Intanto, è noto, come, agli occhi de’ più, le ideologie, lungi
dall’essere, anch’esse, una conseguenza più o meno remota ed un
prodotto più o meno mediato dell’ambiente artificiale economico, che
gli uomini progressivamente son venuti formando e trasformando, sono
invece la causa e la ragione, il principio dinamico, insomma, delle
trasformazioni sociali. A quelli, che guardavano la storia anche da
questo punto di vista, non potea sfuggire come, indipendentemente
dal movimento cristiano, la natura umana era già stata riconosciuta
e rivendicata nello schiavo, il fondamento naturale della servitù
era stato già scosso e poi demolito. Poichè era sorta l’idea del
cosmopolitismo e si era andato formando un più generale ed elevato
concetto della consociazione umana e della persona umana, si era
venuto ad inculcare, direttamente e indirettamente, non meno che nel
Cristianesimo, un trattamento umano degli schiavi.
Già Euripide[64] avea detto che “in molti schiavi non vi è di brutto
che il nome, mentre l’animo è più libero che non sia quello de’ non
asserviti„, e Filemone[65] avea detto nella maniera più esplicita
che “se anche taluno è schiavo, è pur uomo non meno del suo padrone„.
Lasciando stare Terenzio[66], da cui la generica qualità d’uomo era
evocata pure in un verso, tratto poi ad assai più largo significato
di quello ch’ebbe in realtà; non si può leggere, senza averne la più
viva impressione, la lettera, con la quale Seneca[67], che riassumeva
e sviluppava il pensiero stoico, esprime, anche più chiaramente che
altrove, il suo concetto e il suo sentimento intorno agli schiavi:
“Son servi; son bene uomini; son servi; anzi camerati; son servi, anzi
umili amici; son servi, anzi consorti della nostra servitù, se vorrai
solo considerare per un momento quale potere abbia la fortuna verso noi
e verso loro. Perciò rido di costoro che hanno a vergogna lo stare a
cena con i servi.....„. “Vuoi tu riflettere come questo, che tu chiami
tuo servo, ha la medesima tua origine, sta sotto il medesimo cielo
e respira, vive, muore come gli altri? Tanto tu puoi allora vederlo
libero, come a lui è dato poterti vedere servo„..... “Questo è il
riassunto de’ miei precetti. Vivi con l’inferiore come vorresti che
un tuo superiore vivesse con te. Tutte le volte che potrai pensare a
quello che ti è permesso verso il tuo schiavo, ti venga in mente che
altrettanto dev’essere lecito al tuo padrone..... Vivi col servo con
animo clemente, più ancora, amichevolmente, e conversa con lui e con
lui consigliati e chiamalo alla tua mensa„.
È difficile concepire, tanto più se si guarda al tempo e all’ambiente
in cui furono scritte, parole più elevate ed umane; e non era
punto difficile che di esse e della tradizione filosofica, da cui
emanavano, si vedesse un riflesso ed un effetto diretto nel punto
di vista teorico, da cui omai i giureconsulti romani guardavano la
schiavitù; che ad esse si rannodassero le disposizioni che mitigavano
e disciplinavano la condizione de’ servi, e che allo stesso impulso di
pensiero si riportasse per una serie di gradi il lento sparire della
schiavitù[68].
Pure, chi rifletta, comincerà a dubitare fortemente dell’efficacia
delle parole di Seneca e degli stoici, quando veda, senza andar
fuori della stessa lettera citata, come quelle parole si perdessero
inascoltate, e consideri come quel movimento di pensiero non uscisse
da una breve cerchia di persone e si andasse sempre più, da un lato,
attenuando e, dall’altro, mostrando impotente contro il mondo che
voleva modificare. Se ne persuaderà ancor meno, considerando da quali
principi movesse la filosofia stoica ed a qual fine intendesse[69].
Socrate, di fronte all’impotenza delle scienze fisiche a risolvere
i problemi della filosofia, ne avea cercato in sè stesso una più
soddisfacente risposta, spostando l’oggetto dell’indagine dal mondo
esterno nel mondo interiore. La filosofia platonica e l’aristotelica
si erano mostrate impotenti a risolvere nel campo delle istituzioni
politiche i problemi della vita pratica e a realizzare nell’ambito
dello Stato il compimento del dovere e del benessere umano; mentre
gli Stati, che aveano costituito il sostrato o il modello della
speculazione platonica ed aristotelica, decadevano e ruinavano,
esauriti, sotto l’incalzare degli avvenimenti e di esigenze più
vaste. La filosofia stoica, con un proposito eminentemente pratico,
sorgeva per risolvere, fuori e indipendentemente dalla politica, il
problema morale, ponendo termine al dualismo e al contrasto platonico
e aristotelico tra mondo interiore ed esterno, tra il pensiero
e la realtà, col dare la prevalenza all’elemento razionale e col
cercare nell’equilibrio dello spirito e nella conformità dell’azione
individuale all’ordine razionale quel benessere e quella regola della
vita, che inutilmente erano stati chiesti ed ora non si potevano neppur
più chiedere ad uno o ad un altro ordinamento politico.
