III.

Il popolo che doveva giungere a dare il suo nome al mondo antico e

doveva dare a tante parti di esso l’impronta della sua fisonomia,

compiva questa sua funzione nella storia con l’assimilarsi i caratteri

e le attitudini de’ popoli, che assoggettava o con cui veniva in

contatto, trovando così in una straordinaria potenza e varietà

di adattamenti il segreto e la fortuna del suo dominio e il mezzo

più potente della fusione di così diversi elementi in una grande

organizzazione politica e civile. A misura che la sfera d’azione

di Roma si estendeva e se ne ampliava il dominio, la vita romana si

modificava sotto l’azione di tutte le correnti e di tutte le forze

economiche e morali che vi s’insinuavano e, dominate, riescivano a

dominarla; e quanto più vasto era l’ambito, su cui l’attività romana

si esercitava, e più vari gli elementi, con i quali veniva in rapporto,

tanto più profondi e complessi n’erano gli effetti.

Roma, uscita vittoriosa da quelle sue più antiche guerre, combattute

sul suo stesso territorio o in quello adiacente, procedeva a guerre

sempre più lontane e più gravi; e la storia tradizionale tiene

a rilevare come, di volta in volta, ad ogni impresa fortunata si

arricchisse di terre e di prede, onde i vinti erano come multati.

L’assoggettamento della Sabina avea fatto gustare per la prima

volta la ricchezza a’ Romani. Ma, quando estesero il loro dominio

all’Italia centrale e agli estremi lembi dell’Italia meridionale,

oltre al vantaggio immediato delle prede e degli acquisti, si creò

una condizione di cose, che dovea dare un diverso e non preveduto

indirizzo alla loro politica ed alle loro forme di vita. Non solo era

così data l’occasione ad entrare nella politica de’ grandi stati del

Mediterraneo; non solo la civiltà più raffinata della Campania e delle

colonie greche suscitava esigenze e rapporti, di cui poteva valere come

indizio l’argento di recente adottato quale tipo monetario[525]; ma

il nuovo e più grande dominio costituiva, nel suo insieme, per le sue

stesse condizioni naturali, un ambiente in cui l’economia romana, il

vecchio modo di produzione, la base stessa della vita romana ed italica

si dovevano trasformare.

“Per l’agricoltura italica — dice il Nitzsch[526] — era della

più alta importanza che i Romani, ora, mercè le colonie e l’_ager

publicus_, fossero signori delle montagne e del piano. La schiacciante

preponderanza della pastorizia, come si trova in Ispagna e in Italia a

danno della coltura della terra e di una coltivazione intensiva, è solo

possibile, dove si può evitare l’allevamento nelle stalle. La necessità

di riparare, all’inverno, le greggi nelle stalle obbliga anche il più

grande proprietario fondiario a limitare il suo bestiame, giacchè

egli deve provvedere non solo al riparo e alla custodia, ma anche

all’alimento invernale. Questa necessità non vi è più, dove le greggi,

col principio d’inverno, possono trovare pastura in luogo dove il clima

e il pascolo permette ad esse di trascorrere, senza inconvenienti, i

mesi freddi a cielo aperto. A’ paesi settentrionali d’Europa mancano

questi pascoli e mancano a’ montanari d’Italia, se le pianure delle

marine non sono accessibili alle loro greggi. Così, se possiamo

sostenere che il bestiame de’ Sanniti e de’ Lucani era limitato, quando

le Puglie e le coste del Golfo di Taranto non erano loro soggette, o

non potevano servire di pascolo; del pari non possiamo non rilevare che

anche le greggi delle pianure non potevano essere eccessive, finchè non

erano loro dischiusi i pascoli montani per l’estate. L’aridità della

campagna romana e delle Puglie, la malaria del Golfo di Taranto portano

l’epidemia e la morte agli agricoltori e a’ pastori e specialmente al

bestiame. Che questo stato malsano delle marine italiane sia cresciuto

nel Medio Evo, ma che già vi era nell’antichità, è risaputo. Se anche

i boschi dell’Appennino non erano così barbaramente devastati e le

pianure delle coste non ancora così desolate ed appestate a cagione

de’ latifondi; tuttavia l’afa di un’estate italiana, il freddo di un

inverno di montagna erano insopportabili per le greggi e gli armenti

dell’antica Italia come per gli odierni.

