Questo differenziarsi e specificarsi del lavoro manuale potè
limitatamente conciliarsi col lavoro servile nella manifattura; ma, la
manifattura, in Atene, per quanto se ne abbiano vari esempi, non dette
l’impronta a tutta la produzione, rimase bensì circoscritta ad alcuni
rami di essa; e, intanto che la manifattura sorgeva, si formava un ceto
di artefici, che doveano sostenere la concorrenza della manifattura,
fin che loro riusciva, e, vinti, doveano tendere a divenirne gli
operai. Gli schiavi, forniti omai a’ vari mercati, in gran parte, dalla
guerra e dalla pirateria, erano reclutati alla rinfusa, e difficilmente
aveano l’attitudine e l’esperienza tecnica, che ne rendesse possibile,
volta per volta, un utile impiego industriale, adatto al luogo, al
tempo, alle condizioni particolari di chi l’acquistava.
E a tutte queste difficoltà se ne aggiungeva un’altra.
Le vendite di schiavi, fatte all’asta, a quanto pare nel 415, in
seguito al processo degli Ermocopidi[197], ci mostrano che il loro
prezzo, sceso sino a settandue dramme nella vendita di un fanciullo
cario, ascendeva a centoquindici e centosettanta dramme per un Trace,
a centotrentacinque, centosessantacinque e dugentoventi dramme per
una donna tracia, a centoquarantaquattro dramme per uno Scita, a
centoventuno per un Illirio, a dugentoquaranta e trecentouno per un
Siro. Queste vendite si facevano all’asta, è vero; ma l’asta avea
luogo in uno de’ momenti relativamente più favorevoli della guerra
del Peloponneso, quando con audaci speranze e confidente iniziativa si
tentava l’impresa di Sicilia; e, per giunta, si trattava di schiavi,
che non doveano essere de’ peggiori, appartenenti, com’erano, a case
delle più benestanti ed anche delle più pretensiose. Si può dunque
ritenere di non andare lontano dal vero, fissando per questo periodo
a due mine, o ad un prezzo non molto inferiore, il valore venale di
schiavi, che, come questi, a quanto si può argomentare dalle epigrafi,
non aveano una speciale attitudine tecnica e doveano essere adibiti a
servigi domestici. Ma in un giro prossimo di tempo Senofonte facea dire
a Socrate: “Havvi un valore degli amici come degli schiavi. E degli
schiavi uno vale due mine, un altro neppure la metà di una mina, un
altro cinque e un altro dieci mine. Di Nicia figliuolo di Nicerato si
dice che abbia comperato per un talento un sopraintendente alle miniere
di argento„[198].
Il prezzo di un talento è, come si vede, l’eco di una voce
indeterminata; e può semplicemente servire a farci vedere come
il prezzo di uno schiavo potesse salire molto alto, specialmente
trattandosi di un direttore dell’azienda, la cui importanza, anche
nell’economia agricola, è rilevata con cura speciale dallo stesso
Senofonte[199]. E probabilmente in quell’uffizio uno schiavo avea
più pregio di un libero, perchè la sua condizione assicurava meglio
la continuità del suo ufficio, ne faceva una diretta emanazione del
padrone e, relativamente, lo assicurava meglio contro il pericolo
di sottrazioni e ruberie, non potendo lo schiavo possedere nulla di
suo proprio e non avendo quindi un’azienda sua propria, sotto cui
dissimulare, ed a cui profitto volgere gl’illeciti guadagni.
Se gli altri prezzi di cinque e di dieci mine e più oltre, invocati
ad esempio, si riferivano a schiavi, che avessero particolari pregi
o speciale attitudine ed educazione tecnica, il loro acquisto dovea
sempre più riescire di dubbia utilità e dovea, sempre che fosse il caso
di poter ricorrere al lavoro libero, indurre a surrogarlo al lavoro
servile.