XXII.

Ma in quali condizioni, intanto, si trovava il lavoro servile, e quale

era la sua azione e la sua funzione rispetto al lavoro libero?

Un censo fatto, come vorrebbe un frammento di Ctesicle[310], da

Demetrio il Falereo, in anno, che non si può con sicurezza determinare

per la lacuna del testo ma che si tende a fissare nel 309[311], ci

rivelerebbe l’esistenza nell’Attica di quattrocentomila schiavi;

una cifra che si può dire enorme, solo che la si riferisca al numero

de’ cittadini (21.000) ed a quello de’ metèci (10.000), od all’area

dell’Attica e alla presente sua popolazione[312]. E, in verità, quel

dato inspirò così poca confidenza, che, comunque abbia trovato nel

Böckh[313] un difensore ed abbia ancor oggi chi gli presta fede[314],

nondimeno, da David Hume in poi, è stato revocato in dubbio e scalzato

continuamente; e non pare proprio più possibile ritenerlo, specialmente

dopo la scoperta de’ conti del tributo ad Eleusi[315], che ha tolto il

fondamento ad altri conti sulla produzione de’ cereali dell’Attica.

Si è cercato allora di giungere per via indiretta, emendando testi

e calcolando la produzione, l’importazione e il consumo de’ cereali,

a determinare il vero numero degli schiavi alla fine del IV secolo;

ma il fatto stesso che questo numero si è potuto fare ascendere

a centoventimila[316], a centottantotto, o dugentremila[317] e a

centomila circa[318], mostra che, nell’affermare e ricostruire, si è

ben lungi dall’aver raggiunto il risultamento ottenuto nel negare e

demolire.

Io cerco dimostrare altrove[319] come questi dati, non solo mancano

di ogni criterio di certezza, ma eziandio di una base positiva,

e rientrano “in quella statistica congetturale, che, per dirlo

con l’Engel, serve a sviare ed è peggiore della mancanza di

statistica„[320].

Mi proverò qui piuttosto a vedere, se è mai possibile cogliere, ne’

fatti, nelle condizioni e ne’ sentimenti del tempo, qualche cosa che

accenni, già durante il secolo quarto, ad un iniziale decadimento della

schiavitù e al primo sorgere di quel germe, che poi, sviluppandosi

sempre più, la doveva dissolvere ed eliminare.

Tra la fine del secolo quinto e il principio del quarto, tutta la massa

di schiavi d’Atene si trovava stremata e quasi annichilita. Sarebbe

occorso quindi ricostituirla, e non era impresa facile. L’economia a

schiavi si cominciava a diffondere ora, per le moltiplicate esigenze

della vita e la diversa distribuzione della ricchezza, su di una

zona più larga, sia della Grecia che del bacino del Mediterraneo in

genere, usciti dallo stadio economico più semplice e primitivo. Ciò,

bilanciando l’azione di paesi, dove la schiavitù cominciava a essere

sostituita dal salariato, teneva ancora talvolta al primo livello il

prezzo degli schiavi, o, in virtù del minor potere d’acquisto della

moneta, tal’altra lo rialzava.

Atene mostra di aver raggiunto nel quarto secolo un grado elevato di

sviluppo economico, in quanto le riesce di riannodare le tradizioni

del secolo precedente e rifare, in maniera meno urtante per l’ambiente

in cui si svolgeva, il cammino già percorso e troncato violentemente,

mettendo a profitto l’esperienza, i tentativi, i risultamenti, le

attitudini acquistate nel tempo passato. Ma non si può dimenticare che

la contrastata egemonia e l’ambito primato di Sparta, il dissolversi

della seconda lega marittima, l’ostinato defezionare dell’Eubea,

la crescente potenza macedonica fanno del secolo quarto, per Atene

specialmente, una serie persistente di guerre, interrotte da non lunghi

periodi di pace come il periodo della prevalenza di Eubolo, e riparate

in qualche modo da brevi periodi di amministrazione sapiente come

quella di Licurgo. Più volte, e specialmente al finire della guerra

con gli alleati[321], in mezzo a quella prosperità, spesso esagerata

e larvata dalle belle parvenze ingannatrici di cui s’adornava, Atene

s’era trovata a mal partito; e le sue energie interne, da cui omai

traeva la sua forza, erano apparse stremate e isterilite sotto l’azione

combinata di quelle cause nefaste, che ne impedivano tutta l’espansione

e ne esaurivano le sorgenti.

