Dunque il sorgere del Cristianesimo e, in genere, le nuove correnti
d’idee, la rinnovata coscienza morale e religiosa non valgono a
spiegare il tramonto della schiavitù?
E allora dove ne cercheremo la causa?
“Occorre — dicevano Marx ed Engels in un piccolo memorabile scritto
— “occorre tanto acume per comprendere che con le condizioni di vita
degli uomini, con i loro rapporti sociali, con la base della loro
società, mutano anche i loro modi di vedere, i loro concetti, le loro
opinioni e, in una parola, anche la loro coscienza?
“Che altro mostra la storia delle idee, se non che la vita, la
produzione morale si trasforma col trasformarsi della produzione
materiale?
“Si parla d’idee che portano la rivoluzione in una intera società; ma
con ciò si esprime solo il fatto che si sono formati gli elementi della
nuova società nel seno dell’antica e che, col perire delle vecchie
condizioni di vita, tramontano, di pari passo, le vecchie idee„.
L’uomo per provvedere gradatamente a’ suoi bisogni, sempre crescenti,
trae profitto dalla natura in mezzo a cui vive; e, ciò facendo, la
modifica necessariamente, con azione incessante e progressiva, formando
nell’ambiente naturale un ambiente artificiale. Da questo comune
sostrato, come da un terreno una flora, germogliano, in forma sempre
più complessa, tutte le manifestazioni morali e giuridiche, le quali
variano col variare delle condizioni materiali, che ne sono l’occasione
e il presupposto. Le leggi, i costumi, le idee, le istituzioni, sono,
al tempo stesso, derivazione più o meno remota e mezzo di conservazione
della convivenza umana in ogni stadio del suo sviluppo.
L’ambiente artificiale, intanto, la struttura economica, fattura e
fattore della società, si trasforma senza interruzione con lo svolgersi
e il progredire delle cause stesse che l’hanno prodotto, cioè de’ modi
sempre più perfetti e più intensi di usufruire l’ambiente naturale;
e così, automaticamente, nel seno stesso del vecchio si creano nuovi
ambienti artificiali e nuove strutture economiche e, come conseguenza,
nuove forme di vita giuridica e morale.
Le trasformazioni sociali sembrano l’opera consapevole e diretta
degli uomini, è, in realtà, ne sono soltanto l’effetto mediato e in
parte inconsapevole, perchè la loro origine e la loro causa, più o
meno visibili, si debbono cercare nel vario grado raggiunto dagli
uomini nell’appropriarsi e utilizzare i mezzi, con cui soddisfano alle
loro più immediate esigenze. Nulla va perduto di quanto gli uomini
compiono materialmente e moralmente, ma ogni sforzo individuale va
a fondersi, come in una grande risultante, nella struttura economica
formata nel corso delle generazioni, dalla quale prendono le mosse e
sono determinate, in via diretta o indiretta, prossima o lontana, le
rivoluzioni politiche e sociali ed anche quelle del pensiero e de’
sentimenti con tutte le conseguenti e varie manifestazioni.
Così tutto nella storia è soggetto, per necessità intrinseca, ad un
perenne mutamento, ed ogni forma sociale sviluppa ed alimenta, essa
stessa, con i germi di una forma diversa che ne prenderà il posto, il
principio della sua dissoluzione.
In ciò consiste il _processo dialettico_ della storia. Esso trova nello
_svolgimento delle forze produttive_ la sua ragione d’essere e la causa
ultima a noi nota; ha nel grado di sviluppo del _modo di produzione_
e nella _forma di produzione_ il presupposto e la condizione del
complesso de’ suoi fenomeni, e si svolge maestosamente attraverso i
secoli con manifestazioni diverse di aspetti e di gradi, d’epoca in
epoca.
È dunque nella stessa evoluzione economica dell’antichità, che si dovrà
cercare la soluzione del problema storico che ci siamo proposto.
Questo saggio intenderebbe appunto a rintracciare storicamente le
cause, che determinarono il tramonto della schiavitù nel mondo antico,
e la loro genesi, con l’indirizzo che ho esposto e, insieme, con pieno
ossequio allo stato obbiettivo de’ fatti.
L’economia antica, considerata nel suo insieme e specialmente nel suo
periodo iniziale, ha come precipuo carattere questo: che i mezzi di
produzione e la mano d’opera sono riuniti presso la stessa persona,
sia che la produzione avvenga individualmente, sia che avvenga per la
cooperazione di schiavi; e inoltre il produttore, inizialmente almeno,
produce per provvedere ad un suo privato o familiare bisogno e con lo
scopo del consumo diretto.
L’economia moderna ci presenta, almeno nella sua forma più rilevante,
dissociati i mezzi di produzione e la mano d’opera; e il prodotto ha
essenzialmente carattere di _merce_, non è fatto cioè per provvedere al
consumo diretto del produttore.
Lo svolgimento delle forze produttive che da una forma di economia
ha sviluppata l’altra e ne spiega l’origine, ha pure eliminata la
schiavitù, che, con un evidente e notevole processo dialettico, ha col
suo stesso crescere e dilatarsi apparecchiata la sua fine.
