Pure, per quanto decadesse in Grecia l’economia a schiavi, la Grecia
non costituiva nè uno Stato isolato, nè tutto il mondo antico.
La Grecia, non che realizzare, non avea neppur potuto tentare un
dominio universale, in cui si unissero popoli diversi, e si formassero
ne’ diversi paesi, per lunga elaborazione, condizioni analoghe di vita,
onde poi germogliasse, uniformemente o quasi, un nuovo assetto sociale.
Grande parte del mondo antico si trovava in condizioni affatto diverse
da quelle della Grecia, sotto il rapporto dello sviluppo delle forze
produttive, delle condizioni di produzione, della distribuzione della
ricchezza, dell’assetto politico e delle relazioni internazionali.
La forma di produzione non si muta in maniera radicale esclusivamente
da uno Stato, che non sia isolato: la s’impone o la si subisce, più
che con la forza delle armi, con la persistenza degli effetti di ordine
economico.
La Grecia non era stata, e tanto meno era al caso ora, di costituire
un vasto dominio, di cui la vita economica si rifoggiasse sulla sua.
Fu questa l’opera di Alessandro, ma ebbe per campo l’Oriente; così
che poteva sempre risorgere e risorgeva in Occidente quel processo
evolutivo, che in Grecia volgeva alla fine.
Fuori della Grecia dunque ci conviene cercare le ulteriori fasi della
schiavitù; e, fuori della Grecia, in epoca più tarda e in campo più
vasto, ci verrà fatto di vederne, almeno per quanto riguarda il mondo
antico, il generale e definitivo tramonto.
Il mondo ellenico propriamente detto, e Atene più specialmente,
ci dà come un’anticipazione, limitata nello spazio e nel tempo, e
prematuramente troncata, del processo, per cui verrà a decadere e
perire l’economia servile.
Interrotto con la fine dell’egemonia e poi anche dell’autonomia greca,
quel processo riprende, come può, il suo corso, nel mondo e nell’epoca
ellenistica, ove la civiltà ha spostato il suo centro di gravità.
Il periodo ellenistico ha il carattere ed il nome da questo diffondersi
della civiltà ellenica nelle regioni adiacenti al bacino del
Mediterraneo e dal suo innestarsi sulle civiltà più antiche. E questa
diffusione e questo innesto erano resi appunto possibili, anzi prodotti
da uno sviluppo di condizioni della vita materiale, analoghe a quelle
de’ più progrediti centri dell’Ellade.
Sotto l’azione di tali cause, come effetti di una sfera assai più
allargata di commercî, di forze attive, di rapporti morali e materiali,
sorgevano o crescevano, nell’Asia minore, nell’Egitto, nel bacino
occidentale del Mediterraneo, centri cittadini più popolosi di
quelli della Grecia propria, con una vita industriale più operosa e
molteplice, con una potenzialità produttiva e una circolazione rapida e
intensa, quale non era stato lecito vedere sino a questo punto, e quale
si può solo supporre guardando agli straordinari e crescenti bisogni,
che ogni giorno più chiedevano una più larga soddisfazione.
Per gli auspicî sotto cui era sorta, per la sua posizione privilegiata,
per la facoltà di assimilarsi e fondere insieme le civiltà più varie e
raccogliere gli elementi etnici più diversi e discordi; Alessandria,
nuovo centro dell’Egitto, è come il fuoco di questa ellissi, ch’è il
mondo ellenistico; ne è il riflesso, l’esempio, il tipo.
Se, com’è stato detto[473], “in questo tempo il genere umano tendeva a
crearsi un nuovo modo di esistenza e, si potrebbe dire, un nuovo modo
di aggruppamento molecolare; tendeva a dare a un temperamento nuovo
un’espressione durevole, una forma sicura, ed a farla penetrare più
addentro in tutti gli ambienti„; Alessandria era uno de’ crogiuoli più
adatti e più maravigliosi di siffatta metamorfosi.
Città cronologicamente antica, e pure essenzialmente moderna di indole,
di forme, di tendenze, non a torto è stata chiamata la regina del
lusso e della moda, la Parigi dell’antichità; ed era più e meno che
una metropoli moderna, città internazionale, paradiso ed inferno di
godimenti, di scialacqui, di tentazioni, e insieme laboratorio del
mondo antico, suo arsenale, suo alimento.
