VIII.

Intanto, è noto, come, agli occhi de’ più, le ideologie, lungi

dall’essere, anch’esse, una conseguenza più o meno remota ed un

prodotto più o meno mediato dell’ambiente artificiale economico, che

gli uomini progressivamente son venuti formando e trasformando, sono

invece la causa e la ragione, il principio dinamico, insomma, delle

trasformazioni sociali. A quelli, che guardavano la storia anche da

questo punto di vista, non potea sfuggire come, indipendentemente

dal movimento cristiano, la natura umana era già stata riconosciuta

e rivendicata nello schiavo, il fondamento naturale della servitù

era stato già scosso e poi demolito. Poichè era sorta l’idea del

cosmopolitismo e si era andato formando un più generale ed elevato

concetto della consociazione umana e della persona umana, si era

venuto ad inculcare, direttamente e indirettamente, non meno che nel

Cristianesimo, un trattamento umano degli schiavi.

Già Euripide[64] avea detto che “in molti schiavi non vi è di brutto

che il nome, mentre l’animo è più libero che non sia quello de’ non

asserviti„, e Filemone[65] avea detto nella maniera più esplicita

che “se anche taluno è schiavo, è pur uomo non meno del suo padrone„.

Lasciando stare Terenzio[66], da cui la generica qualità d’uomo era

evocata pure in un verso, tratto poi ad assai più largo significato

di quello ch’ebbe in realtà; non si può leggere, senza averne la più

viva impressione, la lettera, con la quale Seneca[67], che riassumeva

e sviluppava il pensiero stoico, esprime, anche più chiaramente che

altrove, il suo concetto e il suo sentimento intorno agli schiavi:

“Son servi; son bene uomini; son servi; anzi camerati; son servi, anzi

umili amici; son servi, anzi consorti della nostra servitù, se vorrai

solo considerare per un momento quale potere abbia la fortuna verso noi

e verso loro. Perciò rido di costoro che hanno a vergogna lo stare a

cena con i servi.....„. “Vuoi tu riflettere come questo, che tu chiami

tuo servo, ha la medesima tua origine, sta sotto il medesimo cielo

e respira, vive, muore come gli altri? Tanto tu puoi allora vederlo

libero, come a lui è dato poterti vedere servo„..... “Questo è il

riassunto de’ miei precetti. Vivi con l’inferiore come vorresti che

un tuo superiore vivesse con te. Tutte le volte che potrai pensare a

quello che ti è permesso verso il tuo schiavo, ti venga in mente che

altrettanto dev’essere lecito al tuo padrone..... Vivi col servo con

animo clemente, più ancora, amichevolmente, e conversa con lui e con

lui consigliati e chiamalo alla tua mensa„.

È difficile concepire, tanto più se si guarda al tempo e all’ambiente

in cui furono scritte, parole più elevate ed umane; e non era

punto difficile che di esse e della tradizione filosofica, da cui

emanavano, si vedesse un riflesso ed un effetto diretto nel punto

di vista teorico, da cui omai i giureconsulti romani guardavano la

schiavitù; che ad esse si rannodassero le disposizioni che mitigavano

e disciplinavano la condizione de’ servi, e che allo stesso impulso di

pensiero si riportasse per una serie di gradi il lento sparire della

schiavitù[68].

Pure, chi rifletta, comincerà a dubitare fortemente dell’efficacia

delle parole di Seneca e degli stoici, quando veda, senza andar

fuori della stessa lettera citata, come quelle parole si perdessero

inascoltate, e consideri come quel movimento di pensiero non uscisse

da una breve cerchia di persone e si andasse sempre più, da un lato,

attenuando e, dall’altro, mostrando impotente contro il mondo che

voleva modificare. Se ne persuaderà ancor meno, considerando da quali

principi movesse la filosofia stoica ed a qual fine intendesse[69].

Socrate, di fronte all’impotenza delle scienze fisiche a risolvere

i problemi della filosofia, ne avea cercato in sè stesso una più

soddisfacente risposta, spostando l’oggetto dell’indagine dal mondo

esterno nel mondo interiore. La filosofia platonica e l’aristotelica

si erano mostrate impotenti a risolvere nel campo delle istituzioni

politiche i problemi della vita pratica e a realizzare nell’ambito

dello Stato il compimento del dovere e del benessere umano; mentre

gli Stati, che aveano costituito il sostrato o il modello della

speculazione platonica ed aristotelica, decadevano e ruinavano,

esauriti, sotto l’incalzare degli avvenimenti e di esigenze più

vaste. La filosofia stoica, con un proposito eminentemente pratico,

sorgeva per risolvere, fuori e indipendentemente dalla politica, il

problema morale, ponendo termine al dualismo e al contrasto platonico

e aristotelico tra mondo interiore ed esterno, tra il pensiero

e la realtà, col dare la prevalenza all’elemento razionale e col

cercare nell’equilibrio dello spirito e nella conformità dell’azione

individuale all’ordine razionale quel benessere e quella regola della

vita, che inutilmente erano stati chiesti ed ora non si potevano neppur

più chiedere ad uno o ad un altro ordinamento politico.