La schiavitù, contenuta in limiti modesti ne’ tempi e presso i popoli
meno economicamente progrediti, concorse all’iniziale accumulazione
della ricchezza; e, per una reciproca azione, l’accumulazione e la
schiavitù tendevano insieme a svilupparsi sino a raggiungere il più
alto grado compatibile con le condizioni della civiltà antica.
Il capitale, sorto da prima come capitale commerciale[96], si andava
in parte convertendo in capitale industriale, in parte, con la
sua pressione, dava la spinta al sorgere de’ rudimenti del sistema
capitalistico, cioè di un’economia in cui il prodotto non serve più
all’uso personale ed immediato del produttore, ha bensì carattere di
merce.
Ma, per dirlo con le parole del vecchio Seneca. “_le ricchezze sorgono
da molte povertà_„; e quest’accumulazione primitiva, sopra tutto nel
campo dell’economia agricola, avea per effetto diretto l’espropriazione
delle masse, la creazione di quel numeroso proletariato, ch’è come la
chiave di volta di tutta la storia antica, e i cui bisogni, il cui
sostentamento e la cui attitudine ci dànno la spiegazione di tanti
degli avvenimenti e del sorgere e del decadere delle istituzioni del
mondo antico.
Dato il capitale ed il proletariato, questi due elementi della
produzione, questi due cooperatori ed avversari, questi due elementi
chiamati a convivere e a contendere tra loro, la schiavitù perdeva la
sua ragione d’essere ed era ormai destinata ad essere eliminata come
superflua.
In pari tempo, il capitale, non commisurando più la produzione al
bisogno ma al suo impiego, tendeva a moltiplicare la produzione, a
specificarla e variarla, ad affinare e sviluppare la tecnica; e dovea
quindi sentire sempre più l’insufficienza e la scarsa produttività del
lavoro servile; che prima, o non era rilevata e sentita, o, sentita,
rimaneva indifferente.
Perchè poi questo movimento che conduceva direttamente all’economia
capitalistica e all’adozione generale del salariato, approdasse,
indugiandovisi, ad una forma intermedia come il servaggio e
l’artigianato, è anche cosa che trova la sua spiegazione nelle
condizioni del capitale e della massa lavoratrice e nelle particolarità
che accompagnarono la caduta dell’impero romano.
Come sarà meglio dimostrato appresso, il crollo dell’Impero e le
invasioni barbariche, che ne furono la causa più prossima e più
appariscente, esercitarono un’azione violenta e perturbatrice
sull’iniziata evoluzione della forma di produzione, e favorirono, come
effetto immediato, il regresso verso una forma economica più primitiva
e rudimentale, verso il servaggio; ma a torto si considererebbero come
le cause determinanti e della fine della schiavitù, che, rósa già da
tempo alle radici, sopravvisse alla caduta dell’Impero[97], e della
servitù della gleba, che, già prima di quegli eventi, era sorta e si
veniva sviluppando sotto l’azione di cause più complesse e continue.
Non in tutti i popoli dell’antichità è possibile seguire il processo
evolutivo di cui si è fatto cenno, sì perchè lo sviluppo economico
di varî d’essi rimase a lungo rudimentale, e non presenta quindi dal
nostro punto di vista interesse, sì perchè non di tutti, anzi di pochi,
abbiamo notizie tali, che, pur nella loro incompiutezza, ci permettano
di scorgere e d’indurre positivamente le tracce della lotta tra uno
ed un altro ordinamento economico. Ma la storia di Atene e la romana
ci offrono un utile campo d’indagine e ci consentono di trovare un
addentellato alla nostra struttura economica, di cui contengono in sè i
germi e simulano anche qualche volta, in qualche punto, le forme.
Il crescere del numero degli schiavi e l’azione che a loro si può
attribuire sulla vita economica, la formazione di un proletariato
e la sua funzione economica e politica, lo sviluppo del capitale
commerciale, la concorrenza del lavoro libero e del lavoro servile,
i rudimenti del credito e d’imprese industriali; sono nella storia
ateniese come tante pietre miliari del cammino verso una struttura
economica diversa da quella fondata sulla schiavitù.
Senonchè, col rapido decadere della importanza politica di Atene,
questi fenomeni si alterano, e noi perdiamo anche il modo di seguirli
distintamente nelle loro successive vicende. Ma nella storia romana
quei fenomeni e quel processo si ripetono in forma più intensa, su di
una scala più vasta, con persistenza maggiore, in un assai più lungo
giro di tempo; e in questo impero universale, che cerca di accomunare
e fondere l’Oriente e l’Occidente e in cui tutto il lavorìo lento e
larvato dell’epoca ellenistica porta i suoi frutti nel campo della vita
pratica e in quello della vita morale, noi possiamo vedere a poco a
poco dissolversi e indi ruinare la vecchia compagine politica, appunto
con lo svilupparsi e il grandeggiare delle cause e degli elementi, onde
sorgeranno la nuova economia e la nuova civiltà.