Ciò per l’agricoltura.
Ma, v’era l’industria; e la notizia di schiavi, adibiti nelle fabbriche
di Atene, ha facilmente menato ad esagerare il loro numero e ad indurre
che tutta l’industria fosse nelle loro mani.
Ora, anzi tutto, non bisogna esagerare lo sviluppo dell’industria in
tutta l’antichità, e in particolare in Atene. La grande importanza del
capitale commerciale e la prevalenza di esso sul capitale industriale
ci attestano appunto che l’industria si trovava ancora ad un livello
inferiore. Il commercio, raccogliendo in grandi masse la produzione
de’ singoli produttori e poi distribuendola, sopperiva appunto
alla mancanza di grandi centri di produzione, e trovava in questo
suo compito la ragione della prevalente sua importanza e la fonte
degl’ingenti suoi guadagni. Costituiva il presupposto e il fomite
della grande produzione; ma la sua prevalenza è in ragione inversa
dello sviluppo di questa; e la egemonia del capitale commerciale
nell’antichità è un sintomo del limitato sviluppo industriale[329].
“Negli stadî, che precedono la società capitalistica, il commercio
domina l’industria; nella società moderna accade il contrario. Il
commercio naturalmente reagirà più o meno sull’ambiente, in mezzo al
quale esso viene esercitato; esso assoggetterà sempre più la produzione
al valore di scambio, facendo dipendere i godimenti e la sussistenza
dalla vendita, anzi che dall’uso immediato del prodotto. Così dissolve
gli antichi rapporti; accresce la circolazione della moneta; non
raccoglie più soltanto l’esuberanza della produzione, ma prende nel
suo ingranaggio, a poco a poco, anche questa, e mette sotto la sua
dipendenza tutti i rami di produzione„[330].
Uno degli effetti di questo processo economico era il sorgere delle
manifatture in Atene; ma, come si è visto, queste abbracciavano
soltanto qualche branca della produzione. E l’impiego degli schiavi
nelle manifatture trovava la sua ragione d’essere e la sua utilità
nella divisione del lavoro, che là massimamente si potea realizzare.
“L’ignoranza — dice il Marx — è la madre dell’industria come della
superstizione. Riflessione e facoltà immaginativa sono soggette
all’errore; ma l’abitudine di muovere il piede, o la mano, non
dipende dall’una cosa, nè dall’altra. Così potè dirsi, rispetto alle
manifatture, che la loro perfezione consiste nel potersi privare dello
spirito, in modo che il laboratorio può essere considerato come una
macchina, di cui gli uomini sono le parti„[331].
La successiva divisione del lavoro, che risolveva e scomponeva in un
lavoro semplice e tutto materiale la complicata elaborazione tecnica
di un prodotto, non poteva trovar niente che meglio dello schiavo, di
questo _strumento animato_, si adattasse come un utensile automatico,
a compiere la sua opera monotona ed estenuante. La materialità del
lavoro risoluto ne’ suoi più semplici elementi permetteva pure, secondo
la diversa specie de’ prodotti, di adoperare schiavi non affatto
esperti di un lavoro qualificato, o di educarli, in tempo relativamente
breve, ad un certo lavoro meccanico, e quindi di averli più a buon
mercato. Così, mentre gli schiavi di Demostene adoperati nella fabbrica
d’armi, dove era richiesta maggiore abilità, valevano da cinque a
sei mine l’uno[332], gli schiavi fabbricanti di mobili valevano di
meno, forse quattro mine l’uno, forse due mine, se si ritiene che essi
costituissero un pegno uguale al valore del credito. Inoltre per una
manifattura, che rappresentava l’esercizio continuo e ininterrotto di
una industria, un personale fisso e invariabile costituiva un vantaggio
non trascurabile. Ma noi ignoriamo se, come pur taluno suppone[333],
accanto a questo personale fisso, non fosse adoperato, specialmente in
vista del temporaneo crescere e contrarsi della produzione, anche un
certo numero di lavoratori liberi.
In ogni modo accanto alla manifattura, o contro di essa, esisteva tutta
un’altra specie di lavoro, che, per la maggiore esperienza tecnica,
per la necessità di uno spostamento continuo, da luogo a luogo, di chi
l’esercitava, e per altre consimili ragioni, sosteneva e sviluppava la
classe de’ lavoratori liberi.
“Quantunque — soggiunge il Marx[334] — il frazionamento del lavoro
tecnico abbassi il costo di produzione e con esso il valore de’
lavoratori, occorre sempre, per il più difficile lavoro di dettaglio,
da parte dell’apprendista, un più lungo tempo di noviziato, che
viene severamente fatto rispettare da’ lavoratori. Troviamo p. es.
in Inghilterra le _laws of apprenticeship_ in pieno vigore, col loro
alunnato di sette anni, sino alla fine del periodo della manifattura, e
le vediamo eliminate soltanto dalla grande industria„.
Un’altra condizione dell’impiego del lavoro servile è che lo si possa
far compiere in poco spazio, così che la sorveglianza sia facile, poco
costosa e tale da eccitare negli schiavi il timore, impulso per essi
al lavoro, come sono per i liberi il bisogno e la speranza[335]. La
manifattura e l’industria estrattiva realizzavano questa condizione;
non così altri rami di operosità.