Un’altra anomalia, che rappresentava l’eccesso opposto della
concentrazione, ma che produceva effetti sociali analoghi, avveniva
nella proprietà immobiliare dell’Attica con quel frazionamento
crescente de’ piccoli lotti, a cui oggi si dà il nome di
_polverizzazione_ del suolo. Ce lo attesta, se non direttamente,
almeno indirettamente, il censo del cadente secolo quarto; e del
resto era conseguenza naturale di un sistema di successione, che,
non riconoscendo il diritto di primogenitura[262], ad ogni passaggio
di proprietà per causa di morte, spezzettava ancora il già piccolo
appezzamento. La legge[263] poi, o, per chi non la ritenga tale, la
consuetudine comune di assegnare in contanti la dote alle eredi, se
evitava un maggiore smembramento della proprietà, d’altro lato la
gravava di debiti, rendendone sempre più difficile la condizione e
formandone un inceppo irrimediabile. La piccola proprietà quindi,
pur sopravvivendo, era soggetta ad una crisi permanente. Gli stessi
rincari, che secondo Demostene arricchivano gli agricoltori, giovavano
in realtà a’ grandi proprietarî i quali avevano molti prodotti
da vendere, anzi che a’ minuscoli, che, nelle cattive stagioni si
caricavano di debiti, e, nelle buone stagioni, sotto il peso della
concorrenza, non riescivano a pagarli con l’esiguo raccolto. La piccola
proprietà si veniva a trovare così in una condizione somigliante a
quella in cui si trova nel tempo nostro, e il cui malessere intimo
fu così bene intuito e rilevato dal Marx, prima, e poi da altri,
per la Francia del secondo Impero. In quel paese classico della
piccola proprietà, secondo un calcolo fatto pel 1815[264], non meno
di un milione centounmila quattrocento ventuno persone possedevano
un mezzo ettaro di terra a testa. “Ma — diceva il Marx[265] —, nel
corso del secolo decimonono l’usuraio delle città ha preso il posto
dell’usuraio feudale, l’ipoteca ha sostituito il tributo feudale, il
capitale borghese ha surrogata la proprietà fondiaria aristocratica.
Il boccone di terra del contadino non è che il pretesto che permette
al capitalista di estrarre dalla coltivazione profitti, interesse e
rendite: egli lascia al coltivatore la cura di tirarsi d’impaccio da sè
per ritrovare il suo salario... La proprietà sminuzzata produce infine
una soprapopolazione disoccupata, che non trova posto nè in campagna,
nè in città e che, quindi, corre dietro agl’impieghi di Stato, come
dietro a una specie di elemosina rispettabile...„.
I frammenti de’ conti della centesima prelevata sulle vendite[266], che
partono appunto dalla seconda metà del secolo quarto, ci mostrano le
varie vendite che, mentre nel complesso ascendevano ad oltre tredici
talenti, a venti talenti e più, a quattro mila ottocento trentasette
dramme, comprendevano il piccolo orto di dugento cinquanta dramme,
gli appezzamenti di cento, di centosessantadue, di dugento cinquanta
dramme; e in un caso — ciò che non è privo di valore per l’indotta
concentrazione della proprietà — una stessa persona, Diofanto Sfettio,
ci apparisce tre volte successive come acquirente, e in due altri,
due altre persone, Mantiteo e Atarbo, acquistano ciascuno due lotti
distinti[267].