È stato spesso ripetuto, e si ripete ancora, che il soldo dato a’
cittadini nelle assemblee, ne’ collegi giudiziari, ne’ teatri, li
distogliesse dal lavoro, fornendo loro il mezzo di una vita oziosa. E
pure questa è un’opinione, che non regge ad un esame accurato.
Delle assemblee politiche si può ritenere che non ve ne fossero,
normalmente, più di quaranta per anno[208], e l’indennità di presenza
a’ cittadini fu di un obolo, di due, di tre forse per più lungo tempo:
al tempo di Aristotile salì a nove oboli per l’assemblea principale
e ad una dramma per le altre[209]; ma le cresciute esigenze della
vita e il numero limitato delle adunanze non poteano farne un mezzo
per sostentare la vita. Più frequenti delle assemblee politiche
erano le adunate de’ collegi giudiziari; ma l’indennità accordata a’
giudicanti non superò mai i tre oboli[210], e le convocazioni delle
giudicature dovettero necessariamente scemare, quando Atene perdette
il potere giurisdizionale sugli alleati. Inoltre erano legalmente
giudici i cittadini, che aveano sorpassati i trent’anni, e realmente,
per lo più, i vecchi che non aveano altra occupazione. Secondo la
costituzione delle giudicature, poi, nelle cause meno importanti
e però più frequenti, i giudici erano dugentouno, vi partecipava
quindi limitatamente la cittadinanza[211]. L’indennità di assistenza
agli spettacoli, che, probabilmente per un equivoco chiarito ora
indirettamente dall’Ἀθηναίων Πολιτεία, Plutarco fece introdurre
da Pericle, fu concessa in tempi posteriori; e, per quanto nel IV
secolo assumesse importanza, se era versata, sotto una forma od
un’altra, come diritto d’entrata al teatro, non potea rappresentare
un mezzo di sussistenza. Ed anche chi, ammettendo conclusioni non
in tutto accettabili, voglia ritenere nella misura più alta le
indennità teatrali, ammettendo che lasciassero un margine di guadagno
a’ cittadini e si estendessero da venticinque a trenta ricorrenze
festive[212]; pure non riescirà a farne un contributo di qualche
rilievo per la sussistenza del cittadino.
Così il soldo largito dallo Stato sotto queste varie forme, anche
quando raggiunse la proporzione più alta, non potè mai rappresentare,
nemmeno per quella parte de’ cittadini che ne poteva usufruire,
un’entrata stabile e continua, che toccasse i tre oboli al giorno. E
tre oboli al giorno, se si crede ad Aristofane, rappresentavano appena
il guadagno giornaliero di una delle più basse categorie di lavoratori
manuali, forse della più bassa (πηλόφοροι)[213]; equivalevano al
prezzo minimo di un sesto di medimno di frumento; e il frumento, che,
anche oggi, è soggetto ad una continua oscillazione di prezzi, allora,
specialmente in un paese vivente d’importazioni come l’Attica, era
esposto a continui, rapidi e notevoli rincari.
Non si saprebbe dunque ammettere che, quand’anche il soldo, percepito
sotto varie forme dallo Stato, avesse potuto sopperire al minimo
della sussistenza, i cittadini rinunziassero a spiegare, lavorando,
un’attività che migliorasse le loro condizioni, per fare una vita
grama e penosa quale potea farla uno spazzaturaio. Ma in questo,
come in altre cose, si è stati fuorviati sopra tutto dall’abitudine
di attribuire a’ giudizi e alla satira di Aristofane un valore
obbiettivo, che mal si concilia col suo carattere di comico e più di
partigiano[214].
Il crescere graduale del soldo, lungi dal valere come un mezzo che
distoglieva i lavoratori dal loro mestiere, prova invece come il
lavoro professionale di molti rendesse necessario un indennizzo
sempre crescente, che li compensasse del tempo sottratto al mestiere e
l’inducesse a non disertare le pubbliche adunanze[215].