Accanto al lavoro servile sussisteva e si svolgeva il lavoro
libero[175].
Negli scritti specialmente de’ filosofi, più che il lavoro, i
lavoratori non godono di molta considerazione[176]; e la cosa è
naturale. Chi era in grado di vivere del lavoro altrui, avea modo
di dedicarsi esclusivamente alla politica, alla cultura della mente,
a quegli esercizi del corpo, che costituivano pe’ Greci un agone di
emulazione e di gloria. La sua persona quindi era meglio sviluppata
e più elegante, la sua mente si elevava, i suoi costumi, se non
s’ingentilivano, si raffinavano; e, chi non riesciva ad avere un
valore reale e diveniva soltanto un bellimbusto e un uomo alla moda,
raccoglieva pur sempre l’effimero successo della folla, che si ferma
volentieri a ciò che è bello esteriormente e che splende. Chi invece
dovea campare col suo lavoro la vita, assorbito nella sua opera
manuale, restava d’ordinario fisicamente e intellettualmente inferiore
a quegli altri; e il mondo che paga, quando lo paga, chi gli è utile,
e va dietro a chi lo diverte, non poteva che constatare la inferiorità
loro e considerarli da questo punto di vista. Sotto questo rapporto,
l’opinione degli antichi sul lavoro manuale non era che il riflesso
di uno stato di fatto; e, se anche oggi lo si dissimula con maggiore
ipocrisia, in fondo era lo stesso di quello che oggi impera anche
presso di noi, specie dove le condizioni della classe lavoratrice sono
più depresse e il loro sviluppo più basso. Ma anche allora, come ora,
ciò che spingeva al lavoro manuale era il bisogno, e, per quanto forte
potesse essere il pregiudizio contro di esso, il bisogno finiva per
vincerla sul pregiudizio.
Il lungo periodo di strettezze e di depressione economica, attraverso
cui era passata Atene specialmente, avea dovuto dare un impulso ad
ogni specie di lavoro utile; e la tradizione dell’incoraggiamento
all’esercizio de’ mestieri, è, come tante altre, riportata specialmente
a Solone[177]. Ma l’incremento de’ mestieri è tanto più antico: lo
provano l’antichità dell’industria ceramica, l’inno ad Efesto, la
tradizione che de’ lavoratori (ἐργάδεις) faceva nientemeno che una
tribù[178], la menzione di Solone stesso in una delle sue elegie[179],
i due posti d’arconte concessi a’ demiurghi dopo Damasia[180], le feste
artigiane[181]. L’inoperosità di quelli specialmente, che non aveano
come provvedere alla propria sussistenza, oltre all’esser corretta dal
bisogno, dovea destare una legittima preoccupazione ne’ reggitori dello
Stato, sino al punto di condurre a quell’accusa d’ozio (γραφὴ ἀργίας),
che si è voluta riportare sino a Dracone[182]. L’incoraggiamento
a’ mestieri e il proposito di trapiantare nell’Attica anche quelli
sin’allora ignoti o non diffusi, richiamandovi i forestieri, è cosa
che sta interamente nel carattere della legislazione e del tempo di
Solone[183]. Frenare, se non a dirittura impedire la diffusione della
schiavitù, è cosa conforme anche al periodo de’ tiranni: lo sappiamo
espressamente per Periandro[184], ed abbiamo facoltà di ammettere
altrettanto per Pisistrato. Benchè egli favorisse a preferenza il
lavoro agricolo, pure il progresso economico e la crescente costruzione
di opere pubbliche doveano, direttamente o indirettamente, condurre
alla diffusione delle arti manuali, allo sviluppo di un ceto di
artigiani.
Alla fine del secolo quinto la classe di artigiani era già largamente
diffusa: ne fa menzione Aristofane, ora in via di semplice accenno, ora
con piglio burbero[185]. Ma Plutarco[186], sopratutto, raccogliendo
poi la tradizione dell’età periclèa, ci mostra come l’operosità
spiegata nelle pubbliche costruzioni sotto la egemonia di Pericle
“con la varietà de’ bisogni, suscitasse tutte le arti e movesse tutte
le mani, dando quasi a tutta la cittadinanza una mercede ed ornando
così e alimentando al tempo stesso la città..... Giacchè vi erano
legname, pietre, rame, avorio, oro, ebano, cipresso e vi erano le
arti che lavoravano e adoperavano queste cose: falegnami, lavoratori
in rame, formatori, scalpellini, tintori, lavoranti in oro ed avorio,
ricamatori, fonditori, gente che attendeva a’ trasporti per mare, come
commercianti, barcaiuoli, piloti, e, per terra, come costruttori di
carri, vetturali, carrettieri, e poi funaiuoli, linaiuoli, calzolai,
selciatori di strade, lavoranti in metallo. Ogni arte, come ogni
generale ha il suo esercito, avea i suoi salariati ed i suoi aiutanti,
fatti organo e strumento di quella categoria di servizi; sicchè, per
così dire, tutti questi mestieri distribuivano e spargevano per ogni
età e per ogni sesso il benessere„.