“Se te ne stai inerte, pur essendo ricco, diverrai povero„, dice un
frammento di Menandro[293]; e risponde a pieno alle condizioni de’
tempi, in cui l’incertezza degli eventi, la moltiplicità de’ bisogni,
la circolazione della ricchezza sempre più vorticosa alimentavano
la febbre delle speculazioni e fomentavano lo spirito d’iniziativa,
incitando a’ commerci, alle intraprese. Si tentavano nuovi rami
d’industria, quanto più, diffondendosi l’industrie usuali, lo smercio
de’ prodotti, ne’ mercati esterni, veniva limitato dalla concorrenza
anche indigena. Si cercava di acclimatare in Atene, con la importazione
delle materie prime, la lavorazione di quegli oggetti di lusso,
che corrispondevano ogni giorno più ad un bisogno e che prima erano
importati belli e compiuti[294].
Lo stesso svilupparsi dell’industria rendeva indispensabile in parecchi
rami di essa un capitale iniziale (ἀφορμή), e, se non in tutte, in
più di una il capitale più forte potea assicurarsi una prevalenza,
e rendeva più, in proporzione del maggiore suo impiego. Non tutte
le industrie e i mestieri comportavano un ampliamento verso la
manifattura, ma, dove ciò era possibile, la manifattura sorgeva e si
estendeva, abbracciando vari rami di produzione e impiegando sino a
centoventi persone[295]. È stato rilevato che la manifattura non era in
grado di poter fare una vittoriosa concorrenza agli artigiani isolati,
perchè non poteva trarre partito dall’impiego meccanico delle forze
naturali[296]. Certamente la manifattura non era l’opificio moderno,
ma pure essa era, se non il solo organo, almeno quello più adatto alla
produzione di manufatti, che esigessero il concorso di molte persone
e un anticipo di capitale di qualche rilievo. In certi altri rami
della produzione potea ottenere, con la divisione del lavoro e l’uso
di strumenti più adatti, prodotti più perfezionati. “La manifattura —
dice il Marx[297] — non potea abbracciare in tutta la sua estensione la
produzione sociale, nè trasformarla radicalmente. Essa culminava come
una economica opera d’arte sull’ampia base dell’artigianato cittadino e
dell’industria casalinga rurale. È ad un più alto grado di sviluppo che
la sua angusta base tecnica venne in contrasto con le stesse esigenze
della produzione da essa generata„.
Il capitale, che cercava impiego, e la possibilità di raccogliere più
facilmente mezzi e forze adatte, favorivano il sistema degli appalti
nella esecuzione delle grandi opere pubbliche, come la ricostruzione
delle lunghe mura e la costruzione dell’arsenale (σκευοθήκη) ad
Atene[298], o il prosciugamento di una palude a Eretria[299], ed altre
opere pubbliche a Delo, Tegea, ecc.[300], di cui abbiamo ancora i
prospetti di appalto. Tutti fatti e condizioni, che, dando agio di più
guadagnare a chi più avea, specialmente in quanto mancavano d’ordinario
le restrizioni imposte nell’epigrafe di Tegea[301], concorrevano
anch’essi, naturalmente, ad accumulare la ricchezza in una cerchia
relativamente ristretta e rendevano sempre più spiegata la disparità
delle fortune.
Le intraprese e i commerci aveano, s’intende bene, i loro rischi, ma
questi stessi, con le ruine che seminavano, compivano una selezione a
rovescio, a danno de’ meno ricchi ed a favore de’ più ricchi.
L’immagine economica e demografica di Atene sul tramontare del secolo
quarto ci è data, benchè in maniera non molto particolareggiata ma
soltanto a grandi tratti, dalla riforma costituzionale avvenuta per
opera di Antipatro nel 322, con la quale si rilevò che su ventunmila
cittadini, ben dodicimila non raggiungevano una sostanza di duemila
dramme[302]. Quanti di questi dodicimila fossero a dirittura proletari,
non ci vien detto; ma, in ogni modo, si può ben ritenere che, anche
quando tutta la sostanza non si compendiava nella sola casa di
abitazione, occorreva loro ricorrere al lavoro per alimentare se stessi
e la famiglia. Il piccolo campo spesso non avea che delusioni per il
coltivatore: in Menandro l’agricoltore parla di questo suo campo che,
_con vero senso di giustizia_, gli rende tanto orzo quanto ve ne ha
messo[303]; in Filemone, anche peggio, pare che “il campo si voglia
vendicare di chi lo raschia e lo fende[304]: per venti medimmi di
orzo, non ne riporta neppur tredici; è insomma un vero ladrone„[305];
e l’agricoltore “non vive che di speranza, giacche è sempre ricco, ma
sempre per l’anno che verrà„[306].
Il numero de’ liturgi, limitato a milledugento con un possesso
superiore a due talenti, e tutti gli altri dati innanzi considerati,
che sembrano attestare una concentrazione sempre crescente della
ricchezza, inducono a credere che, anche tra i novemila, non pochi
toccassero, o superassero appena, una sostanza di duemila dramme,
e anche questi erano quindi costretti a chiedere al lavoro la
sussistenza. Ed è notevole vedere, in qualche frammento de’ comici,
come si andasse facendo strada questo concetto della necessità di
lavorare per vivere, che, naturalmente, contribuiva ad eliminare
sempre più i pregiudizî sul lavoro manuale. “Cerca di trarre donde
che sia la tua sussistenza, pur che non faccia cattive azioni — dice
Menandro„[307]. “L’accidia — soggiungeva altrove egli stesso — non
alimenta i poveri oziosi„[308]. E Filemone[309]: “O Cleone, smetti le
ciarle: se tarderai ad imparare, senza avvedertene, avrai privato di
un sostegno la tua vita. Un naufrago non si salverebbe, se, sospinto,
non prendesse terra; nè un uomo, divenuto povero, potrebbe assicurarsi
l’esistenza, quando non avesse imparata un’arte. — Ma io ho una
sostanza. — È presto distrutta. — Fondi, case. — Non ignori le vicende
della fortuna, che dall’oggi al domani fa del benestante un mendico. Se
alcuno ormeggiò nel porto dell’arte, quegli gettò l’áncora, ponendosi
al sicuro; chi non si è fatto esperto in qualche arte, e gli accade di
essere travolto dal turbine, non ha modo nella vecchiezza di salvarsi
dalla miseria. — Ma vi sono soci, amici, camerati, per Giove, che
ti porteranno soccorso. — Prega di non avere a fare esperienza degli
amici; se no, ti accorgerai di essere niente altro che un’ombra„.
E occasione di lavoro non poteva mancare, sia per la ripresa della
costruzione di opere pubbliche sotto Licurgo, sia per la moltiplicità
de’ bisogni ordinari e di lusso sempre più sviluppati in Atene.