Messa nel centro di un paese, dove era lecito produrre più che in
qualsiasi altra regione e con minore fatica, diveniva naturalmente
il centro favorito dell’industria. La produzione de’ manufatti
più indispensabili e d’uso più immediato e di quelli di lusso, vi
attecchiva del pari mettendovi radice; e si sviluppava nelle forme più
ampie, consentite dalla richiesta e dall’ambiente. I filati, i tessuti
di tutte le fogge e del gusto più bizzarro e raffinato; la lavorazione
del legno d’ogni genere, da quello adoperato per le navi e per i carri
a quello prezioso usato per i mobili e per i ninnoli; l’estrazione de’
metalli e la loro lavorazione più varia ed artificiosa, che li piegava
a tutti gli usi della guerra e della pace, della vita domestica e del
lusso; l’industria del vetro, del cuoio, della terracotta, della carta;
tutte le industrie insomma e le arti, che nel passato erano lentamente
emerse in centri separati, si trovavano qui raccolte e sviluppate[474].
Quelle che già vi aveano una lunga tradizione si erano raffermate e vi
rifiorivano; le nuove vi erano state trapiantate e vi prosperavano.
Messa poi, com’era, a cavaliere delle principali vie commerciali, che
i suoi sovrani tendevano sempre più a monopolizzare; fatta come per
essere il punto d’incontro e il mercato più agevole delle tre parti del
mondo antico; essa era l’esempio, il richiamo e lo strumento di tutti
i commercî, che alimentavano, insieme, e suscitavano sempre più, con
la loro continua pressione, le sue industrie. Dati questi elementi di
fatto, non potevano a meno di prodursi, anche qui, quel contrasto, più
o meno palese, del lavoro libero e del lavoro servile, e la graduale
eliminazione di questo, e tutti quei fenomeni di un’economia più
progredita, in cui la schiavitù si viene spezzando come uno strumento
poco adatto e impacciante; mentre cominciano, d’altra parte, a
sbozzarsi e a germogliare i rudimenti dell’economia capitalistica.
Il numero degli schiavi di Alessandria, che da qualcuno si farebbe
salire a dugentomila, è desunto da analogie e congetture, mancanti le
une e le altre di una base sicura. In una città, che pareva realizzare
un gran sogno di lusso e di piacere, dove la vita turbinava senza posa
in una febbre di godimenti, certo non doveano far difetto gli schiavi,
ministri di voluttà, addetti a tutti i servizi, che le abitudini sempre
più raffinate esigevano e moltiplicavano ogni giorno; ed è sopratutto
di questi schiavi che ricorre più facilmente la menzione. Non doveano
neppure mancare schiavi in quelle fabbriche, in cui, come in Atene, la
divisione e la semplificazione del lavoro potea consigliarne l’impiego.
Ma, più che di schiavi, troviamo menzione del lavoro libero e delle
condizioni che lo fanno supporre.
Nell’agricoltura, le condizioni particolari dell’Egitto, per la
possibilità di usufruire alcuni agenti naturali come l’inondazione
del Nilo, rendevano i lavori della coltivazione brevi di durata e
agevoli ad eseguirsi con uno scarso impiego di opera umana, e, in
qualche caso, senza l’impiego di essa[475]. Dato un tale stato di
cose, l’impiego fisso di schiavi addetti all’agricoltura, per quanto
potesse costar poco il loro mantenimento, doveva andar soggetto ad una
sicura eliminazione. Del resto, in forma più positiva, è noto come
alla coltivazione delle terre reali si sopperisse con la _corvée_,
con una requisizione temporanea di liberi, e come la cultura diretta,
gli affitti, le locazioni d’opera vi avessero largo sviluppo[476].
Varrone attesta che l’Egitto, come l’Asia, si serviva per l’agricoltura
sopratutto di liberi mercenari[477].
Nel campo industriale la crescente specificazione delle arti e de’
mestieri, rappresentati in tutte le loro varietà e con la maggiore
raffinatezza, esigevano, in vari casi, nonostante la divisione del
lavoro, un’educazione tecnica speciale e alcune particolari attitudini,
che non era facile trovare negli schiavi, almeno di primo acquisto.
Le arti e i mestieri poi costituivano già dal passato, un patrimonio
peculiare di alcune caste o classi della popolazione egiziana
libera[478]. In Alessandria vi davano ancora un largo contributo i
Giudei residenti in gran numero[479]. Finalmente, tutta quella massa
avventizia, che traeva alla città dalla campagna, o vi conveniva da
ogni altro punto, dovea chiedere al suo lavoro i mezzi di sussistenza;
e tanto più era spinta a far ciò, quanto più le comodità della vita
più abbondanti, le raffinatezze, rese più comuni, stimolavano meglio i
suoi desiderî. Se possiamo applicare ad un tempo anteriore quello che
dell’Alessandria de’ suoi tempi diceva Adriano, nessuno vivea ozioso,
tutti erano occupati[480].