La base eminentemente subbiettiva della morale stoica e il contrasto
con la realtà della vita, che, disconosciuta, reagiva e rivendicava
tutti i suoi diritti, hanno fatto sì che la filosofia stoica, secondo
i diversi tempi e i diversi suoi seguaci, si presentasse talvolta
sotto parvenze un po’ discrepanti; rasentando talora la dottrina e
l’atteggiamento de’ cinici e tal’altra inclinando ad un mal dissimulato
opportunismo; ora predicando l’astensione dalla vita politica, ora
accettando di parteciparvi; ora guardando alla vita dall’alto, quasi
con olimpico dispregio, or fecondando con un senso di benevolenza, che
diveniva quasi pietà e filantropia, il suo cosmopolitismo teorico[70].
Ma, attraverso tutte queste varietà accidentali e queste attenuazioni,
rimane sempre, come fondo della dottrina, che la sapienza e la felicità
della vita consistono nell’emanciparsi, nella forma più assoluta,
dal mondo esteriore e dagli affetti, intesi in maniera ora più larga
ora più stretta, come quelli che attestano appunto l’azione del
mondo esterno su noi. Riporre l’ideale della vita in ciò che dipende
esclusivamente ed assolutamente da noi (τὰ ἐφ’ ἡμῖν); e, rispetto a ciò
che è fuori di noi (τὰ οὐκ ἐφ’ ἡμῖν) che da noi non dipende, che che
esso si sia[71] — ricchezza, salute, figliuoli, oppressione, lusinga
— adottare il supremo rimedio della _tolleranza e della rinunzia_
(ἀνέχου καὶ ἀπέχου), mantenendo ad ogni costo la serenità dell’animo
(ἀπαθία)[72]: ecco i criteri fondamentali e le regole di condotta della
scuola stoica[73].
Secondo la bella immagine di M. Aurelio[74], la vita dovea essere
pari a “quella fonte limpida e dolce che, offesa a parole da chi le
sta accanto, non cessa dal versare la sua acqua dolce: infangata ed
insozzata, subito disperde ed elimina la bruttura e non ne resta punto
maculata„.
Un’azione diretta quindi a modificare legalmente l’istituzione della
schiavitù, o ad abolirla, è fuori dell’orizzonte della filosofia
stoica; anzi implica una palese contraddizione alla sua dottrina,
perchè avrebbe fatto dipendere da un diverso rapporto esteriore degli
uomini e delle cose, da qualche cosa di mutevole ed accidentale, quello
che occorreva chiedere soltanto ad una disciplina tutta interiore della
propria anima.
“Fa quel che la natura comanda — diceva M. Aurelio —; opera se ti sia
dato, e non curarti se qualcuno lo saprà, nè sperare la repubblica di
Platone„[75].
L’utopia politica era così eliminata e resa inutile dall’utopia morale.
E Seneca scrivea tutta una lettera[76] per contraddire chi diceva
che i cultori della filosofia fossero orgogliosi e ricalcitranti
e dispregiatori de’ magistrati e de’ re e di quelli da cui si
amministrava lo Stato. “Quell’uomo puro e sincero — egli diceva —
che si appartò dal foro, dalla curia e da ogni amministrazione dello
Stato, per ritrarsi nella cura di cose maggiori, ama quelli per opera
de’ quali gli è lecito di far ciò, e da solo attesta loro la sua
gratitudine, e si professa obbligato ad essi che non lo sanno neppure„.
Di una emancipazione civile degli schiavi non si trova accenno negli
stoici, al pari che negli altri loro contemporanei: era infatti fuori
l’orizzonte economico e giuridico di tutti, e per gli stoici, si
aggiunga, era fuori l’ambito della loro attività.
Seneca possiede servi, e quanti! Trova anzi ragione di ammirarsi e di
compiacersi, quando un improvviso incidente di viaggio gli mostra che
possono bastargliene anche meno[77]. Perfino Diogene il Cinico, la cui
filosofia rappresenta come l’iperbole dello stoicismo, ne avea uno[78].
