Notevole del pari è la notizia degli schiavi del Laurio ridotti, nella
seconda metà del secondo secolo, a mille[459].
Notevoli, ancor più, sono le numerosissime epigrafi di manumissioni
della Grecia settentrionale negli ultimi due secoli: un fenomeno
davvero degno di ogni attenzione.
Dal secondo secolo in poi, queste manumissioni, sotto forma,
talvolta, di dedicazioni e, assai più spesso, di vendita alla divinità
cominciano a spesseggiare nella Beozia[460], nella Locride[461], nella
Focide[462]; e nelle iscrizioni delfiche, finalmente, raggiungono un
numero davvero esorbitante[463].
Ora qui non si può trattare nè di un fatto accidentale, nè di una cosa
trascurabile.
L’aumento delle manumissioni suol essere uno degl’indizi esteriori più
visibili di una crisi della schiavitù; e a tale stregua vogliono essere
considerate quelle manumissioni.
Se possono essere considerate come atti religiosi e spiegate con
moventi analoghi altre epigrafi della Grecia settentrionale, che,
nella loro forma primitiva e rudimentale, appariscono come semplici
dedicazioni, come offerte alla divinità[464]; ciò non è più possibile
nelle iscrizioni di Delfo. In esse la divinità entra per una ragione
d’ordine esclusivamente giuridico, cioè per compiere una vendita, che
spogli il padrone dagli antichi suoi diritti senza investirne un’altra
persona reale capace di esercitarli e disposta a farne uso, quando ne
fosse investita.
Il motivo della manumissione è schiettamente e incontrastabilmente
utilitario. La libertà assoluta è d’ordinario pagata a buon prezzo,
ad un prezzo maggiore di quello che potesse allora avere uno schiavo.
Ma, molte altre volte, il più delle volte, il manomesso si obbliga
a rimanere ancora presso il padrone per tre, per cinque, per sei
anni[465], ed anche fin che il padrone viva, prestando tutta l’opera
sua[466]; si obbliga pure a farlo suo erede, nel caso che muoia
senza prole, od anche incondizionatamente[467]; a fargli l’esequie
e rendergli altri uffici funerarî[468], ad alimentarlo, a educargli
i fanciulli[469], ad alimentare i suoi proprî genitori od altre
persone, secondo l’interesse del manumittente[470], e così via ad
un’altra serie di obblighi di vario genere; obblighi alla loro volta
commutabili in denaro, talora per convenzione espressa, che include
anche la probabilità di anticipare la libertà definitiva, mediante una
sostituzione di persona.
Vi è in tutto questo la rivelazione sicura di uno stato di cose, che
tendeva a surrogare la prestazione e poi la locazione di opere alla
schiavitù; che dall’impiego diretto e rudimentale dello schiavo,
stretto da un legame visibile al padrone e lavorante a tutto suo
profitto e a tutto suo rischio, si sforzava di arrivare, anche
senza piena consapevolezza d’intenti, all’impiego del proletario.
Ciò importava sostituire prima al rapporto di proprietà un rapporto
obbligatorio personale e poi il definitivo avvento del nuovo ordine
economico-giuridico, che emergeva ogni giorno più dalla crisi
dell’economia servile. Il prezzo del riscatto, che rappresentava
tutti i risparmî passati dello schiavo e impegnava spesso molto
del suo lavoro avvenire, concorreva così, anch’esso, a costituire e
mettere di fronte i due elementi della nuova economia, il capitale e
il proletario; e, come suole avvenire, per una crudele ironia della
storia (ben lo avrebbe veduto e detto da un altro punto di vista
Epitetto[471]), gli schiavi nell’atto stesso, in cui credevano di
spezzare la loro catena, si trovavano di averne formata una meno
visibile, ma più stretta e più duratura.
Questo sviluppo così notevole di manumissioni è la conseguenza ultima e
non molto remota della reazione del lavoro libero sul lavoro servile; e
non è un caso che si presenti, sotto forma così perspicua, precisamente
in quel tratto di paese, in cui la schiavitù, introdotta, secondo la
tradizione, o almeno allargata, da Mnasone, nel IV secolo, vi avrebbe
destato tante preoccupazioni e tanti malumori.
Queste manumissioni, poi, oltre al corrispondere ad una necessità
economica, costituivano una vera speculazione per gli stessi padroni;
e in ciò trovavano un altro e più vivo incoraggiamento. Organi di
questa speculazione divenivano i templi e gli erani, che funzionavano
come casse di risparmio e casse di anticipazioni per gli schiavi, ed
eccitavano, così, e agevolavano sia l’accumulazione de’ riscatti che le
liberazioni condizionali, con pagamenti successivi e rateali[472].
E a tutta questa condizione di cose si deve probabilmente se i prezzi
di riscatto si aggirano sulla media delle tre mine e salgono talvolta
assai più alto. Sarebbe un errore, se non mi sbaglio, voler desumere il
valore venale e corrente degli schiavi da documenti come questi, che
non rappresentano un semplice affare di parti liberamente contraenti,
ma costituiscono una convenzione di genere speciale, compiuta sotto
l’azione di determinate e molteplici cause, come il desiderio di
riacquistare la libertà, la speranza di accumulare col proprio lavoro
il qualsiasi prezzo di riscatto, il pagamento rateale e così via. Senza
di questo, per la stessa decadenza dell’economia servile, di cui questi
documenti sono una prova, il prezzo avrebbe dovuto scendere assai in
basso.