I conti de’ lavori dell’Eretteo[200], alla fine del V secolo (408 a.
C.), ci mostrano che il lavoro qualificato tendeva già ad assumere
preferibilmente la forma del cottimo, o del _forfait_, quasi di un
appalto, ciò che attesta un maggiore sviluppo del lavoro ed anche
una maggiore concorrenza. Ma, accanto al cottimo, ricorre pure la
locazione d’opera a giornata per lavori, che, anche senza esigere un
lungo tirocinio e singolari attitudini, costituivano nondimeno un
lavoro qualificato, come quello del segatore, del falegname, ecc.;
e la mercede giornaliera è di una dramma, o intorno ad una dramma.
Ora, lavori di questo genere non avrebbero potuto essere compiuti per
i singoli privati da propri schiavi non esercitati, senza perdita
di tempo e il danno di una imperfetta esecuzione; e uno schiavo,
particolarmente addetto a questi lavori, non avrebbe potuto essere
impiegato per proprio uso dal padrone in tutto l’anno, nè a volerlo
locare giorno per giorno ad altri, come pure talvolta accadeva, si
sarebbe potuto esser sicuri di tenerlo sempre occupato. Così, per poco
che il prezzo di uno schiavo, adatto a un lavoro qualificato, superasse
il prezzo medio di tutti gli schiavi, l’interesse corrispondente al
capitale anticipato e la maggiore rata di ammortamento e la difficoltà
di un utile impiego continuativo costituivano tanti motivi che ne
sconsigliavano l’acquisto. Da ciò derivava, simultaneamente, come
una doppia conseguenza: che, da un lato, mancava l’interesse di
promuovere l’educazione tecnica degli schiavi, e, dall’altro, il lavoro
qualificato tendeva sempre più a formare speciali mestieri coltivati
da lavoratori liberi, che, esercitandoli spesso ereditariamente, si
procacciavano una clientela adatta, e con l’aiuto di altre riprese,
con la maggiore libertà di movimento, sotto la spinta più potente
dell’interesse personale, poteano più facilmente vivere e trovare
impiego.
Ma la guerra del Peloponneso, resa inevitabile dal desiderio sempre più
intenso di espansione commerciale e dalla crescente egemonia di Atene,
che si risolveva in aggravi sempre maggiori per gli alleati e soggetti
ed in preoccupazioni sempre più vive per gli emuli ed avversari;
imposta dalle condizioni stesse interne di Atene, dove la ricchezza
mobiliare e il proletariato cercavano nuove sorgenti di sussistenza e
di guadagni; la guerra del Peloponneso dovea, con le sue vicende e la
sua fine disgraziata, acuendo gli stessi contrasti interni di Atene,
creare una condizione di cose che, coattivamente, obbligava il lavoro
libero a svolgersi e cercare un impiego.
Iniziata appena la guerra, l’esercito peloponnesiaco avea invaso il
territorio dell’Attica; e l’invasione s’era poi ripetuta quattro altre
volte, nel 430, nel 428, nel 427, nel 425, sino all’abile diversione
che avea avuto per effetto l’episodio di Pilo[201]. Fin dal primo
annunziarsi de’ nemici, gli abitanti della campagna erano stati, benchè
assai a malincuore, costretti a ricoverarsi in città; e s’immagina
facilmente quale effetto abbia potuto avere per l’agricoltura, e
specialmente per le colture intensive, l’accamparsi e lo scorrazzare
di un esercito nemico, per giunta non rintuzzato, che, al sicuro
di ogni assalto, potè così una volta spingersi fino al Laurio.
L’eco dell’irreparabile danno rimane ancora viva nelle commedie di
Aristofane, specie nella _Pace_ e negli _Acarnesi_, che son tutte un
rimpianto de’ campi devastati e sopra tutto delle vigne distrutte.
La peste sopravvenuta nel secondo anno della guerra, pel suo noto
carattere infettivo, se fece strage de’ liberi, dovette fare sterminio
maggiore de’ servi, meno curati, peggio nutriti, più esposti; e la
difficoltà sempre maggiore di approvvigionamento, le tristi vicende
della fortuna pubblica e privata, la impossibilità di impiegare
utilmente nella città i servi già addetti all’agricoltura ne dovettero
ancor più, per vario modo, ridurre il numero. L’occupazione di Decelea,
poi, fatta per consiglio di Alcibiade nel 413, proprio mentre l’impresa
di Sicilia volgeva verso la sua tragica fine, fu come la spada di
Damocle sospesa sopra Atene: fu la devastazione de’ campi organizzata
in permanenza, un impedimento fisso ad ogni stabile ed efficace
coltura, e, al tempo stesso, un richiamo di fuggitivi. Tucidide[202] ci
dice che ben ventimila schiavi, da lui definiti come operai (τεχνίται),
si sottrassero con la fuga; e, come ci è forse lecito argomentare da
altri dati, doveano essere, per una parte notevole, schiavi addetti
alle miniere[203]. In questo dato troviamo pure una riprova che i servi
addetti all’agricoltura, compresi oppur no nell’epiteto tucididèo,
erano già ridotti a’ minimi termini, se non a dirittura scomparsi,
perchè, in caso contrario, essi, meno custoditi e più vicini a Decelea,
avrebbero dovuto dare a’ fuggitivi un contingente maggiore degli
schiavi cittadini e di quelli stessi del Laurio.