Schiavitù e libertà (δουλεία καὶ ἐλευθερία) hanno negli stoici un
significato tutto diverso da quello che si usava attribuire a queste
parole nell’uso generale e nel linguaggio tecnico giuridico.
La libertà, per gli stoici, consiste nel fatto che la volontà non è
determinata dal mondo esteriore, ma, pur sotto l’azione degli agenti
esterni, dalla sua propria natura[79].
“Libertà e schiavitù — dice Epitetto[80] — una è il nome della virtù e
l’altra del vizio, entrambe creature delle volontà. Chi non partecipa
di questa, non conosce nè l’una nè l’altra. L’anima è usa a comandare
al corpo e a quelle cose che concernono il corpo e non partecipano
dell’elemento razionale. Quindi nessuno è schiavo, se lo spirito rimane
libero„.
E altrove: “La fortuna è una trista catena del corpo e il vizio è
altrettale dell’anima. Chi ha il corpo libero e l’animo in ceppi,
è schiavo; chi, invece, ha il corpo legato e l’animo sciolto, è
libero„[81].
“Ciò che turba gli uomini — aggiungeva lo stesso Epitetto[82] — non
sono le cose, ma il punto di vista da cui essi considerano le cose„.
Coerentemente a questo principio, egli potea dire alla divinità, in
cui s’immedesimavano la sua ragione e la ragione universale, con un
linguaggio che richiama quello posteriore degli apologèti cristiani:
“Menami dove vuoi; cingimi la veste che vuoi. Vuoi che io governi,
che viva da privato, che resti, che fugga, che viva in povertà o nella
ricchezza? Io di ognuna di queste cose ti loderò presso gli uomini: io
mostrerò quale è la vera natura di ognuna di queste cose„[83].
La dissertazione sulla libertà[84] è tutta una minuta, insistente
e, volta a volta, paradossale contraddizione del concetto comune
e di quello civile della libertà, mostrando, in diverso ordine di
rapporti, come usurpi il nome di libero il console e il patrizio,
l’usurpi l’amante, e come invece libero sia chi, a qualunque stato
appartenga, ha talmente disciplinato l’animo da saper tutto sopportare
senza lasciarsi vincere dal dolore, e che può a tutto rinunziare senza
lasciarsi trascinare dalla passione: tetragono a qualunque perdita,
sia pur quella dell’integrità corporale e della salute, sia pur quella
delle persone più care (Diss., 4, 1, 111 sgg).
M. Aurelio prende spesse volte in prestito le sue immagini dal mondo
inorganico[85] per proporle come modello allo stoico; e in verità lo
stoicismo, per voler troppo sollevare lo spirito, finiva per concepirlo
come qualche cosa d’inorganico.
Così questa filosofia stoica, che era sorta con un carattere
pretensiosamente pratico, ora, per un’intima elaborazione, e di
deduzione in deduzione, finiva in una astratta speculazione ed in una
eccentricità sociale, contraddicendo e contraddetta alla sua volta
dalla realtà, smentendo e facendosi smentire alla sua volta dalla
società, in mezzo a cui era bandita.
Anche chi non creda alla tradizione più sfavorevole a Seneca[86] e non
si lasci impressionare dall’ombra fosca ch’essa vorrebbe proiettare su
lui, troverà un curioso ed interessante oggetto di studio, vedendo,
nelle stesse opere di Seneca, la teoria smentita dalla pratica, le
concessioni e le distinzioni insinuate nella stessa salda compagine
de’ principî dalla necessità delle cose. Come dà a pensare il vedere
questo sapiente, che predica il dispregio delle apparenze, vergognarsi
della rustica vettura, che un accidente di viaggio lo costringe a
prendere![87] Come si resta colpiti dal sentirgli dire che non bisogna
perdere la calma dello spirito per nulla[88], e vederlo intanto a
spargere querimonie sul suo esilio in Sardegna[89], lui che pure dirà
altrove che ogni luogo è patria al sapiente[90]. E che effetto fa il
sentirgli negare il diritto di commuoversi per qualsiasi male[91] e
il sentirgli confessare di aver pianto[92] e il vederlo a ingrandire
i piccoli pericoli[93], schivare le grandi difficoltà della vita,
adulare![94].
Così la filosofia stoica, anch’essa, mostrava la sua impotenza
a rinnovare le condizioni della vita con un mezzo ed in un campo
esclusivamente spirituali.