È poi in quest’epoca ellenistica, a Siracusa, ad Alessandria
specialmente, che, per opera di Archimede, di Herone, di Ctesibio,
la scienza, mentre segue il suo svolgimento teorico, tenta, d’altra
parte, tante sue geniali applicazioni pratiche, e la meccanica, pura
ed applicata, riceve impulso e sviluppo. La leva, l’impiego della
forza motrice dell’acqua e perfino di quella del vapore; tutte cose
destinate in tempo più o meno lontano a trovare applicazioni più o
meno efficaci, più o meno estese, sono ritrovamenti e deduzioni di
quest’epoca e delle verità in essa accertate. Questo magnifico sviluppo
della tecnica costituiva l’elemento dinamico e il sostrato di tutta
un’evoluzione del modo e poi della forma di produzione; evoluzione
interrotta ancora e strozzata in un ambiente non maturo, ma che, pure a
grande distanza di tempo, avrebbe ripigliato e proseguito il suo corso.
Giova notare intanto che la tecnica trova l’impulso a nuovi progressi e
a nuove applicazioni nel crescente valore del lavoro e nella necessità
di sopperire a una maggiore richiesta; onde, anche come indizio delle
condizioni della produzione del mondo ellenistico e della nuova fase
del lavoro, sono caratteristici e degni di considerazione questi
progressi tecnici[481].
In queste città del periodo ellenistico si sente talvolta qualche cosa,
che è come un’anticipazione fuggevole delle nostre città industriali,
della nostra vita moderna. Quella massa popolare, specie alessandrina,
inquieta, volubile, mobile, ha un carattere speciale, pur fra tutte
le sedizioni delle città antiche; ha qualche cosa che richiama le
convulsioni di Parigi.
L’elemento operaio, crescendo di numero e di forza, si veniva
costituendo, come oggi par probabile, se non sicuro[482], in
corporazioni, indipendenti di forma e di origine dalle corporazioni
romane; e in quelle corporazioni stesse si atteggiava talora a
partito[483]. Perfino gli scioperi e le coalizioni, queste armi tanto
moderne e tanto caratteristiche della nostra èra industriale, facevano
capolino, comunque in maniera attenuata e fuggevole, a Magnesia sul
Meandro ed a Paros[484].
Ma, mentre l’Oriente ellenistico, proseguendo e ampliando l’opera
della civiltà greca, minava, senza pur avvedersene, l’istituzione
della schiavitù, era destinato, col tributo stesso de’ suoi figli,
a sorreggerla e alimentarla in Occidente, dove condizioni diverse
spingevano la schiavitù per la curva ascendente della parabola,
portandola a un grado di sviluppo che, per forza intrinseca, dovea
affrettarne la fine. Perchè intanto maturasse la fine, occorreva che
l’Occidente conquistasse l’Oriente, e l’Oriente lo conquidesse alla sua
volta, insinuando, attraverso tutto il dominio, il suo spirito vitale
e i suoi veleni, i suoi modi di produzione e di vita, la sua cultura,
le sue ricchezze accumulate, le sue scoperte; che si compisse insomma
tutta un’opera di fusione e di assimilazione.
L’Impero romano è il gigantesco organismo politico, entro cui si compie
quest’opera di fusione e di assimilazione di tutte le civiltà del mondo
antico.
In esso si maturano e si svolgono una nuova coscienza universale
etica, giuridica e religiosa e una nuova forma di produzione, che ne
costituisce l’antecedente e il sostrato; e in esso la schiavitù, rosa
dalla base, più vasta ma omai unica, vacilla e vede segnati i suoi
giorni.
Il resto del nostro lavoro consiste omai nel percorrere ancora, in
un campo più vasto, la via che già abbiamo battuta, rintracciando in
un altro ambiente e sotto aspetti diversi le stesse cause dissolventi
della schiavitù, seguendo cioè nel mondo romano un processo economico
analogo a quello sin qui osservato. Potremo così riannodare alle
più antiche fasi della schiavitù in Occidente la sua fase finale, e
seguire in una più larga sfera, fin dove sia possibile, attraverso gli
spiragli, per cui è consentito guardare nell’intimo congegno della vita
materiale e morale del tempo, il suo lento tramonto.