Per un bisogno materiale, insieme, e morale si attenuavano certe
asprezze della schiavitù, senza pur riuscire ad eliminarle; perchè
la fustigazione[366], la tortura nelle inquisizioni giudiziali[367],
rimanevano, ora e poi, una consuetudine ed una legge. Ma le mitigazioni
non giovavano a sorreggere l’istituzione: cominciava ad accadere
quello, che acutamente è stato detto di un periodo successivo della
schiavitù e che può ripetersi di tutte le instituzioni, le quali
vanno perdendo la loro ragione economica e sociale: “più si cercava di
migliorarla e meno diveniva vitale„[368].
Col venir meno della facoltà di usare ed abusare, col restringersi del
potere illimitato del padrone, veniva meno uno de’ motivi, che, data la
scelta, potevano fare anteporre la schiavitù al salariato.
E, in realtà, il lavoro libero era destinato sempre più ad aver
ragione del lavoro servile, per l’effetto continuo e più di condizioni
antecedenti e pel maturare di nuove condizioni.
La divisione del lavoro sociale, che avea addossato a’ servi il
compito della produzione materiale per affidare a’ liberi quello della
guerra, si era venuta via via adombrando e sfumando col restringersi
dell’obbligo regolare della milizia alle classi possidenti, e poi con
l’introduzione e lo sviluppo delle milizie mercenarie. Il proletario,
chiamato in via straordinaria e in emergenze eccezionali ad una guerra
sopratutto difensiva[369], potea attendere ad un lavoro continuo forse
meglio degli schiavi, che, insieme a’ meteci, venivano sopperendo
a’ bisogni della flotta[370]; e le milizie mercenarie scaricavano il
proletariato della parte più instabile, più amante di avventure e meno
adatta all’esercizio di un mestiere.
Al tempo stesso la schiavitù si veniva, ogni giorno più, rendendo
e mostrando meno utile e, come su di un corpo esaurito fioriscono
a gara i malanni, venivano germogliando dal suo stesso seno i
caratteri esteriori e i sintomi allarmanti del dissesto interno che la
travagliava.
La mancanza o l’incertezza, sia reale sia supposta, di dati
incontrastabili sul prezzo reale degli schiavi, di cui conosciamo il
rendimento giornaliero[371], non ci permette di fissare, con sicurezza
di criteri, il tasso medio, o almeno massimo e minimo, del profitto
dato dagli schiavi, che così viene calcolato da diversi autori
diversamente[372]. Ove, mettendo da parte le interpretazioni e le
considerazioni correttrici del Böckh[373], se ne adotti semplicemente
il calcolo materiale, si trova come il profitto degli schiavi, che, al
tempo della guerra del Peloponneso, era del 47-11/37 % sugli schiavi
impiegati nelle miniere, era invece del 15-15/19 e del 30%, al tempo
di Demostene, su gli schiavi adibiti nella fabbrica di armi e in quella
de’ mobili.
Considerando la cosa da un altro punto di vista, si ha che gli schiavi
minatori di Nicia rendevano un obolo al giorno, e, almeno pel tempo
della locazione, il padrone era garantito contro la loro mortalità
e, in genere, contro la loro decrescenza[374]. Alla distanza di un
secolo quasi, gli schiavi di Timarco, lavoratori di cuoio e perciò
addetti ad un lavoro qualificato, rendevano due oboli al giorno,
che, per lo scemato valore d’acquisto della moneta valevano meno, o al
più altrettanto, dell’obolo del secolo precedente; e, per giunta, il
rischio della loro perdita era continuo ed a carico del padrone.
Ancora: la tendenza ad un tasso unico del profitto avrebbe, in ultimo,
fatto sì che il profitto dato dagli schiavi venisse a mettersi al
livello de’ profitti dati da altri investimenti, col volgersi de’
capitali a quel ramo di speculazione. Ma, tenendoci anche, in forma
assoluta, al tasso di profitto forse esagerato, che attestano i dati
di Demostene, si ha che gli schiavi non davano un profitto superiore
a quello di altre imprese commerciali, le quali apparentemente
più rischiose, non presentavano, in fondo, maggior pericolo
dell’investimento fatto in un capitale di schiavi. La mortalità
degli schiavi, che, come ci mostrano i recenti esempi delle colonie,
si è mantenuta sempre in proporzioni elevate, sino a raggiungere e
sorpassare la proporzione del 5%, sino a ridurre la vita media dello
schiavo a sedici anni e meno ancora; non ha potuto a meno di essere
elevata anche nell’antichità; e il profitto elevato dello schiavo,
anche nel migliore de’ casi, era assorbito o reso insufficiente dalla
notevole rata di ammortamento.
La mortalità, del resto, non rappresentava che il rischio ordinario;
ma, accanto a quello, ve n’erano tanti altri straordinari, che
pareggiavano e superavano l’ordinario.
L’ambito ristretto degli Stati greci e le guerre frequenti con gli
Stati più vicini esponevano ad una continua perdita degli schiavi,
sia per le incursioni de’ nemici, che si ritiravano traendosi dietro
un bottino di liberi e di servi (ἀνδράποδα)[375], sia per le fughe
agevoli de’ servi, attratti spesso da’ nemici con la lusinga e talvolta
col dono della libertà. Queste fughe, che preoccupavano tanto, da
costituire motivi di doglianza tra gli Stati e oggetto di speciali
clausole ne’ trattati[376], inceppavano l’utile impiego degli schiavi
ed aumentavano le spese, già notevoli, di vigilanza e custodia. Eppure,
tutto ciò non bastava. La cosa era venuta a tale, che, nel periodo
macedonico, potè sorgere una forma di contratto di assicurazione; ma
ciò importava un’altra annua spesa di otto dramme[377].
Il complicarsi e l’intrecciarsi degl’interessi, che esigevano tutela,
portavano un assetto giuridico sempre più distinto, sviluppavano la
responsabilità de’ padroni per alcuni fatti de’ loro schiavi[378];
e, anche sotto questo rapporto, la cosa non era senza danno per i
padroni. In tempo più avanzato, ma in paesi di rapporti economici
meno sviluppati, lo schiavo, di solito, per le sue colpe è soggetto
alla fustigazione; ma pel furto si aggiunge che debba pagare il
doppio del valore rubato e una multa di venti dramme, con obbligo al
padrone, sotto la propria responsabilità, di consegnare lo schiavo al
danneggiato, in caso di mancato pagamento[379].