“È difficile dire se le guerre delle città della Magna Grecia con i

barbari del paese montuoso adiacente portassero in qualche modo, da

una parte e dall’altra, all’ampliamento de’ pascoli e dell’industria

armentizia: notiamo soltanto che la produzione della lana sul Golfo

di Taranto doveva essere ancora insignificante, se i Sibariti si

provvedevano di oggetti di lana a Mileto (Timaei _Fragm_. ed Mueller,

p. 286). Nè nel Lazio, nè in Etruria, nè sul rimanente littorale

occidentale si vede, prima del dominio de’ Romani, lo sviluppo della

pastorizia che appresso incontriamo. Ma quando i Romani alla fine della

seconda e, meglio ancora, della terza guerra sannitica penetrarono con

le loro colonie nella zona interna dell’Appennino e anche ivi ridussero

ad _ager publicus_ larghi tratti di territorio, fu loro ben possibile

di aumentare il loro bestiame. Livio (X, 23 e 47) menziona già per la

prima volta alla metà del quinto secolo condanne di _pecuarii_. Sembra

inverosimile che la legge licinia abbia limitato col possesso della

terra coltivabile anche il diritto di pascolo, perchè la pastorizia,

come già si è mostrato innanzi, era limitata in que’ tempi dalle

condizioni dell’_ager publicus_, dalla mancanza di grandi pascoli

estivi in montagna. Non appena i Romani se ne ebbero procacciati mercè

le loro conquiste nell’Appennino interno, allora, per la prima volta,

sopravvenne il pericolo di una preponderanza della pastorizia. Al tempo

stesso fu possibile a’ Romani di prendere parte diretta al commercio

del Mediterraneo. Mancavano loro finora i grandi prodotti di una ricca

regione interna, con cui Cartagine faceva il suo esteso traffico, e

mancava anche l’attività industriale delle città greche, lo smercio

de’ cui prodotti avveniva specialmente per mezzo di Corinto. La grande

maggioranza de’ proprietari terrieri romani poteva riserbare per

mercanti stranieri solo piccola parte della loro produzione agricola,

e, finchè vi fu questo felice limite del possesso fondiario, non vi

era da pensare per Roma ad un proprio ceto commerciale e ad un naviglio

mercantile„.

Ma questo così vasto demanio, se in parte rimase direttamente in potere

dello Stato e in parte servì a fondare colonie e a farne assegnazioni

a’ meno abbienti, per una parte assai maggiore andò a finire nelle mani

della nobiltà, che, avendo già l’egemonia politica, la faceva valere e

la rassodava, sorreggendo ed afforzando la sua posizione economica.

Del resto per molte ragioni, su alcune delle quali accadrà di fermarsi

appresso, i meno abbienti avrebbero, sotto certi aspetti, poco potuto

avvalersi di queste terre pubbliche.

Molte di esse erano forse più appropriate al pascolo che non alla

coltura; molte altre erano in luoghi distanti da centri abitati, forse

impervii, dove solo una completa azienda rustica poteva menare innanzi

la coltura, non già un contadino isolato. Si trattava pure, per lo più,

di terre incolte, che occorreva dissodare con impiego non indifferente

di spese e di lavoro; mentre, d’altro canto, bisognava cominciare a

pagare la decima allo Stato concedente.

Nella valle del Po e, in luoghi, dove abbondanza d’acqua, agevolezza

di vita, esigenze militari, opportunità politica e l’opposizione non

ancora ridesta e organizzata delle classi dominanti l’aveano voluto

e permesso, s’erano fondate colonie o fatte assegnazioni; ma altrove

era il possesso de’ ricchi che si stendeva sul demanio pubblico col

progresso, se non così lento, certamente continuo e sicuro come quello

dell’edera che si attortiglia alla pianta vigorosa per avvincerla tutta

tra le sue spire.

