Il quarto secolo segna, abbiamo detto, un passo notevole verso quella
concentrazione della ricchezza, che va sempre crescendo nelle età
posteriori[233]; e da essa rampollava anche quella nuova fioritura di
oligarchie, nelle quali uno scrittore[234], non a torto, ha voluto
scorgere la causa prevalente, a cui conviene ascrivere la guerra
d’Atene con gli alleati e la dissoluzione della lega marittima.
Una simile concentrazione della ricchezza, specie immobiliare,
viene di solito negata, o, almeno, messa seriamente in dubbio per
Atene[235]. Eppure, se in Atene il precedente frazionamento della
proprietà immobiliare e, più che quello, la cultura in parte intensiva
e la scarsa produttività del suolo offrivano qualche ostacolo alla
concentrazione; d’altra parte, ivi stesso, come e più che altrove,
operavano le cause efficienti della concentrazione della ricchezza. Più
lenta, forse, e meno completa per ragione dello stesso ambiente fisico,
essa è solo dissimulata agli occhi nostri, in parte, dalla mancanza
di dati concreti e, in parte, dal carattere industriale dell’economia
ateniese, la quale, offrendo un utile impiego di lavoro, rendeva meno
sensibile e meno deleterio che altrove il crescere del proletariato.
Ma, per via indiretta, guardando agli stessi caratteri esteriori della
vita di quel tempo e aggruppando dati di ordine diverso, si può forse
riescire a vedere, anche in Atene, lo stesso fenomeno, o, almeno, una
spiegata tendenza a realizzare, fin dove gli agenti di ordine opposto
lo consentivano, lo stesso fenomeno.
Una notizia sullo stato della proprietà dopo la caduta de’ trenta
ci dice che cinquemila cittadini[236], cioè un quarto almeno della
cittadinanza, secondo il calcolo comune, e più di un quarto, se si
calcola lo stato a cui la cittadinanza avea dovuto venire dopo la peste
e la guerra, erano assolutamente privi di ogni possesso fondiario. Che
poi anche nella restante parte della cittadinanza la proprietà fosse
assai disugualmente divisa, lo dimostrano i tentativi oligarchici di
quel torno di tempo, che, dopo essersi provati a limitare a cinquemila
cittadini i diritti di cittadinanza attiva, riescivano, alla fine della
guerra, ad una più chiusa e più prepotente oligarchia[237].
Inoltre la notizia, che ci avanza, di fortune familiari, esistenti
dalla fine del quinto al declinare del quarto secolo[238], accanto
alla menzione non infrequente di patrimoni di tre, quattro e cinque
talenti, ci mostra fortune di trenta, quaranta, cinquanta, sessanta,
cento talenti. E sono tanto più frequenti ed importanti, quanto più
procediamo nel tempo, sino ad arrivare alla fortuna di Difilo[239],
che, confiscata sotto Licurgo, avrebbe reso centosessanta talenti, e a
quella di Epikrate, cui se ne attribuivano seicento[240]. È vero che in
molti casi non sappiamo per quanta parte entrasse in questi patrimoni
il possesso fondiario, e, per altri, sappiamo che rappresentavano in
gran parte ricchezza mobiliare. Ma non si può fare a meno di osservare
che uno de’ più frequenti investimenti della ricchezza mobiliare era
il mutuo ipotecario e, in un’epoca di facili rovesci, causati, in
mancanza di casi straordinari, dallo stesso più rapido giro degli
affari, niente era più facile che il creditore si sostituisse al
debitore espropriato, accentrando vari poderi. I discorsi degli oratori
ci attestano questa frequenza di mutui ipotecari e ce ne danno un’idea
adatta anche le stele ipotecarie superstiti[241], che — fatto molto
notevole — cominciano appunto da questo quarto secolo. “Di tutte le
stele ipotecarie — si è osservato[242] — neppur una risale alla guerra
del Peloponneso. Il numero ne è troppo considerevole oggi, e non
si può attribuir ciò al caso della scoverta; onde, senza pretendere
che l’ipoteca non sia stata praticata che al quarto secolo, possiamo
ammettere che le stele ipotecarie siano riapparse solo a quest’epoca,
al momento stesso in cui il sistema delle ipoteche avea il suo
completo sviluppo„. Si aggiunga pure che, per quanto, date le varie
vicende ed anche le crescenti imposizioni del tempo, la proprietà
mobiliare presentasse de’ vantaggi sull’immobiliare, pure il capitale
mobiliare dovette essere tratto all’investimento in fondi, quando
i cereali, come spesso accadde, crebbero di prezzo[243], e un tale
impiego potè apparire proficuo. Il sistema degli affitti, non limitato
esclusivamente a’ beni degli enti morali[244], ci attesta anch’esso,
con la sostituzione della cultura avente carattere d’intrapresa alla
cultura diretta, una nuova fase della proprietà immobiliare.
