Segno ed effetto di un rivolgimento nelle condizioni della produzione,
è anche il concetto, già in parte notato innanzi, della ricchezza e
della povertà.
Il commercio ravvivato e divenuto il principale fattore della ricchezza
rendeva sempre più ordinario lo spettacolo di fortune rapidamente
fatte e rapidamente sperperate, e induceva una graduale eliminazione
di scrupoli morali. Ce ne fanno prova le simulazioni, le frodi,
gli artifici, onde abbondano le arringhe degli oratori. Ne’ comici
ricorre l’osservazione che “l’uomo giusto non diviene ricco„[336]; che
“nessuno divenne mai ricco in breve ora, mantenendosi giusto„[337];
ma, del pari, come vero riflesso de’ tempi, torna con insistenza
l’altro motivo della intollerabilità della miseria e della onnipotenza
della ricchezza. “Fece molti infelici chi per primo trovò pel povero
l’arte che lo tiene in vita; era più semplice che morisse chi non
può vivere senza dolore„[338]; e, rimpetto a questo lamento sorge
l’altro grido: “credi che questa vita è un mercato„; “il danaro rende
schiavi i liberi„; “l’oro apre tutto, anche le porte dell’inferno„;
“la povertà rende inonorato anche il bennato„[339]. Quella potenza
impersonale e onnipresente del danaro, di cui Aristofane avea data
già la più efficace e suggestiva rappresentazione, veniva ogni giorno
crescendo e divenendo più palese, e sostituiva i rapporti più semplici
e rudimentali d’immediata dipendenza, già concretati nella schiavitù.
Come dovea più tardi osservare Ateneo[340], la schiavitù, e ciò si può
dire specialmente d’Atene, cominciava a rappresentare semplicemente
una delle tante forme d’impiego del capitale, e si andava sempre più
restringendo a que’ casi, in cui poteva apparire come un impiego utile,
assumendo, per giunta, forme molteplici ed ibride, che denotano, in
maniera abbastanza perspicua, il degenerare dell’economia servile.
Schiavi dati in pegno[341], schiavi presi a mercede[342] s’incontrano
con una relativa frequenza. Ora, l’ho notato altra volta e v’insisto,
per quanto si tratti di schiavi, ciò indica un successivo incremento
della locazione d’opera, e indica, al tempo stesso, la fine di
quella forma di produzione diretta, in cui materia prima, strumenti
di produzione, lavoratori appartengono tutti al padrone. Con gli
schiavi dati e presi a mercede accenna a finire la produzione fatta
direttamente in vista del consumo; si annunzia la scissione del
capitale e della mano d’opera, e il servo preso a salario preannunzia e
fa supporre il libero salariato.
Appariscono pure i servi divenuti, dirò così, semplicemente tributari
(χωρὶς οἰκοῦτες)[343], che non solo non sono più impiegati direttamente
dal padrone, ma sono fuori della sua diretta dipendenza, fuori della
sua vista, che abitano a parte e compendiano il loro rapporto col
padrone nel pagamento di una parte de’ loro guadagni. Essi lavoravano,
esercitavano il loro mestiere, commerciavano sopra tutto, spiegando
tutta la loro attività e apparecchiandosi i mezzi per comprare dal
padrone il loro affrancamento[344]. Il salariato veniva così ad essere
il terreno comune, in cui si ritrovavano e si confondevano schiavi e
proletari, e si veniva quindi rilevando il concetto dello schiavo. Già
dal secolo quinto, del resto, con una punta di sottile ironia, l’autore
dello _Stato degli Ateniesi_ pseudo-senofonteo, notava che se una
legge avesse permesso di battere lo schiavo, o il metèco, o il liberto,
spesso sarebbe accaduto di battere un Ateniese, “giacchè il popolo non
veste punto meglio degli schiavi e de’ metèci, nè, all’aspetto, è loro
superiore„[345].