XXVII.

Un altro elemento sfavorevole alla schiavitù erano le condizioni

del mercato de’ cereali. Si parla spesso di un prezzo medio de’ vari

cereali nell’antichità.

Ora, innanzi tutto, noi non abbiamo una quantità tale di dati da

poter stabilire un prezzo _medio_ de’ cereali, quando fosse possibile

determinarne uno. Poi, se diamo appena uno sguardo a’ prezzi

contemporanei de’ cereali, vediamo che, anche oggi, vi è una notevole

e permanente oscillazione da mese a mese, da anno ad anno, da mercato a

mercato[380]. Eppure lo straordinario progresso ne’ mezzi di trasporto,

la possibilità di colture più regolari e meno perturbate da cause

violente, la formazione del mercato mondiale son fatti per favorire

una maggiore stabilità, una maggiore analogia di prezzi. La mancanza di

tutte queste condizioni nel mondo antico faceva sì che in ogni paese,

e specialmente in quelli che vivevano d’importazione, le oscillazioni

costituissero la regola; e, da mese a mese, da anno ad anno[381],

un’incursione di nemici, un cattivo ricolto, un’incetta, qualche

naufragio, un approdo impedito erano tutte ragioni per provocare un

aumento di prezzi; e, quanto parecchi di questi eventi sieno frequenti

sempre ed erano frequenti nell’antichità, non occorre rilevare.

Così, i pochi dati che abbiamo, ci possono servire per determinare non

i prezzi _medî_ ed _ordinarî_, ma i prezzi minimi del periodo, a cui si

riferiscono, quando pure, come accade, non si tratti di prezzi minimi

artificialmente determinati con vendite fatte da privati e dallo Stato,

a scopo di sollievo della popolazione.

Questi prezzi minimi della fine del secolo quarto ci dànno, in Atene,

per l’orzo un prezzo di tre dramme al medimmo; per il frumento di

cinque e sei dramme[382]; e a Delo, nel secolo successivo (282 a. C.)

un prezzo pel frumento di quattro dramme e tre oboli[383].

Tali prezzi rappresentano già un rincaro rispetto a’ prezzi minimi di

periodi più antichi e dello stesso principio del quarto secolo[384];

e s’intende. I maggiori sbocchi trovati da’ paesi esportatori; forse

la loro produzione, se non regolarmente decrescente per graduale

esaurimento, almeno saltuariamente meno abbondante; finalmente la

loro popolazione crescente, portavano, come conseguenza, un aumento di

prezzo. Tutto ciò a prescindere dal diminuito potere di acquisto della

moneta, delle cause accidentali e del fatto che Atene non potea più,

come in altri periodi, assicurarsi la continuità e la prevalenza del

rifornimento.

Ma le fonti stesse, che ci parlano di questi prezzi, ci dicono, o ci

fanno intendere che erano prezzi di favore; e, inoltre, ci parlano, a

poca distanza di tempo, di rincari notevoli, che a Delo aveano portato

il medimmo di frumento sino a dieci dramme e in Atene il medimmo di

frumento e di orzo sino a sedici e diciotto dramme[385]. E l’altezza

de’ prezzi doveva essere una cosa quasi solita, se ci vien detto che i

proprietari di terre faceano ottimi affari e divenivano ricchi[386].

Di tratto in tratto, documenti, che si estendono sino al secolo

terzo, accennano a doni e ad importazioni di cereali[387] e ci fanno

concepire, indirettamente, la penuria sentita in Atene. Una epigrafe

della fine del terzo secolo[388] parla della campagna rimasta deserta

ed inseminata per causa di guerra, e della beneficenza di Euriclide

Cefisio, che ne avea resa possibile la seminagione.

Alle cagioni di ordine generale si aggiungevano anche gli inconvenienti

delle incette. Anche assai prima che Cleomene[389] organizzasse le sue

grandiose incette, quasi un tentativo di monopolizzare la vendita de’

cereali, non erano mancate incette di proporzioni minori e speculazioni

sul prezzo de’ grani: vi accennano varî autori[390], e ricorrono

allusioni evidenti nelle orazioni di Demostene. Ma già Lisia, nella sua

viva e serrata orazione contro i commercianti di grano, ci avea dato

un concetto adeguato delle arti di questi monopolizzatori de’ cereali

e della inanità delle disposizioni prese contro di loro. “Il loro

vantaggio — diceva l’oratore — è il danno altrui. Allora guadagnano

più, quando, essendo annunziata qualche disgrazia per la città, vendono

cari i generi. Così vedono di buon animo le nostre disavventure,

cercano di saperle prima degli altri, e vanno dicendo, o che le navi

son perite nel Ponto, o che sono state prese, durante la rotta, da’

Lacedemoni, o che gli emporî son chiusi, o che i trattati stanno

per rompersi; e vengono a tal punto, da insidiarci in quelle stesse

congiunture in cui c’insidiano i nemici„.

Non occorre insistere molto per mostrare, come, in tale stato di cose,

il sostentamento degli schiavi rappresentava una spesa reale sempre

maggiore, ed era, di più, un argomento di continua preoccupazione,

nell’incertezza de’ rincari, ricorrenti con maggiore intensità e

maggior frequenza.

In questi periodi difficili, a favore de’ cittadini liberi interveniva

l’aiuto dello Stato e de’ privati con largizioni, vendite a prezzi

di favore[391], distribuzioni: non mancano nemmeno attestazioni

documentate di carichi di frumento mandati in dono da sovrani

e principi amici od alleati[392]. Si aiutavano pure i cittadini

liberi con la ripresa, che potea fornire qualche loro boccone di

terra, con la retribuzione assegnata alle pubbliche funzioni, che,

insufficiente per provvedere al sostentamento di un individuo o di

una famiglia, era tuttavia, specialmente in tempi straordinari,

un aiuto pur che sia[393]. Sovveniva pure la beneficenza, il cui

sentimento, ad argomentare anche da alcune manifestazioni teoriche,

si andava sviluppando in questo periodo[394]; e quelli, che aveano

qualche difetto organico, erano, a dirittura, comunque in maniera

insufficiente, sussidiati dallo Stato[395].

Sopra tutto, poi, sotto la spinta del bisogno, i liberi ricorrevano

ad ogni espediente per campare la vita in patria, o fuori: si davano,

o tornavano con più ardore al lavoro, producendo naturalmente, con

la sovrabbondante offerta di braccia, un rinvilìo delle mercedi, che

riesciva, in modo eminente, ad eliminare il lavoro servile.

Le distribuzioni, le vendite di cereali a prezzo ridotto aveano,

s’intende bene, luogo a favore de’ liberi e non degli schiavi; e

questi, durante i periodi di rincaro de’ generi alimentari, doveano

rappresentare pe’ loro padroni una vera perdita, un danno emergente

e un lucro cessante. Forse erano momenti come questi, che, già

sin d’allora, prima ancora che alla dipendenza della schiavitù

si sostituisse la schiavitù del salariato, facevano riconoscere

l’illusione di una libertà nominale e facevan dire: “Quanto è

meglio trovare un buon padrone, che vivere male e miseramente da

libero!„[396].

In questi casi, a chi dovea essere sostentato potea sembrare

vantaggiosa la condizione dello schiavo, ma al padrone, che lo dovea

sostentare, la cosa dovea apparire da un punto di vista perfettamente

opposto.

Il tramonto della schiavitù nel mondo antico · 第 41 / 73 题