XII.

Questo differenziarsi e specificarsi del lavoro manuale potè

limitatamente conciliarsi col lavoro servile nella manifattura; ma, la

manifattura, in Atene, per quanto se ne abbiano vari esempi, non dette

l’impronta a tutta la produzione, rimase bensì circoscritta ad alcuni

rami di essa; e, intanto che la manifattura sorgeva, si formava un ceto

di artefici, che doveano sostenere la concorrenza della manifattura,

fin che loro riusciva, e, vinti, doveano tendere a divenirne gli

operai. Gli schiavi, forniti omai a’ vari mercati, in gran parte, dalla

guerra e dalla pirateria, erano reclutati alla rinfusa, e difficilmente

aveano l’attitudine e l’esperienza tecnica, che ne rendesse possibile,

volta per volta, un utile impiego industriale, adatto al luogo, al

tempo, alle condizioni particolari di chi l’acquistava.

E a tutte queste difficoltà se ne aggiungeva un’altra.

Le vendite di schiavi, fatte all’asta, a quanto pare nel 415, in

seguito al processo degli Ermocopidi[197], ci mostrano che il loro

prezzo, sceso sino a settandue dramme nella vendita di un fanciullo

cario, ascendeva a centoquindici e centosettanta dramme per un Trace,

a centotrentacinque, centosessantacinque e dugentoventi dramme per

una donna tracia, a centoquarantaquattro dramme per uno Scita, a

centoventuno per un Illirio, a dugentoquaranta e trecentouno per un

Siro. Queste vendite si facevano all’asta, è vero; ma l’asta avea

luogo in uno de’ momenti relativamente più favorevoli della guerra

del Peloponneso, quando con audaci speranze e confidente iniziativa si

tentava l’impresa di Sicilia; e, per giunta, si trattava di schiavi,

che non doveano essere de’ peggiori, appartenenti, com’erano, a case

delle più benestanti ed anche delle più pretensiose. Si può dunque

ritenere di non andare lontano dal vero, fissando per questo periodo

a due mine, o ad un prezzo non molto inferiore, il valore venale di

schiavi, che, come questi, a quanto si può argomentare dalle epigrafi,

non aveano una speciale attitudine tecnica e doveano essere adibiti a

servigi domestici. Ma in un giro prossimo di tempo Senofonte facea dire

a Socrate: “Havvi un valore degli amici come degli schiavi. E degli

schiavi uno vale due mine, un altro neppure la metà di una mina, un

altro cinque e un altro dieci mine. Di Nicia figliuolo di Nicerato si

dice che abbia comperato per un talento un sopraintendente alle miniere

di argento„[198].

Il prezzo di un talento è, come si vede, l’eco di una voce

indeterminata; e può semplicemente servire a farci vedere come

il prezzo di uno schiavo potesse salire molto alto, specialmente

trattandosi di un direttore dell’azienda, la cui importanza, anche

nell’economia agricola, è rilevata con cura speciale dallo stesso

Senofonte[199]. E probabilmente in quell’uffizio uno schiavo avea

più pregio di un libero, perchè la sua condizione assicurava meglio

la continuità del suo ufficio, ne faceva una diretta emanazione del

padrone e, relativamente, lo assicurava meglio contro il pericolo

di sottrazioni e ruberie, non potendo lo schiavo possedere nulla di

suo proprio e non avendo quindi un’azienda sua propria, sotto cui

dissimulare, ed a cui profitto volgere gl’illeciti guadagni.

Se gli altri prezzi di cinque e di dieci mine e più oltre, invocati

ad esempio, si riferivano a schiavi, che avessero particolari pregi

o speciale attitudine ed educazione tecnica, il loro acquisto dovea

sempre più riescire di dubbia utilità e dovea, sempre che fosse il caso

di poter ricorrere al lavoro libero, indurre a surrogarlo al lavoro

servile.

Il tramonto della schiavitù nel mondo antico · 第 26 / 73 题