impervii, dove solo una completa azienda rustica poteva menare innanzi
la coltura, non già un contadino isolato. Si trattava pure, per lo più,
di terre incolte, che occorreva dissodare con impiego non indifferente
di spese e di lavoro; mentre, d’altro canto, bisognava cominciare a
pagare la decima allo Stato concedente.
Nella valle del Po e, in luoghi, dove abbondanza d’acqua, agevolezza
di vita, esigenze militari, opportunità politica e l’opposizione non
ancora ridesta e organizzata delle classi dominanti l’aveano voluto
e permesso, s’erano fondate colonie o fatte assegnazioni; ma altrove
era il possesso de’ ricchi che si stendeva sul demanio pubblico col
progresso, se non così lento, certamente continuo e sicuro come quello
dell’edera che si attortiglia alla pianta vigorosa per avvincerla tutta
tra le sue spire.
Si occupava non solo la terra, che si poteva coltivare di presente,
ma quella ancora che si aveva speranza di coltivare[527], e si andava
diritti alla formazione del latifondo e alle forme sotto le quali esso
è messo a profitto.
Altro ancora si aggiunse a favorire e precipitare questa tendenza.
La guerra, malgrado il suo carattere talvolta necessario e la speranza
spesso ingannatrice di attesi vantaggi immediati, era stata, come
appare dalla tradizione raccolta da Livio, la preoccupazione e il
tormento della classe agricola, del ceto di agricoltori obbligati a
coltivare direttamente la terra e messi nella triste alternativa di
vedere il proprio campo desolato da’ nemici o dall’abbandono, in cui lo
lasciava il coltivatore guerreggiante in paese nemico.
Il soldo militare, introdotto dopo la presa di Veio[528], avea
attenuata una delle gravezze, a cui il soldato andava incontro, e la
guerra portata sempre più lontana da’ propri confini esimeva il campo
dalla devastazione de’ nemici, ma non lo rendeva meno deserto con la
più protratta lontananza del suo coltivatore.
La guerra annibalica, agitata in Italia, riprodusse, a un tempo, tutti
questi mali: il tributo, la lunga milizia, il saccheggio; e, se tutti
n’ebbero danno, più danneggiati furono i piccoli possidenti, che più
facilmente andavano in ruina al menomo squilibrio, e che aveano le loro
terre ne’ piani, teatro della guerra, mentre gli armenti si ritraevano
su’ monti, protetti dalla prudenza, secondo qualcuno anche troppo
calcolatrice di Fabio.
La concorrenza de’ cereali della Sicilia, dove l’agricoltura era
rifiorita, risorgendo dalla distruttrice opera di Agatocle[529], e
poi la concorrenza più vasta dell’Africa, resa sempre più possibile
ed estesa dalle strade, che, più e più, si diramavano per l’Italia,
solcandola, minavano con azione più lenta ma anche più sicura il
piccolo proprietario e il fittaiuolo italico coltivatore di cereali.
L’egemonia continuamente progrediente di Roma faceva di Roma e delle
sue classi dominanti come il vampiro del mondo, la piovra di tutta
l’attività produttrice del mondo soggiogato; e, sotto forma di preda,
di tributi, di decime, di appalti, di ruberie e perfino di eredità,
i tesori del vasto dominio si venivano accumulando nelle mani di una
categoria sempre più ristretta di persone, occupate, per dirla con
l’emistichio solonico[530], _a spannare il pingue latte_, di cui il
fiore più veniva alla superficie, quanto più n’era continuo e turbinoso
il rimescolio.
Questa gara sfrenata dell’opulenza, eccitata e resa necessaria dallo
stesso crescere e concentrarsi della ricchezza, assorbiva la piccola
proprietà, insidiandola col litigio cavilloso, occupandola con la
violenza, tentandola con le lusinghe di una vita più molle, liberandola
da ogni vincolo, che la potesse rendere più o meno inalienabile e
creandole intorno quell’ambiente di leggi, di cui può valere come un
sintomo eloquente la legge agraria del 643 a. u. c.; ciò sino al punto
che potè sembrare tutta la ricchezza di Roma si accogliesse in non più
che due mila persone[531].
Questo stato di cose — la proprietà fondiaria e la ricchezza mobile,
riunite in una cerchia sempre più ristretta — voleva dire il monopolio
del mezzo di produzione, la terra, e, data la facoltà sempre maggiore
di acquistare schiavi, la possibilità di dare a quel mezzo di
produzione un movimento quasi automatico.
Così sulle rovine del piccolo possesso e della piccola proprietà si
elevava il latifondo, e al posto dell’agricoltore subentrava il pastore
e al posto del libero lo schiavo.