VII.

Qual maraviglia allora, se, nell’ordine teorico e nel pratico, la

Chiesa e l’ambiente cristiano sanzionano e perpetuano sia la schiavitù,

sia l’altra forma, che si viene ad essa sostituendo in alcuni rami

della produzione, il servaggio?

Quelli che, a scopo di polemica, hanno voluto mettere la mano nella

storia civile ed ecclesiastica, particolarmente in quella de’ Concili,

per rinfacciare il passato alla Chiesa, improvvidamente rivendicante

il merito dell’abolizione della schiavitù, hanno avuto un compito ben

facile, senz’altro imbarazzo che quello della scelta[42].

Tra i tanti, o citati, o che si possono citare, è notevole il Concilio

di Gangra del 324, per uno de’ cui canoni “se qualcuno, sotto il

pretesto di pietà religiosa, insegnava allo schiavo ad avere in non

cale il padrone, o a sottrarsi al servizio e a non servire con benevola

disposizione e con ogni amore, s’invocava l’anàtema su lui„[43].

La cosa più notevole, anzi, in questi canoni è l’inconscienza perfetta,

con cui si tratta degli schiavi e de’ servi, come di esseri, il

cui stato non abbia in sè nulla d’inumano e di anormale. Vescovi ed

arcidiaconi sono chiamati a presenziare le vendite degli schiavi[44].

L’uccisione del servo si sconta con la scomunica di due anni, o con la

penitenza, che va da’ due a’ cinque e a’ sette anni, al più[45]. Altre

volte un motivo religioso non fa che creare nuove cause di schiavitù

e nuovi schiavi, sia che la schiavitù venga minacciata come pena

agl’infedeli, sia che s’irroghi alle donne viventi in illecito connubio

con gli ecclesiastici e, quel che è più, a’ figliuoli nati da tale

unione[46].

Le incapacità de’ servi vengono sancite, o ribadite[47]. Le stesse

restrizioni imposte al libero commercio degli schiavi, col solo scopo

d’impedire la vendita de’ servi cristiani ad Ebrei ed a Pagani, non

fanno che meglio ribadire e rifermare la legittimità del possesso di

Cristiani da parte di Cristiani[48]. Il diritto di asilo delle chiese

e de’ luoghi sacri viene a grado a grado limitato rapporto a’ servi,

che vengono restituiti a’ padroni sotto promessa d’intera o parziale

impunità, promessa del resto non di rado violata[49].

La Chiesa estendeva la sua azione, rendeva più salda la sua compagine,

affermava meglio il suo potere tra il decadere di alcune potestà

civili e il sorgere di altre, accrescendo nella stessa misura i suoi

beni e con essi i suoi servi e i suoi schiavi, menzionati, ad ogni

passo, nelle donazioni e ne’ lasciti fatti ad essa[50]; e, quanto più

s’ingolfava e si cointeressava nella vita economica del suo tempo,

s’immedesimava pure con le sue norme e i suoi criteri, dando ad essi

il suggello della sua ricognizione canonica. Nelle epigrafi cristiane,

così semplici e così scevre di allusioni alla vita temporale, accade

pure qualche volta, ad epoca inoltrata, di trovarvi la traccia del

possesso di schiavi, con un accenno, a titolo di lode speciale, (tanto

forse un siffatto merito era poco frequente) alla benignità mostrata

verso di loro (_famulisque benignus, mancipiis benigna, blandus

servis_)[51].

E, come ogni stato sociale dà luogo ad una teoria che lo spiega e lo

giustifica, così il pensiero cristiano, ora ricongiungendosi più o meno

consapevolmente, più o meno visibilmente, ad Aristotile, ora dominato

dalla preoccupazione delle necessità, imposte dalla contemporanea vita

sociale, e dalla preoccupazione di risolvere la contraddizione tra lo

stato di fatto e l’idea della giustizia divina, legittima anch’esso la

schiavitù, dandole una base razionale.