La base eminentemente subbiettiva della morale stoica e il contrasto

con la realtà della vita, che, disconosciuta, reagiva e rivendicava

tutti i suoi diritti, hanno fatto sì che la filosofia stoica, secondo

i diversi tempi e i diversi suoi seguaci, si presentasse talvolta

sotto parvenze un po’ discrepanti; rasentando talora la dottrina e

l’atteggiamento de’ cinici e tal’altra inclinando ad un mal dissimulato

opportunismo; ora predicando l’astensione dalla vita politica, ora

accettando di parteciparvi; ora guardando alla vita dall’alto, quasi

con olimpico dispregio, or fecondando con un senso di benevolenza, che

diveniva quasi pietà e filantropia, il suo cosmopolitismo teorico[70].

Ma, attraverso tutte queste varietà accidentali e queste attenuazioni,

rimane sempre, come fondo della dottrina, che la sapienza e la felicità

della vita consistono nell’emanciparsi, nella forma più assoluta,

dal mondo esteriore e dagli affetti, intesi in maniera ora più larga

ora più stretta, come quelli che attestano appunto l’azione del

mondo esterno su noi. Riporre l’ideale della vita in ciò che dipende

esclusivamente ed assolutamente da noi (τὰ ἐφ’ ἡμῖν); e, rispetto a ciò

che è fuori di noi (τὰ οὐκ ἐφ’ ἡμῖν) che da noi non dipende, che che

esso si sia[71] — ricchezza, salute, figliuoli, oppressione, lusinga

— adottare il supremo rimedio della _tolleranza e della rinunzia_

(ἀνέχου καὶ ἀπέχου), mantenendo ad ogni costo la serenità dell’animo

(ἀπαθία)[72]: ecco i criteri fondamentali e le regole di condotta della

scuola stoica[73].

Secondo la bella immagine di M. Aurelio[74], la vita dovea essere

pari a “quella fonte limpida e dolce che, offesa a parole da chi le

sta accanto, non cessa dal versare la sua acqua dolce: infangata ed

insozzata, subito disperde ed elimina la bruttura e non ne resta punto

maculata„.

Un’azione diretta quindi a modificare legalmente l’istituzione della

schiavitù, o ad abolirla, è fuori dell’orizzonte della filosofia

stoica; anzi implica una palese contraddizione alla sua dottrina,

perchè avrebbe fatto dipendere da un diverso rapporto esteriore degli

uomini e delle cose, da qualche cosa di mutevole ed accidentale, quello

che occorreva chiedere soltanto ad una disciplina tutta interiore della

propria anima.

“Fa quel che la natura comanda — diceva M. Aurelio —; opera se ti sia

dato, e non curarti se qualcuno lo saprà, nè sperare la repubblica di

Platone„[75].

L’utopia politica era così eliminata e resa inutile dall’utopia morale.

E Seneca scrivea tutta una lettera[76] per contraddire chi diceva

che i cultori della filosofia fossero orgogliosi e ricalcitranti

e dispregiatori de’ magistrati e de’ re e di quelli da cui si

amministrava lo Stato. “Quell’uomo puro e sincero — egli diceva —

che si appartò dal foro, dalla curia e da ogni amministrazione dello

Stato, per ritrarsi nella cura di cose maggiori, ama quelli per opera

de’ quali gli è lecito di far ciò, e da solo attesta loro la sua

gratitudine, e si professa obbligato ad essi che non lo sanno neppure„.

Di una emancipazione civile degli schiavi non si trova accenno negli

stoici, al pari che negli altri loro contemporanei: era infatti fuori

l’orizzonte economico e giuridico di tutti, e per gli stoici, si

aggiunga, era fuori l’ambito della loro attività.

Seneca possiede servi, e quanti! Trova anzi ragione di ammirarsi e di

compiacersi, quando un improvviso incidente di viaggio gli mostra che

possono bastargliene anche meno[77]. Perfino Diogene il Cinico, la cui

filosofia rappresenta come l’iperbole dello stoicismo, ne avea uno[78].

