Accanto al notevolissimo sviluppo economico, dovuto all’acquistato
imperio del mare, a’ commerci più doviziosi e frequenti, al danaro
abbondante, è facile immaginare quale azione dovesse avere sulla vita
ateniese anche questa semplice erogazione dello Stato, considerata
da sola. Opere costruite qualche volta con fretta precipitosa,
come ne’ lavori di difesa, sempre con tutta speditezza, esigevano
già, come primo ed immediato effetto, un gran numero di braccia,
e mettevano a partito tutte le forze utili di lavoro del luogo, ed
altre ne richiamavano di fuori. In linea secondaria e mediata, poi,
ne seguiva, che Atene diveniva un centro di popolazione sempre più
densa, e si rendeva più celere il giro della moneta, dato uno stato
di benessere come quello, in parte anche artificiale. Gli effetti si
riverberavano quindi su tutte le manifestazioni economiche del paese,
allargando, come avvenne, rispetto all’agricoltura, la zona della
coltura intensiva[161], e, rispetto alla produzione industriale,
portando quella maggiore divisione del lavoro e quella maggiore
perfezione del prodotto che, come già notava in un tratto tante volte
citato Senofonte[162], sogliono corrispondere appunto alla maggiore
richiesta, determinata da una maggiore popolazione. In questo periodo
dobbiamo fors’anche vedere il germe di quelle manifatture più o
meno rudimentali, più o meno sviluppate, di cui abbiamo più sicuro
documento al IV secolo, negli oratori, ma la cui esistenza è pure
indirettamente[163], o direttamente[164] portata a nostra notizia per
la fine del V secolo e il principio del IV.
È a questo periodo che dobbiamo attribuire uno sviluppo abbastanza
notevole della schiavitù ad Atene. Benchè, tra i molteplici fini
di quelle ingenti costruzioni, vi fosse quello di dar lavoro a’
cittadini[165], e per quanto potessero concorrere a prestare l’opera
loro tanti di quei meteci, che anche appresso sopperivano a tanta
parte delle esigenze del lavoro in Atene[166]; pure il numero degli
schiavi si dovette venire notevolmente accrescendo. Come domestici, per
il servizio stabile della casa, più che a preferenza, doveano essere
adibiti, si può dire, esclusivamente gli schiavi. Il lusso era ben
lontano dall’assumere in Atene le proporzioni che assunse nel periodo
dell’impero romano, e il numero degli schiavi addetti al servizio
domestico era contenuto in termini piuttosto modesti. I casi di schiavi
assai numerosi addetti al semplice servizio domestico e a quelli di
parata, si possono ritenere come rari ed eccezionali; mentre compaiono
in proporzioni limitate nelle commedie, e la scorta di persone ricche
e amanti di un certo fasto è limitata a pochissimi schiavi[167]. Molta
parte de’ servizi domestici dovea essere poi disimpegnata dalle donne
nella casa[168]. Il crescere dell’agiatezza e de’ bisogni ampliava in
ogni modo il numero degli schiavi. Ma, d’altra parte, molti bisogni,
a cui prima si sopperiva in casa, cominciavano ad essere soddisfatti
fuori. La vendita della farina[169], quella del pane[170], il sorgere
di speciali centri produttori di oggetti di vestiario[171] importavano
una diminuzione della gente di servizio domestica, addetta a quelle
bisogne; o l’esempio di Pericle[172], che si provvedeva fuori di casa,
a seconda del bisogno, di ciò che gli occorresse, dovea rappresentare
tutt’altro che un caso isolato.
L’industria estrattiva, e non delle miniere d’argento soltanto, ma
anche de’ materiali di costruzione[173], che veniva fatta in condizioni
di non molta sicurezza e riesciva grave, insieme, di pericolo e di
fatiche, era un retaggio degli schiavi. Le officine, le manifatture,
gli spacci più o meno grandi, là dove si sostituivano alla produzione
casalinga, adoperavano, almeno a preferenza, schiavi: ce lo fanno
argomentare il numero rilevante di schiavi operai (χειροτέχναι), a cui
accenna Tucidide, e le testimonianze esplicite, che troviamo del loro
impiego, dall’esordire del IV secolo.
Del numero concreto di schiavi esistenti allora in Atene non abbiamo
notizia; ma sappiamo in ogni modo che era inferiore a quello della
Laconia, inferiore anche a quello degli schiavi di Chio, che avea una
estensione inferiore a un terzo dell’Attica[174].