Agostino, come già innanzi Taziano, trova la remota causa della

schiavitù nel peccato e, storicamente, vede in essa una conseguenza

delle guerre. La sua teodicea poi, da un lato, e dall’altro la fusione

del pensiero pagano e cristiano gli fanno vedere nell’obbedienza

illimitata, quale è prescritta dalle lettere apostoliche, un modo

di purgare il peccato, e gli fanno concepire la schiavitù come un

instituto di protezione e di direzione, reminiscenza ed elaborazione

della teoria aristotelica della schiavitù[52]. Questo eccitamento

all’obbedienza, sentita e devota, è quindi una conseguenza diretta

del suo modo di considerare la servitù; ed alla religione cristiana,

pel modo onde permette di considerare la schiavitù e per averla così

ribattezzata, debbono, secondo lui, essere grati schiavi e padroni;

gli uni, perchè vi trovano un mezzo di elevazione spirituale, gli altri

anche perchè essa induce così un principio di ordine nelle loro case e

dissuade dalla rivolta[53].

In Tommaso d’Aquino la teoria aristotelica della schiavitù riceve

una nuova affermazione e, attraverso una serie di distinzioni e

di deduzioni, l’istituzione è ricondotta a un certo suo speciale

fondamento di ragione.

De’ modi di modificare la legge naturale per _addizione_, che non

viola il diritto di natura, o per _sottrazione_, che conduce ad una

conseguenza contraria, l’introduzione e il mantenimento della servitù

rientrerebbero nella prima categoria “..... La distinzione de’ possessi

e la servitù non sono state indotte dalla natura, ma dalla ragione

umana per utilità della vita umana, e così anche in questo la legge di

natura non è mutata che per addizione„[54].

Per più lunga via il _Doctor Angelicus_ viene altrove alla stessa

conclusione, guardando al diritto naturale, in quanto riflette i

rapporti delle cose considerate in sè stesse, o nella loro reciproca

convenienza. “_In un primo modo_ [qualche cosa è messa in rapporto con

un’altra] secondo la considerazione assoluta della cosa stessa: così

il maschio per ragione sua propria è messo in rapporto con la femina,

talchè generi da lei, e il padre con il figlio, così che l’alimenti; in

un _secondo modo_, qualche cosa è naturalmente commisurata ad un’altra,

non per ragione sua propria assoluta, ma secondo qualcosa che ne

consegue: per esempio la proprietà de’ fondi. Se si considera un campo

assolutamente, non vi è ragione per cui sia di quello piuttosto che di

questo; ma, se si considera in rapporto all’opportunità della coltura

ed al pacifico suo uso, ha una certa ragione di rapporto, perchè sia

di uno piuttosto che di un altro, come è dimostrato dal filosofo nel

libro secondo della _Politica_ (cap. 3). L’apprensione assoluta di

qualche cosa non solo conviene all’uomo, ma anche agli altri animali,

e però il diritto, che si dice naturale, secondo la prima maniera, è

comune a noi e agli altri animali. Ma dal diritto naturale si distingue

il diritto delle genti, come dice il giureconsulto (lib. I, Dig., _de

just. et jure_), perchè quello è comune a tutti gli animali, questo

solo agli uomini ne’ comuni loro rapporti. Considerare ora qualche

cosa, riferendola a ciò che ne consegue, è proprio della ragione, e

per ciò stesso è, per l’uomo, naturale secondo la ragione naturale

che la detta; onde dice il giureconsulto Gaio che la ragione naturale

ha stabilito tra gli uomini quanto si conserva (lib. 9, ff. cod.)

ugualmente da tutti e si chiama diritto delle genti. Con ciò è chiarita

la risposta alla prima questione. — Rispondendo alla seconda, giacchè,

considerando in via assoluta, non v’è ragione naturale che costui sia

servo piuttosto che un altro, ma solo secondo qualche utilità che ne

deriva, in quanto è utile a costui l’essere retto da uno più sapiente

di lui e all’altro di trarne vantaggio, come, si dice nel 1º lib. della

_Politica_ (cap. 6), ne viene che la servitù spettante al diritto delle

genti è naturale nella seconda e non nella prima maniera„[55].

