XXIV.

Segno ed effetto di un rivolgimento nelle condizioni della produzione,

è anche il concetto, già in parte notato innanzi, della ricchezza e

della povertà.

Il commercio ravvivato e divenuto il principale fattore della ricchezza

rendeva sempre più ordinario lo spettacolo di fortune rapidamente

fatte e rapidamente sperperate, e induceva una graduale eliminazione

di scrupoli morali. Ce ne fanno prova le simulazioni, le frodi,

gli artifici, onde abbondano le arringhe degli oratori. Ne’ comici

ricorre l’osservazione che “l’uomo giusto non diviene ricco„[336]; che

“nessuno divenne mai ricco in breve ora, mantenendosi giusto„[337];

ma, del pari, come vero riflesso de’ tempi, torna con insistenza

l’altro motivo della intollerabilità della miseria e della onnipotenza

della ricchezza. “Fece molti infelici chi per primo trovò pel povero

l’arte che lo tiene in vita; era più semplice che morisse chi non

può vivere senza dolore„[338]; e, rimpetto a questo lamento sorge

l’altro grido: “credi che questa vita è un mercato„; “il danaro rende

schiavi i liberi„; “l’oro apre tutto, anche le porte dell’inferno„;

“la povertà rende inonorato anche il bennato„[339]. Quella potenza

impersonale e onnipresente del danaro, di cui Aristofane avea data

già la più efficace e suggestiva rappresentazione, veniva ogni giorno

crescendo e divenendo più palese, e sostituiva i rapporti più semplici

e rudimentali d’immediata dipendenza, già concretati nella schiavitù.

Come dovea più tardi osservare Ateneo[340], la schiavitù, e ciò si può

dire specialmente d’Atene, cominciava a rappresentare semplicemente

una delle tante forme d’impiego del capitale, e si andava sempre più

restringendo a que’ casi, in cui poteva apparire come un impiego utile,

assumendo, per giunta, forme molteplici ed ibride, che denotano, in

maniera abbastanza perspicua, il degenerare dell’economia servile.

Schiavi dati in pegno[341], schiavi presi a mercede[342] s’incontrano

con una relativa frequenza. Ora, l’ho notato altra volta e v’insisto,

per quanto si tratti di schiavi, ciò indica un successivo incremento

della locazione d’opera, e indica, al tempo stesso, la fine di

quella forma di produzione diretta, in cui materia prima, strumenti

di produzione, lavoratori appartengono tutti al padrone. Con gli

schiavi dati e presi a mercede accenna a finire la produzione fatta

direttamente in vista del consumo; si annunzia la scissione del

capitale e della mano d’opera, e il servo preso a salario preannunzia e

fa supporre il libero salariato.

Appariscono pure i servi divenuti, dirò così, semplicemente tributari

(χωρὶς οἰκοῦτες)[343], che non solo non sono più impiegati direttamente

dal padrone, ma sono fuori della sua diretta dipendenza, fuori della

sua vista, che abitano a parte e compendiano il loro rapporto col

padrone nel pagamento di una parte de’ loro guadagni. Essi lavoravano,

esercitavano il loro mestiere, commerciavano sopra tutto, spiegando

tutta la loro attività e apparecchiandosi i mezzi per comprare dal

padrone il loro affrancamento[344]. Il salariato veniva così ad essere

il terreno comune, in cui si ritrovavano e si confondevano schiavi e

proletari, e si veniva quindi rilevando il concetto dello schiavo. Già

dal secolo quinto, del resto, con una punta di sottile ironia, l’autore

dello _Stato degli Ateniesi_ pseudo-senofonteo, notava che se una

legge avesse permesso di battere lo schiavo, o il metèco, o il liberto,

spesso sarebbe accaduto di battere un Ateniese, “giacchè il popolo non

veste punto meglio degli schiavi e de’ metèci, nè, all’aspetto, è loro

superiore„[345].

Il tramonto della schiavitù nel mondo antico · 第 38 / 73 题