Finalmente, non mancano nemmeno chiari accenni e dati concreti, che
mostrino possedimenti di larga estensione e una concentrazione della
proprietà fondiaria. Demostene vi accenna esplicitamente là dove
dice che “parecchi possiedono più terra che non tutti voi che siete
nel tribunale„[245]; asserzione ripetuta ed ampliata in un’altra
orazione[246], di cui vien negata peraltro l’autenticità. Si è
osservato[247], che i presenti nel tribunale poteano essere soltanto
duecentoun cittadino, ma potevano essere anche assai di più; e, per il
concetto approssimativo che possiamo formarci del numero de’ giudicanti
ne’ vari casi[248] e per la natura della causa, è lecito ritenere che
sieno stati, in quel caso, assai di più. In ogni modo la proporzione
di uno a duecento, tanto più se ripetuta, non è fatta per escludere la
concentrazione della proprietà.
Gl’inventari de’ fondi, desunti dagli oratori[249], con un valore
indicato, che va da duemila dramme a due talenti e mezzo, non valgono
nemmeno a fare indurre una grande distribuzione della proprietà
fondiaria, quando si consideri che, data la scarsa produttività del
suolo dell’Attica, quelle somme, per se stesse non tenui, poteano
corrispondere a proprietà non piccole, tanto più, quanto erano più
lontane da Atene. Le vendite di terre, per quel che ne sappiamo,
ascendono talora a un prezzo alto di tremila e cinquanta dramme, di due
talenti e mezzo; tal’altra hanno un prezzo assai tenue, che può valere
come indice dell’assorbimento de’ piccoli appezzamenti[250]. La varietà
de’ prezzi inoltre dovea dipendere anche dalla maggiore o minore
lontananza dal centro; così che, quando, nelle epigrafi della tassa
sulle vendite, troviamo venduti a prezzi non rilevanti terre in demi
lontani, come quello di Anaflysto verso il capo Sunio e di Kydantide
(alle falde del Pentelico?)[251], il basso prezzo non depone, per sè
solo e in via assoluta, contro l’estensione. È stato rilevato che “il
tratto caratteristico di un paese di grande cultura è la tendenza
che hanno i proprietari ad aggruppare i loro beni in uno stesso
luogo, in modo da costituirne una sola coltivazione: la sorveglianza
ne è più facile e le spese di mano d’opera diminuiscono. Per tutto,
all’incontro, ove la proprietà è sparsa, si può affermare arditamente
che il suolo è frazionatissimo„[252]. Ma, se io non m’inganno, qui si
identificano a torto due cose, che hanno azione reciproca è vero, ma
che non sempre si escludono: — la piccola cultura e la concentrazione
della proprietà. La scarsa produttività del suolo dell’Attica avea resa
necessaria, insieme ad alcune speciali forme di cultura intensiva, la
piccola cultura. In paesi di maggiore fecondità e di cultura estensiva,
anche senza uscire dalla Grecia, la concentrazione della proprietà
avveniva più facilmente ed assumeva la forma del latifondo. A Sparta
specialmente, dove ogni podere aveva la sua scorta viva, non di schiavi
propriamente detti, ma di addetti alla gleba, d’iloti, era evitata
anche la ben nota incompatibilità della coltura de’ cereali con la mano
d’opera servile[253], e il latifondo quindi si costituiva facilmente
e rapidamente, con una semplice aggregazione di parti: tutta la fatica
consisteva nell’ereditare, o nell’anticipare il capitale d’acquisto. In
Atene, invece, il frazionamento della proprietà, reso indispensabile
dal metodo di cultura e favorito per un certo tempo da’ poteri dello
Stato, opponeva un ostacolo gravissimo alla formazione del latifondo
ed un ostacolo relativo alla concentrazione della proprietà, ma non
un ostacolo insuperabile, specie rispetto alla concentrazione. Dove
il terreno era adatto alla cultura di cereali, o boscoso, facilmente
si costituiva il latifondo, e ce ne porge esempio il caso di Fenippo,
il cui fondo, se ne valuti come si vuole l’estensione[254], dava
un prodotto di mille medimni di grano, ottocento metreti di vino e
dodici dramme al giorno di legna[255]. Non abbiamo nessuna ragione di
ritenere che questo fosse un caso isolato; ed anzi, dove concorrevano
identità di condizioni, secondo ogni probabilità, dovea nascerne
il medesimo effetto. Il rincaro stabile de’ cereali, spinto spesso
durante il quarto secolo a prezzi di carestia, sino al punto da
superare notevolmente il prezzo del vino, come appare dalla stessa
orazione contro Fenippo[256], dovette sviluppare sino al suo estremo
limite la cultura de’ cereali e con essa la possibilità di fondi più
estesi. Nell’inventario de’ fondi menzionati dagli oratori attici, i
poderi di due talenti[257] e due talenti e mezzo[258] sono ad Eleusi
e a Thria, appunto nelle zone dell’Attica produttrici di cereali. Non
manca nemmeno il classico desiderio di arrotondare il proprio fondo, la
_libido agri continuandi:_ Demostene nell’orazione contro Callicle ce
ne dà un esempio[259].
Ma, indipendentemente dalla formazione del latifondo, che non
potea costituire il tratto generale della proprietà nell’Attica, la
concentrazione avveniva con la riunione di appezzamenti separati e
distinti in mano di un solo. L’attestazione di casi simili ricorre
specialmente negli oratori[260]: a questa stregua vanno fors’anche
intesi i venti talenti di possessioni immobiliari del banchiere
Pasione[261].