Distinta dal Cristianesimo per varie e fondamentali discrepanze[95],
avea nondimeno con esso molti punti di contatto. L’una e l’altro
spostavano il centro di gravità della vita, l’una nella vita interiore
dello spirito, l’altro in cielo. Entrambi rinunciavano alla lotta,
talora appartandosi dal campo delle sofferenze umane, tal’altra
portandovi — l’una meno e l’altro più — una voce consolatrice; e tutti,
ignari del loro tempo e dell’avvenire, rinunziavano, in teoria, ad
ogni efficace sforzo per mutare le condizioni della passeggiera vita
presente e, in pratica, finivano col soggiacere alla tirannia del mondo
esterno, alla forza degli eventi e alla necessità delle cose, malamente
e imprudentemente rinnegate.
La setta filosofica, più rigida; più ragionatrice, più schematica,
perdeva le ragioni della vita e s’isteriliva rimpetto alla setta
religiosa, che, sviluppando tutto il suo contenuto fantastico e
affettivo, si diffondeva seducendo le immaginazioni, e si consolidava
ricorrendo a tutte le inconseguenze del sentimento e assimilandosi al
tempo stesso l’ordine sociale esistente per farne il sostrato della sua
gerarchia.
Intanto il mondo procedeva, e potea parere anche che gli rivelasse una
nuova coscienza chi non facea che raccoglierne l’eco dispersa. Dire
che la più elevata morale umana e il cosmopolitismo, che trovavano una
espressione nella scuola stoica, avessero in questa la loro origine
e per essa soltanto entrassero nel campo della civiltà; potrebbe
fors’anche equivalere al dire che la terra si muove, perchè qualcuno
ne ha dimostrato il moto, e non già che qualcuno ne ha dimostrato il
moto, perchè essa si muove. In verità può forse essere più rispondente
alla realtà il pensare che la nuova morale umana e il cosmopolitismo
si svolgessero naturalmente da’ nuovi rapporti di vita creati
dall’attività multiforme, feconda, diffusa dell’epoca ellenistica
e nell’ambito dello stato universale, in cui si veniva sempre più
trasformando il dominio romano.
Il mondo procedeva e, senza che i contemporanei, strumenti essi stessi
della rinnovazione, ne potessero apprezzare gli effetti meno prossimi,
veniva creando le condizioni di una nuova forma di produzione, di una
nuova organizzazione economica, che si surrogava alla precedente ed
eliminava a grado a grado la schiavitù, rendendola non solo inutile, ma
facendone un inceppo allo svolgimento economico e morale della società.
Ma, non occorre dimenticarlo, era questa trasformazione obbiettiva
del modo di produzione e delle sue condizioni d’essere che eliminava
gradualmente la schiavitù, non già l’opinione soggettiva della scarsa
utilità sua; opinione, che, in quanto diveniva coscienza individuale o
comune, era pur sempre una conseguenza di quel fatto.
Chi dice che la schiavitù venne meno, perchè gli uomini si accorsero di
poterle sostituire più utilmente qualche altra cosa, crede di essere
agli antipodi di chi attribuisce la fine della schiavitù al formarsi
di un nuovo concetto morale della sua legittimità e de’ rapporti tra
schiavi e padroni; eppure egli guarda la storia dallo stesso punto di
vista. Infatti, non è un diverso rapporto delle nostre condizioni di
vita, una metamorfosi dell’economia sociale, ciò che spiega, in ultima
istanza, le nostre nuove ideologie, ma son queste invece che inducono
la modificazione degli ordini economici e civili? Ebbene, allora i
mutamenti sociali possono essere spiegati, tanto con l’azione di idee
religiose e morali, quanto con quella di un ragionamento utilitario; e
sarebbe un errore psicologico il sostenere che, sempre e in ogni cosa,
l’azione è determinata da uno scopo di utilità immediata e materiale.
Inoltre, col dire che la schiavitù sarebbe stata eliminata dalla
sopravvenuta opinione della sua scarsa utilità, si sposta e si caccia
un po’ indietro la questione piuttosto che non la si risolva, e si
elude la spiegazione del fenomeno, mettendo innanzi una spiegazione che
essa stessa ha bisogno di essere spiegata. Giacchè nessuno potrà fare
a meno di chiedersi, perchè mai, e in virtù di qual fatto, sorgesse
questo nuovo concetto della funzione della schiavitù, e perchè sorgesse
in un periodo della storia piuttosto che in un altro.