XV.

Del resto lo stesso Senofonte fa dire da Socrate[216] a Carmide

come l’assemblea, in fondo, è composta da tintori, lavoranti di

cuoio, falegnami, lavoranti in metalli, agricoltori, commercianti

e rigattieri. Questo ceto di artigiani, che, come Socrate stesso

osservava, costituiva il nucleo dell’assemblea, avea acquistata una

vera importanza politica; e, dopo la morte di Pericle, dava esso dal

suo stesso seno alla repubblica i suoi uomini di Stato e, d’accordo col

ceto de’ commercianti, costituiva un partito opposto specialmente a’

proprietari fondiari, e imprimeva alla politica ateniese un indirizzo,

tendente a dare o a mantenere alla città il carattere e la posizione di

sovrana del mare e centro economico e morale del mondo ellenico.

Pochi periodi sono atti a mostrare, al pari di questo, come la storia

non è che una lotta di classi; tanto sulla fine del V secolo, in

Atene, gl’interessi degli abbienti e de’ proletari, della proprietà

fondiaria e della proprietà mobiliare divenivano sempre più opposti e

cozzanti, e trovavano un’eco, una voce ed un’arma nella letteratura,

nella filosofia, nel teatro. Specialmente la commedia assumeva una

forma schiettamente politica; e, sotto i più arditi e più fantastici

travestimenti, chiedendo fino agli uccelli, alle vespe, alle rane

i nomi e le forme, invadendo le regioni dell’aria e le inferne,

portava sulla scena gli uomini e le lotte contemporanee e, grazie alla

veemenza della passione e alla facoltà di rispecchiare direttamente e

sinceramente la vita popolare, smentiva l’aforisma che poema politico

fosse anche necessariamente poema noioso.

Ben dice il Renan[217] che “il quadro della cultura umana creato dalla

Grecia può essere indefinitamente allargato, ma è completo nelle sue

parti. Il progresso consisterà eternamente a sviluppare ciò che la

Grecia ha concepito, a riempire i profili che essa ha, se si può dir

così, stupendamente abbozzati„.

Gli è che in Grecia, e specialmente in Atene, con l’accumulazione della

ricchezza e la formazione di un proletariato di liberi, col crescere

de’ bisogni e con l’industre e ingegnosa operosità nel cercare i mezzi

tecnici di soddisfarli, si veniva formando un ambiente, che, nella sua

struttura economica, superava spesso i confini dell’economia antica,

per costituire come un’anticipazione del nostro ambiente economico;

e da quel sostrato materiale di vita, quasi da un terreno lietamente

fecondo, germogliavano i maggiori problemi della vita politica e

intellettuale e la possibilità di un’elevata coltura e di una vita del

pensiero, e instituzioni e concetti giuridici e sistemi di filosofia

pratica e speculativa della più larga comprensione.

Quella lotta di classe contro classe che, alla sua volta, facea luogo,

nello stesso campo chiuso della classe, ad una lotta più acre di

uomo contro uomo, dovea richiamare naturalmente, con la stessa sua

persistenza e con la sua azione sempre più deleteria, l’attenzione de’

pensatori, tanto più, quanto, in quel fiorire di tante energie della

vita, la loro aspirazione si elevava verso un’associazione politica

euritmicamente equilibrata; e si dovea così essere tentati a ricercare

le cause sempre più remote di quel dissesto, per poterle recidere nella

loro radice.

Quel rigoglioso germogliare d’ideologie, di schemi, di utopie e di

teorie, che scalza credenze e costumi tradizionali, che si propone

di dare un nuovo fondamento teorico alla società e alla vita

giuridica, e indaga le condizioni dello Stato migliore, foggiandone

all’occorrenza il modello; ha le sue radici in uno stato di cose

incerto, oscillante, non più adatto a’ bisogni presenti, ed è l’indice

migliore di un sistema di vita, che sta per compiere il suo cielo,

e di un altro che si annunzia in forma vaga ed incerta. L’ordine

costituito cercava una giustificazione teorica e non la trovava che

nella forza, nell’imposizione di una prepotenza, nella confusione del

giusto con l’utile, non universale, ma personale; una giustificazione,

che avea in sè gli elementi della sua negazione e, con intento e

forma conservatori, riesciva ad uno scopo nettamente rivoluzionario,

cancellando virtualmente la differenza tra il padrone e lo schiavo[218]

e suscitando così una diuturna insurrezione e un permanente conflitto.

Ma tutto ciò non era che la conseguenza logica di quelle condizioni

materiali, che, in tutta la Grecia, ove più ove meno, aveano reso più

acre e disperato l’urto degl’interessi cozzanti: e le lotte civili

di Argo e Corcira, la guerra senza quartiere tra ricchi e poveri, la

perversione morale, che accompagnava quello stato di guerra interna ed

esterna, non sono spiegate, ma spiegano questa nuova evoluzione delle

idee politiche e morali[219].

