Noi commettiamo pure un anacronismo riferendo ad altri tempi
quell’orrore della schiavitù, che è sorto e si è sviluppato ne’ paesi
di civiltà capitalistica dopo che la schiavitù è divenuta una forma
economica oltrepassata. Chi vivea in paesi e in tempi, in cui la
schiavitù costituiva ancora un istrumento generale ed indispensabile
della produzione; costui, anche quando ne negava il fondamento
naturale, ne ammetteva la necessità economica e la base giuridica di
diritto civile; e potea pure, come Seneca, consigliare verso i servi
la maggiore umanità e carità, ma non diveniva perciò, come si direbbe
con parola moderna, un _abolizionista_. Infatti la ripetizione costante
ed obbligatoria di certi atti, la vista ripetuta ed ordinaria di certe
condizioni di fatto suscita in noi analoghi stati d’animo e sentimenti
correlativi, che perciò appunto possono considerarsi come un mediato e
remoto effetto del modo di produzione della vita materiale. L’ambiente,
in mezzo a cui si svolge la nostra vita, diviene così la condizione
costante de’ nostri atti e delle nostre abitudini più frequenti e
comuni, e mutano soltanto col modificarsi e col trasformarsi di quello.
Probabilmente nessuno troverà che, ricorrendo agli apologeti, si abbia
a fare con persone di fede tepida o poco pura, con uomini vissuti in
tempo in cui non fosse vivo il rigoglio della fede; eppure ecco qui
vari apologeti che, all’occasione, enunciano come un fatto ordinario,
senza dissimulare e senza nessuno sforzo di sincerità, anzi senza
pure farvi attenzione, che essi stessi posseggono schiavi. “Anche noi
abbiamo servi„ dice Atenagora[30]; e Giustino[31] parla de’ servi
domestici (οἰκέτας) tratti a testimoniare su’ pretesi delitti de’
cristiani. Taziano anzi, eccitando a sopportare la schiavitù, ne trova
l’origine e la giustificazione nel peccato originale[32]. Tertulliano
parla più volte de’ domestici, e per farne un quadro poco favorevole,
dipingendoli animati da sorda avversione verso i cristiani, pronti a
calunniarli, disposti ad accusarli[33].
E la cosa non farà così grande meraviglia a chi si figuri questi
cristiani, non come tipi astratti assolutamente straniati dal mondo, ma
come persone costrette a rimanere in mezzo alla società, partecipandone
alle vicende giornaliere e sentendo, nelle idee e ne’ sentimenti
modificati o smussati, il riflesso della vita di ogni giorno.
Giustino[34] teneva a rilevare che “i cristiani non si distinguono nè
per patria, nè per linguaggio, nè per costumanze dagli altri uomini,
nè abitano particolari città, o si servono di uno speciale dialetto o
menano una vita fuor dell’ordinario„. Con più forza ancora insisteva su
questo concetto Tertulliano[35] respingendo l’accusa di quelli che li
chiamavano “_infructuosi_„, e tenendo a disdire ogni simiglianza con i
bramani, i gimnosofisti indiani e i _sylvicolae_ e gli _exules vitae_.
“Abitiamo qui con voi sulla terra — egli diceva — durante questa nostra
vita e usiamo de’ tribunali, del macello, de’ bagni, delle botteghe,
delle officine, delle dimore, de’ mercati vostri e di tutti gli altri
commerci: navighiamo anche noi insieme a voi, e con voi militiamo e
attendiamo all’agricoltura e facciamo gli scambi.......„ Atenagora,
esaltando la longanimità e l’abnegazione de’ cristiani, giungeva a dire
che “battuti non ripicchiavano, derubati non ricorrevano in giudizio,
davano a chi chiedeva ed amavano il prossimo come se stessi„[36], ma
non pensava punto a dire che facessero a meno di schiavi, anzi poco
appresso affermava il contrario.
Ammessa e mantenuta l’istituzione, i consigli di pazienza e di
benevolenza, dati rispettivamente a’ servi ed a’ padroni, non
avrebbero dovuto fare che sorreggerla e perpetuarla, scongiurando
quelle ribellioni, che, pur esse, col concorrere a renderla molesta,
scalzavano la schiavitù; ma, nella pratica della vita, i reciproci
rapporti erano regolati più dalla diversa natura de’ temperamenti e
dalla forza delle cose che non da precetti astratti; e, per esempio,
nell’episodio di Carpoforo e Callisto, padrone e schiavo, entrambi
cristiani e forse de’ migliori, abbiamo un esempio di persecuzione
lunga, ostinata, implacabile, sia pure comprensibile, del padrone
contro lo schiavo[37].