E questo riconoscimento e questa legittimazione della schiavitù si

trasmettono tradizionalmente attraverso gli scrittori, specialmente

cattolici, sino ne’ meno lontani trattati di teologia e ne’ catechismi,

intesi a divulgare e rendere più popolare la dottrina[56]. E quanto

più la schiavitù si limitava a razze inferiori e a popolazioni non

cristiane, tanto più il concetto della sua legittimità ne avea aiuto,

e cresceva per l’illusione di salvare delle anime, elevandole alla vera

religione[57].

Si è detto, è vero, che il sentimento religioso cristiano avrebbe

concorso all’abolizione della schiavitù anche con le numerose

manumissioni, di cui direttamente e indirettamente sarebbe stato

causa[58].

Ma anche qui giova intendersi. Seguendo la storia de’ concili e del

diritto ecclesiastico, non si può non restare colpiti dagl’inciampi,

dalle restrizioni e da’ divieti imposti e rinnovati alle manumissioni

de’ servi di proprietà ecclesiastica. Per tacer d’altri[59], è noto il

canone del Concilio di Epaôn[60] che vuole “non sia lecito all’abate

manomettere gli schiavi donati a’ monaci; giacchè troviamo ingiusto

che, mentre i monaci debbono quotidianamente attendere al lavoro

campestre, i loro servi se ne stiano in ozio„. Tutte le cautele

ordinate allo scopo d’impedire le distrazioni e il baratto della

proprietà ecclesiastica rendevano, per sè sole, più difficili e rare

tali manumissioni; sicchè anche uno scrittore non sospetto, come il

Muratori[61], ha potuto dire che “son rare le manumissioni fatte dalle

chiese e da’ monasteri dell’uno e dell’altro sesso, non per altra

causa, a quanto sembra, se non perchè la manumissione è una specie di

alienazione, ed era interdetto di alienare i beni ecclesiastici, non

solo da recenti ma anche da antichi decreti de’ Concili„.

Guardando in ogni modo a varie delle manumissioni, fatte anche da

ecclesiastici, accade di vedere indicato come motivo della manumissione

una ragione utilitaria chiaramente espressa dalle frasi “_Nostra

quoque plurimum interesse_„ “_attendentes multimoda commoditatum

genera_„ “_attendentes utilitatem nostram_„. “Le terre che ora sono

deserte ed incolte — dice l’arcivescovo di Besançon — saranno, dopo le

affrancazioni, messe a coltura, arricchite di piantagioni e di edifici,

in guisa che anche le rendite de’ padroni dovranno moltiplicarsi ed

aumentare„[62].

In altri casi, è vero ed è attestato da documenti, le manumissioni

avvengono per motivo religioso, per la salute dell’anima; ma, per

quante siano queste manumissioni, non saranno mai tante, quante ce

ne provano e ce ne lasciano supporre le iscrizioni a noi pervenute

del muro di Delfo[63] e la storia romana degli ultimi secoli e le

relative restrizioni legislative; eppure non si sarà molto facilmente

disposti a mettere anche il santuario di Delfo tra i coefficienti

dell’abolizione della schiavitù. Vedremo appresso che le manumissioni

possono considerarsi piuttosto come un indizio ed un effetto, che non

come una causa della decadenza dell’economia a schiavi; reagiscono

su questa, solo in quanto concorrono a ingrossare quel proletariato,

il cui sviluppo è condizione alla fine della schiavitù. Ma quando

l’economia a schiavi non ha perduta ancora la sua ragion di essere, e

non si sono prodotte ancora le condizioni dell’economia, che ad essa

si sostituisce; le manumissioni non fanno che svecchiare e rinnovare

la massa degli schiavi, senza intaccare la instituzione: son pari

all’opera di chi sfronda e pota una pianta senza toccare le radici

e neanche il tronco, che perciò metterà presto nuovi e più vigorosi

germogli.

Il tramonto della schiavitù nel mondo antico · 第 11 / 73 题