D’altro canto lo stesso stato di malessere e il senso di angustia

materiale e morale, che emanava da siffatte condizioni di vita, dovea

riflettersi nel pensiero come l’aspirazione a forme sociali e politiche

coerenti in ogni loro parte e organiche nelle loro funzioni. L’unità

rotta nella pratica si ricomponeva nella concezione ideale e il

dissidio della vita diveniva concordia nel pensiero. “Al punto di vista

individualista-atomistico, che identificava senz’altro lo Stato con i

suoi temporanei e personali elementi e lo risolveva in un complesso

di unità meccaniche, si opponeva un altro punto di vista, il quale

riconosceva un interesse sociale collettivo, che non si esauriva nella

somma degl’interessi singoli e cercava di concepire lo Stato come un

tutto coerente con un contenuto distinto da quello della somma delle

sue parti„[220].

Così Socrate riesciva a vedere nello Stato il supremo organismo etico,

nella politica lo scopo del benessere universale, nell’arte di governo

il compendio di tutte le virtù; ma, appunto perchè della virtù è base

il sapere, faceva della capacità la condizione di partecipare alla

direzione dello Stato[221]; ed egli stesso, che avea teoricamente

riabilitato il lavoro libero, nel campo politico veniva ad abbassarlo,

riconoscendo in esso un impedimento a una compiuta educazione

civile[222].

E la concezione socratica dello Stato domina tutta la successiva

speculazione, che, pur nelle parti in cui se ne discosta, non è che un

suo naturale sviluppo.

Nell’ideale concezione platonica lo Stato non è che la giustizia

realizzata con una razionale distribuzione di funzioni, compiute

da’ più adatti. Ma al grande idealista non avea potuto sfuggire la

perturbazione, che alla vita di un tale organismo politico, ed anzi

alla funzione di ogni arte[223], arreca il conflitto d’interessi, il

contrasto della ricchezza e della povertà; e così Platone introduceva,

quasi per necessità logica, quel comunismo, che egli limitava alla

classe de’ custodi dello Stato, e che i preposteri o veri suoi

satireggiatori[224] e i suoi censori[225], più logici in questo di lui,

assumevano in forma più generale.

Quest’ideale comunista, che, pur così circoscritto, appariva la prima

volta, per una ironia della storia, nell’opera di uno scrittore

aristocratico e di tendenze conservatrici, dedotto da un puro

fondamento di ragione, sorgeva troppo tardi e troppo presto: troppo

tardi, rispetto ad alcune più antiche e superate forme di utilizzazione

sociale o gentilizia della terra; troppo presto, rispetto a quello

svolgimento delle forze produttive, che dovea poi dare all’ideale

comunista un sostrato scientifico e pratico al tempo stesso e accennare

a farne non una categoria logica, ma una categoria storica; non una

semplice forma ideale di miglior reggimento, ma una necessità economica

presente ed obbiettiva. Il limitato svolgimento delle forze produttive,

mantenendo la produzione nel suo periodo di piccola e diretta

produzione, facea sentire a’ Greci antichi il bisogno dell’uguaglianza,

cioè della proprietà privata estesa a tutti, non già del comunismo, la

cui idea, se anche teoricamente trovasse qualche discepolo, rimaneva

politicamente sterile. Così Aristotele poteva agevolmente combatterla

mettendola in relazione alle condizioni economiche e a’ sentimenti

del tempo; come, in base alla semplicità e alla natura inerte dello

strumento tecnico, poteva decretare eterna la schiavitù, nè da Socrate,

nè da Platone mai rinnegata e le cui catene venivano ora ribadite

dal filosofo di Stagira con un sofisma, che non era se non un abile

travestimento e un’ingegnosa fusione della teoria socratica, la quale

dava il governo a’ più capaci, e della sofistica, che assoggettava i

meno forti a’ più forti.

Ma, mentre queste teorie, figlie del loro tempo, presumevano chiudere

la realtà nella cerchia delle personali previsioni o della dotta

speculazione; per una evoluzione continua e persistente, di cui si

percepivano alcuni fenomeni più salienti e si scorgevano i caratteri

esteriori ma non si valutavano le conseguenze non immediate, si

preparavano, nell’accumulata ricchezza e nel crescente proletariato,

gli elementi, che avrebbero poi eliminata la servitù col sostituirvi

il salariato. E — val la pena di notarlo — il comico conservatore,

che, forte sul terreno della realtà, derideva l’utopia, vedea, senza

volerlo, più lontano degli altri, quando introduceva sulla scena

la _Povertà_ per additare in essa la causa delle cause di tutta la

vita sociale, la ragione ultima del moto automatico di tutta la vita

economica e delle sue molteplici attività[226]. La schiavitù stessa non

era che uno de’ tanti suoi effetti[227]: rotta la catena, che avvinceva

il servo al padrone, ne sarebbe rimasta ancora, come ripeteranno più

tardi un retore[228] e un filosofo stoico[229], un’altra invisibile e

perciò più forte e più difficile a spezzarsi, _la fame_, che in maniera

difforme, eppure non sostanzialmente diversa, avrebbe riprodotta,

sotto diverso aspetto, la soggezione di una parte del genere umano ad

un’altra.

Il tramonto della schiavitù nel mondo antico · 第 29 / 73 题