Schiavitù e libertà (δουλεία καὶ ἐλευθερία) hanno negli stoici un

significato tutto diverso da quello che si usava attribuire a queste

parole nell’uso generale e nel linguaggio tecnico giuridico.

La libertà, per gli stoici, consiste nel fatto che la volontà non è

determinata dal mondo esteriore, ma, pur sotto l’azione degli agenti

esterni, dalla sua propria natura[79].

“Libertà e schiavitù — dice Epitetto[80] — una è il nome della virtù e

l’altra del vizio, entrambe creature delle volontà. Chi non partecipa

di questa, non conosce nè l’una nè l’altra. L’anima è usa a comandare

al corpo e a quelle cose che concernono il corpo e non partecipano

dell’elemento razionale. Quindi nessuno è schiavo, se lo spirito rimane

libero„.

E altrove: “La fortuna è una trista catena del corpo e il vizio è

altrettale dell’anima. Chi ha il corpo libero e l’animo in ceppi,

è schiavo; chi, invece, ha il corpo legato e l’animo sciolto, è

libero„[81].

“Ciò che turba gli uomini — aggiungeva lo stesso Epitetto[82] — non

sono le cose, ma il punto di vista da cui essi considerano le cose„.

Coerentemente a questo principio, egli potea dire alla divinità, in

cui s’immedesimavano la sua ragione e la ragione universale, con un

linguaggio che richiama quello posteriore degli apologèti cristiani:

“Menami dove vuoi; cingimi la veste che vuoi. Vuoi che io governi,

che viva da privato, che resti, che fugga, che viva in povertà o nella

ricchezza? Io di ognuna di queste cose ti loderò presso gli uomini: io

mostrerò quale è la vera natura di ognuna di queste cose„[83].

La dissertazione sulla libertà[84] è tutta una minuta, insistente

e, volta a volta, paradossale contraddizione del concetto comune

e di quello civile della libertà, mostrando, in diverso ordine di

rapporti, come usurpi il nome di libero il console e il patrizio,

l’usurpi l’amante, e come invece libero sia chi, a qualunque stato

appartenga, ha talmente disciplinato l’animo da saper tutto sopportare

senza lasciarsi vincere dal dolore, e che può a tutto rinunziare senza

lasciarsi trascinare dalla passione: tetragono a qualunque perdita,

sia pur quella dell’integrità corporale e della salute, sia pur quella

delle persone più care (Diss., 4, 1, 111 sgg).

M. Aurelio prende spesse volte in prestito le sue immagini dal mondo

inorganico[85] per proporle come modello allo stoico; e in verità lo

stoicismo, per voler troppo sollevare lo spirito, finiva per concepirlo

come qualche cosa d’inorganico.

Così questa filosofia stoica, che era sorta con un carattere

pretensiosamente pratico, ora, per un’intima elaborazione, e di

deduzione in deduzione, finiva in una astratta speculazione ed in una

eccentricità sociale, contraddicendo e contraddetta alla sua volta

dalla realtà, smentendo e facendosi smentire alla sua volta dalla

società, in mezzo a cui era bandita.

Anche chi non creda alla tradizione più sfavorevole a Seneca[86] e non

si lasci impressionare dall’ombra fosca ch’essa vorrebbe proiettare su

lui, troverà un curioso ed interessante oggetto di studio, vedendo,

nelle stesse opere di Seneca, la teoria smentita dalla pratica, le

concessioni e le distinzioni insinuate nella stessa salda compagine

de’ principî dalla necessità delle cose. Come dà a pensare il vedere

questo sapiente, che predica il dispregio delle apparenze, vergognarsi

della rustica vettura, che un accidente di viaggio lo costringe a

prendere![87] Come si resta colpiti dal sentirgli dire che non bisogna

perdere la calma dello spirito per nulla[88], e vederlo intanto a

spargere querimonie sul suo esilio in Sardegna[89], lui che pure dirà

altrove che ogni luogo è patria al sapiente[90]. E che effetto fa il

sentirgli negare il diritto di commuoversi per qualsiasi male[91] e

il sentirgli confessare di aver pianto[92] e il vederlo a ingrandire

i piccoli pericoli[93], schivare le grandi difficoltà della vita,

adulare![94].

Così la filosofia stoica, anch’essa, mostrava la sua impotenza

a rinnovare le condizioni della vita con un mezzo ed in un campo

esclusivamente spirituali.