Si occupava non solo la terra, che si poteva coltivare di presente,

ma quella ancora che si aveva speranza di coltivare[527], e si andava

diritti alla formazione del latifondo e alle forme sotto le quali esso

è messo a profitto.

Altro ancora si aggiunse a favorire e precipitare questa tendenza.

La guerra, malgrado il suo carattere talvolta necessario e la speranza

spesso ingannatrice di attesi vantaggi immediati, era stata, come

appare dalla tradizione raccolta da Livio, la preoccupazione e il

tormento della classe agricola, del ceto di agricoltori obbligati a

coltivare direttamente la terra e messi nella triste alternativa di

vedere il proprio campo desolato da’ nemici o dall’abbandono, in cui lo

lasciava il coltivatore guerreggiante in paese nemico.

Il soldo militare, introdotto dopo la presa di Veio[528], avea

attenuata una delle gravezze, a cui il soldato andava incontro, e la

guerra portata sempre più lontana da’ propri confini esimeva il campo

dalla devastazione de’ nemici, ma non lo rendeva meno deserto con la

più protratta lontananza del suo coltivatore.

La guerra annibalica, agitata in Italia, riprodusse, a un tempo, tutti

questi mali: il tributo, la lunga milizia, il saccheggio; e, se tutti

n’ebbero danno, più danneggiati furono i piccoli possidenti, che più

facilmente andavano in ruina al menomo squilibrio, e che aveano le loro

terre ne’ piani, teatro della guerra, mentre gli armenti si ritraevano

su’ monti, protetti dalla prudenza, secondo qualcuno anche troppo

calcolatrice di Fabio.

La concorrenza de’ cereali della Sicilia, dove l’agricoltura era

rifiorita, risorgendo dalla distruttrice opera di Agatocle[529], e

poi la concorrenza più vasta dell’Africa, resa sempre più possibile

ed estesa dalle strade, che, più e più, si diramavano per l’Italia,

solcandola, minavano con azione più lenta ma anche più sicura il

piccolo proprietario e il fittaiuolo italico coltivatore di cereali.

L’egemonia continuamente progrediente di Roma faceva di Roma e delle

sue classi dominanti come il vampiro del mondo, la piovra di tutta

l’attività produttrice del mondo soggiogato; e, sotto forma di preda,

di tributi, di decime, di appalti, di ruberie e perfino di eredità,

i tesori del vasto dominio si venivano accumulando nelle mani di una

categoria sempre più ristretta di persone, occupate, per dirla con

l’emistichio solonico[530], _a spannare il pingue latte_, di cui il

fiore più veniva alla superficie, quanto più n’era continuo e turbinoso

il rimescolio.

Questa gara sfrenata dell’opulenza, eccitata e resa necessaria dallo

stesso crescere e concentrarsi della ricchezza, assorbiva la piccola

proprietà, insidiandola col litigio cavilloso, occupandola con la

violenza, tentandola con le lusinghe di una vita più molle, liberandola

da ogni vincolo, che la potesse rendere più o meno inalienabile e

creandole intorno quell’ambiente di leggi, di cui può valere come un

sintomo eloquente la legge agraria del 643 a. u. c.; ciò sino al punto

che potè sembrare tutta la ricchezza di Roma si accogliesse in non più

che due mila persone[531].

Questo stato di cose — la proprietà fondiaria e la ricchezza mobile,

riunite in una cerchia sempre più ristretta — voleva dire il monopolio

del mezzo di produzione, la terra, e, data la facoltà sempre maggiore

di acquistare schiavi, la possibilità di dare a quel mezzo di

produzione un movimento quasi automatico.

Così sulle rovine del piccolo possesso e della piccola proprietà si

elevava il latifondo, e al posto dell’agricoltore subentrava il pastore

e al posto del libero lo schiavo.

Il tramonto della schiavitù nel mondo antico · 第 55 / 73 题