XXV.

La potenza del denaro, che entrava come una irresistibile livellatrice,

cancellando ogni altra distinzione, si ripercoteva anch’essa, sulla

posizione e sulla considerazione degli schiavi.

Riesciva loro non di rado di divenir ricchi, e “dove gli schiavi son

ricchi — soggiungeva l’autore dello _Stato degli Ateniesi_[346] — non

conviene che il mio schiavo ti tema„.

Uomini di fiducia de’ banchieri, coadiutori de’ maggiori commercianti,

finivano talvolta per divenirne i soci, i successori, gli eredi, con

lo sposarne, in seconde nozze, le mogli[347]. Anche, quando ciò non

accadeva, godevano della potenza riflessa del loro padrone, temuti,

adulati, corteggiati da tanti di que’ liberi, che, attraverso il cuore

o il favore del servo, voleano giungere a quello del padrone.

Gli schiavi pubblici, godenti di maggiore libertà e di maggiori

prerogative[348], chiamati spesso a mettere le mani sul cittadino

libero, come esecutori della legge, rinnegavano ogni giorno, con

l’atto pratico, l’abisso, che, teoricamente, dovea separare il libero

dallo schiavo. Schiavi pubblici ateniesi, che sapevano di lettere,

erano messi al fianco di cassieri e generali, per servire un giorno di

controllo e di mezzo di accusa contro di loro[349]; e si può immaginare

quale autorità e quale reale potere, a dispetto del loro stato

inferiore, dovessero riescire ad acquistare.

Con queste nuove condizioni create a’ servi dalla forza stessa delle

cose e dall’azione spesso inconsapevole degli uomini, che doveano

cedere ad essa; non è a meravigliare, se si veniva modificando, a grado

a grado, al tempo stesso, la loro posizione giuridica e morale.

L’_Economico_ di Senofonte rileva già, da un punto di vista

schiettamente utilitario, tutto l’interesse, che debbono avere

i padroni a trattar bene i servi[350]. A ciò doveano incitare

specialmente i casi non lontani della guerra di Decelea.

Che una vera rivolta di schiavi avesse avuto luogo al principio o alla

fine del quinto secolo, non solo non è accertato, ma sembra si debba

escludere almeno pel tempo più antico[351]. In ogni modo, non potea

mancare negli schiavi quell’attitudine passivamente ostile, di cui vi è

l’eco in qualche autore, e che, in condizioni più adatte, a Chio, nel

secolo seguente e, poi, nell’Attica stessa[352], per ripercussione di

altri paesi, dovea prorompere in aperta ribellione. Questi sintomi non

poteano fare a meno d’inspirare qualche preoccupazione.

La condizione degli schiavi si veniva dunque migliorando, e al loro

miglioramento doveva contribuire non poco il restringersi del loro

numero. Non a torto queste migliori condizioni degli schiavi sono state

già da lungo tempo invocate come un argomento, se non come una prova,

del numero limitato degli schiavi dell’Attica.

L’uccisione del servo e perfino il suo maltrattamento era soggetto a

pena[353]; e questa tutela dello schiavo, che un secolo prima avea

ricevuto un’interpretazione affatto pedestre, riflettendosi nella

coscienza civile del quarto secolo, riappariva sotto la forma di un

elevato sentimento etico, di un’alta ragione sociale. “Se rifletterete

su ciò, o Ateniesi — diceva Eschine[354] — troverete che questa è una

delle cose migliori; giacchè il legislatore non si dette pensiero degli

schiavi; ma, volendo che vi avvezzaste ad astenervi dal fare ingiurie

a’ liberi, v’impose di non recare ingiuria nemmeno a’ servi. Egli

credette che, chi in una democrazia fa ingiuria a chi che sia, non è

adatto a convivere politicamente con gli altri„. E l’orazione contro

Midia[355] ripete presso a poco, con parole non dissimili, lo stesso

concetto.

È vero che la mancanza di una personalità giuridica nello schiavo

rendeva il più delle volte teorica, anzi che pratica, questa sua

tutela, specialmente verso il padrone[356]; ma a qualche cosa, come

un ritegno, pur potea servire. Più praticamente efficace forse era

l’espediente del rifugiarsi in luoghi sacri, specialmente nel tempio di

Teseo. Fuori di Atene, ad Andania[357], per esempio, si era, appresso,

attenuato questo, che per i padroni era un inconveniente, introducendo

limitazioni forse maggiori e abilitando il sacerdote alla restituzione;

ma in Atene lo schiavo acquistava il diritto, dopo constatati i

maltrattamenti, a farsi rivendere ad altri, il che, in molti casi, era

una via alla manomissione[358].

Il sostrato morale della schiavitù era già venuto meno. Quella vicenda

continua di guerre che faceva, a vicenda, schiavi i liberi e liberi

gli schiavi; l’introduzione ora legale[359], ora clandestina di schiavi

manomessi tra i cittadini; quella alterna depressione ed elevazione di

liberi e di schiavi sotto l’azione della ricchezza e della miseria;

l’allargarsi degli orizzonti morali e intellettuali de’ Greci, che

cominciava a renderli un po’ meno sprezzanti verso lo straniero[360];

le relazioni internazionali più frequenti, nell’intrecciarsi de’

rapporti politici e commerciali; erano tutte cose che preparavano a

concepire l’_uomo_ attraverso i mutevoli rapporti politici e sociali e,

prima anche che a concepirlo, a _sentirlo_.

Ben potevano i filosofi, nell’intento di dare un fondamento etico

e necessario all’esistente ordinamento economico o politico,

giustificare, con un sottile sofisma, la schiavitù, o cercare

di sorreggerla, escludendone gli uomini di stirpe ellenica. Pure

non mancavano filosofi che negassero il fondamento naturale della

schiavitù[361]; mentre, d’altra parte, qualche sofista, per la sua

maniera di concepire il diritto naturale, arditamente vedeva nel

rapporto de’ padroni e servi un puro stato di fatto, che la violenza

avea creato e di cui un’altra violenza avrebbe potuto invertire le

parti[362]. E nella vita di ogni giorno, perfino negl’incanti[363],

lo schiavo ricompariva col suo appellativo di _uomo_; e la commedia,

facendosi specchio della vita popolare ed eco della sua coscienza, tale

lo ribattezzava sulla scena. Che momento dovette esser quello, in cui

sulla scena di Atene risonarono que’ noti versi di Filemone: “Se anche

alcuno sia servo, non è, o padrone, meno uomo di quel che tu sia„[364];

e: “Se qualcuno è schiavo, è pur fatto della stessa carne; nessuno mai

fu schiavo per natura; è la sorte che ne asservì il corpo„[365]. E nel

teatro probabilmente v’erano degli schiavi!

Il tramonto della schiavitù nel mondo antico · 第 39 / 73 题