Intanto la notevolissima mortalità degli schiavi, le loro fughe, la
difficoltà d’impiegarli stabilmente nell’agricoltura, l’imposta per
quanto lieve[204] da pagare allo Stato per ognuno di loro; erano tanti
fatti, che, presi insieme, doveano indurre ad eliminare, in quanto
fosse possibile, il lavoro servile per surrogarlo col lavoro libero.
E il lavoro libero, dal canto suo, tendeva a questo punto, sotto la
pressione del bisogno e per necessità di cose, a prendere il posto del
lavoro servile.
Ridotta, col disastro della sua agricoltura, a vivere quasi
esclusivamente d’importazione, Atene avea dovuto volgere la sua
attività, per quanto fosse possibile in istato di guerra, alla
produzione di manufatti; ma, quale che potesse essere la richiesta
di questi, nelle condizioni del tempo, in cui, in gran parte, si
provvedeva con la produzione familiare e locale al consumo locale e
familiare, l’esportazione, in ogni modo, dovea riescire inceppata
durante la guerra, che chiudeva tanti mercati e facea malsicuri i
trasporti; peggio che inceppata dopo la guerra terminata con la rovina
della potenza ateniese. Lo Stato poi s’era stremato sotto lo sforzo
continuo ed immane di una guerra così lunga, dispendiosa e fortunosa, e
le fortune private, mentre erano state minate e falcidiate dalla ruina
dell’agricoltura, dal venir meno de’ redditi ordinari e dal languire
de’ commerci, aveano per giunta dovuto sopportare per due volte, a non
grande distanza di tempo, il peso della contribuzione diretta (εἰσφορά)
prelevata nel 428 nella misura di dugento talenti[205] e nel 410 in una
proporzione forse maggiore[206].
Ricorrere pel sostentamento proprio e della propria famiglia al
lavoro manuale, era omai, per molti, una necessità imprescindibile.
Già i conti dell’Eretteo ci mostrano come nel 408 a. C. Ateniesi, in
numero proporzionalmente non indifferente, prestavano l’opera loro in
concorrenza con i metèci. Ma un quadro vivo e parlante della condizione
di cose, che si dovette verificare in Atene sul finire della guerra
del Peloponneso e subito dopo di essa, ce lo dà Senofonte ne’ suoi
Memorabili.
Niente forse è più adatto di quelle poche pagine a darci una idea
compiuta delle condizioni di Atene in quei giorni[207].
Alle conseguenze della guerra esterna si sono aggiunti i mali della
guerra civile, che provocano ancora l’intervento straniero. “La terra
non rende nulla, giacchè gli avversari sovrastano ad essa: niente
danno le case, giacchè gli abitanti si sono assottigliati. Nessuno
compera e in nessun modo vi è da avere danaro in prestito„. Tornano
i cleruchi, ma sono stati spogliati di quanto possedevano nelle
cleruchie, e nell’Attica non hanno nulla, e non portano che l’offerta
delle loro braccia e il bisogno di sostentarsi. In questo stato di
cose, s’imbatte in Socrate Aristarco, che ha omai quattordici persone
in casa da mantenere, s’imbatte Eutiro, il cleruco rimpatriato; e da
tutto il lento avvolgersi e svolgersi della fine dialettica socratica
balza fuori, quasi da una necessità obbiettiva, come uno spontaneo
ed inevitabile insegnamento, come unico e imprescindibile rimedio,
il consiglio di ricorrere al lavoro più adatto, per elevarsi a quella
condizione materiale, che pur mo’ rendeva, agli occhi di uno di essi,
invidiati gli schiavi operai di Cyrebo, di Nausicyde, di Demea, di
Menone.
Così il proletariato ateniese si dedicava sempre più al lavoro sotto
l’impulso del bisogno, che la catastrofe immane della guerra avea
potuto rendere più vivo, ma che non avea cessato mai d’essere sentito.
E, per la imprescindibile dipendenza de’ concetti teorici da’ modi di
vita, l’opinione della dignità del lavoro si veniva ancora rialzando,
e trovava il suo riconoscimento nelle parole dell’uomo moralmente più
elevato del tempo, di Socrate.