Se Atene potè tener testa a tante influenze malefiche e raggiungere

e mantenere un certo grado di prosperità, lo dovette a questo

risvegliarsi di attività, che fece volgere i suoi cittadini con

rinnovata lena al lavoro, alla produzione, a’ commerci sopra tutto, che

erano allora la via migliore d’arricchirsi. La forma più elementare

e rude di parassitismo, che consisteva, all’esterno, nello smungere

tributi agli alleati e, all’interno, nel vivere oziosi alle spalle de’

servi, cominciava a cedere il posto ad altre forme di parassitismo più

complesse e perciò stesso meglio larvate.

La proprietà fondiaria, laboriosamente, è vero, accennava a

concentrarsi, ma pur si andava concentrando; e potrebbe sembrare

che ciò costituisse un elemento favorevole all’incremento di schiavi

agricoli. Pure, ad un effetto diverso conducevano la natura del suolo

dell’Attica, poco produttivo, l’estendersi della coltura de’ cereali,

il crescere del proletariato agricolo e di quel quasi-proletariato

di minuscoli possidenti, che, non trovando sufficiente impiego nel

loro boccone di terra, dovevano divenire, volta a volta, mercenari e

fittuari. Come è stato già rilevato innanzi, la coltura de’ cereali

dovea essere favorita dal crescente prezzo de’ cereali, dalla

distruzione delle vigne avvenuta durante le incursioni dell’Attica

(Lysia parla anche degli oliveti abbattuti[322]), dalla concorrenza

sempre maggiore de’ vini forestieri, che a poco a poco facevano sì che

non si parlasse più de’ vini dell’Attica. È stato pure osservato[323]

che, per l’indole sua, la coltura de’ cereali, non esigendo un’opera

continua e ininterrotta, tende a limitare l’impiego degli schiavi per

sostituirvi lavoratori presi a mercede secondo il bisogno, specialmente

dove la terra non è così largamente remuneratrice da compensare lo

sperpero nelle spese di produzione, nè così abbondante da permettere

un continuo avvicendamento di area coltivabile. In qualche regione del

mezzogiorno d’Italia, dove la cultura de’ cereali si fa senza sussidio

di mezzi meccanici, e gli stessi animali sono adoperati soltanto per

la trebbiatura, bastano da quaranta a quarantaquattro giornate di

lavoro per eseguire tutto quanto occorre per un ettaro di terra, dalla

preparazione alla raccolta. La contemporaneità poi de’ lavori nelle

culture simili esclude l’impiego successivo dello stesso lavoratore.

La stessa coltura dell’olivo, più persistente nell’Attica di quella

della vite, a quanto possiamo dedurre dalla menzione che si seguita a

farne, non era tale da favorire l’impiego degli schiavi.

D’altra parte appartengono appunto al quarto secolo avanzato le

menzioni di locazioni d’opera agricola; menzioni, che hanno il loro

valore, anche nel caso che l’opera locata è quella di schiavi[324].

Appartengono pure in gran parte a questo periodo i documenti di

affittanze[325], che prendon le mosse da cifre basse di dieci dramme

e di cinquantaquattro dramme per l’Attica[326], di diciassette dramme

per Delo[327]. Lysia[328] accenna, in breve spazio, più volte a queste

piccole affittanze.

Il tramonto della schiavitù nel mondo antico · 第 36 / 73 题