Distinta dal Cristianesimo per varie e fondamentali discrepanze[95],

avea nondimeno con esso molti punti di contatto. L’una e l’altro

spostavano il centro di gravità della vita, l’una nella vita interiore

dello spirito, l’altro in cielo. Entrambi rinunciavano alla lotta,

talora appartandosi dal campo delle sofferenze umane, tal’altra

portandovi — l’una meno e l’altro più — una voce consolatrice; e tutti,

ignari del loro tempo e dell’avvenire, rinunziavano, in teoria, ad

ogni efficace sforzo per mutare le condizioni della passeggiera vita

presente e, in pratica, finivano col soggiacere alla tirannia del mondo

esterno, alla forza degli eventi e alla necessità delle cose, malamente

e imprudentemente rinnegate.

La setta filosofica, più rigida; più ragionatrice, più schematica,

perdeva le ragioni della vita e s’isteriliva rimpetto alla setta

religiosa, che, sviluppando tutto il suo contenuto fantastico e

affettivo, si diffondeva seducendo le immaginazioni, e si consolidava

ricorrendo a tutte le inconseguenze del sentimento e assimilandosi al

tempo stesso l’ordine sociale esistente per farne il sostrato della sua

gerarchia.

Intanto il mondo procedeva, e potea parere anche che gli rivelasse una

nuova coscienza chi non facea che raccoglierne l’eco dispersa. Dire

che la più elevata morale umana e il cosmopolitismo, che trovavano una

espressione nella scuola stoica, avessero in questa la loro origine

e per essa soltanto entrassero nel campo della civiltà; potrebbe

fors’anche equivalere al dire che la terra si muove, perchè qualcuno

ne ha dimostrato il moto, e non già che qualcuno ne ha dimostrato il

moto, perchè essa si muove. In verità può forse essere più rispondente

alla realtà il pensare che la nuova morale umana e il cosmopolitismo

si svolgessero naturalmente da’ nuovi rapporti di vita creati

dall’attività multiforme, feconda, diffusa dell’epoca ellenistica

e nell’ambito dello stato universale, in cui si veniva sempre più

trasformando il dominio romano.

Il mondo procedeva e, senza che i contemporanei, strumenti essi stessi

della rinnovazione, ne potessero apprezzare gli effetti meno prossimi,

veniva creando le condizioni di una nuova forma di produzione, di una

nuova organizzazione economica, che si surrogava alla precedente ed

eliminava a grado a grado la schiavitù, rendendola non solo inutile, ma

facendone un inceppo allo svolgimento economico e morale della società.

Ma, non occorre dimenticarlo, era questa trasformazione obbiettiva

del modo di produzione e delle sue condizioni d’essere che eliminava

gradualmente la schiavitù, non già l’opinione soggettiva della scarsa

utilità sua; opinione, che, in quanto diveniva coscienza individuale o

comune, era pur sempre una conseguenza di quel fatto.

Chi dice che la schiavitù venne meno, perchè gli uomini si accorsero di

poterle sostituire più utilmente qualche altra cosa, crede di essere

agli antipodi di chi attribuisce la fine della schiavitù al formarsi

di un nuovo concetto morale della sua legittimità e de’ rapporti tra

schiavi e padroni; eppure egli guarda la storia dallo stesso punto di

vista. Infatti, non è un diverso rapporto delle nostre condizioni di

vita, una metamorfosi dell’economia sociale, ciò che spiega, in ultima

istanza, le nostre nuove ideologie, ma son queste invece che inducono

la modificazione degli ordini economici e civili? Ebbene, allora i

mutamenti sociali possono essere spiegati, tanto con l’azione di idee

religiose e morali, quanto con quella di un ragionamento utilitario; e

sarebbe un errore psicologico il sostenere che, sempre e in ogni cosa,

l’azione è determinata da uno scopo di utilità immediata e materiale.

Inoltre, col dire che la schiavitù sarebbe stata eliminata dalla

sopravvenuta opinione della sua scarsa utilità, si sposta e si caccia

un po’ indietro la questione piuttosto che non la si risolva, e si

elude la spiegazione del fenomeno, mettendo innanzi una spiegazione che

essa stessa ha bisogno di essere spiegata. Giacchè nessuno potrà fare

a meno di chiedersi, perchè mai, e in virtù di qual fatto, sorgesse

questo nuovo concetto della funzione della schiavitù, e perchè sorgesse

in un periodo della storia piuttosto che in un altro.

Il tramonto della schiavitù nel mondo antico · 第 12 / 73 题