IV.

Le apologie cristiane, arme di combattimento e di difesa del

periodo appunto in cui la chiesa si veniva organicamente formando

e rafforzando, assumevano questo punto di vista come un motto

d’ordine ne’ rapporti con la organizzazione politica romana, in

mezzo a cui i Cristiani vivevano, e non facevano che svolgerlo e

completarlo traendone tutte le conseguenze. Pare occorra ritenere

che le persecuzioni contro i Cristiani non avessero il loro

fondamento giuridico nelle leggi che punivano le offese allo Stato

e all’imperatore: è chiaro nondimeno come dovea essere del massimo

interesse per i Cristiani il poter mostrare che l’estendersi della loro

religione non attentava, nè direttamente nè indirettamente, all’ordine

sociale e politico esistente.

“Il re ordina — dice Taziano[22] — di pagare i tributi? Eccomi pronto

ad offrirli. Il padrone di servire e prestare gli offici dovuti?

Riconosco di essere schiavo„. E Giustino[23]: Da per tutto ci sforziamo

di pagare prima di tutti gli altri i tributi e le tasse che ci vengono

imposte da voi, com’egli stesso (Gesù) c’insegnò„.

Altrove Giustino stesso[24] tiene a mostrare la posizione de’ Cristiani

che varcano la terra con gli occhi verso il cielo, posizione che non

consente loro d’indugiarsi a voler cangiare le leggi, nè a violarle:

“Abitano le loro patrie, ma come ospiti; partecipano a tutto come

cittadini e tutto sopportano come stranieri. Ogni terra straniera

è patria per loro ed ogni patria è terra straniera.... S’indugiano

in terra, ma hanno in cielo il loro Stato; obbediscono alle leggi

stabilite, ma col loro tenore di vita vincono le leggi;.... son miseri

e arricchiscono molti; di tutto son privi e tutto loro sovrabbonda (c.

6). Per dir tutto in breve, i cristiani sono nel mondo come l’anima è

nel corpo„.

Tertulliano non si stanca di ripetere, citando anche il testo delle

preghiere cristiane, come i cristiani impetrano agl’imperatori “vita

lunga, sicurezza nell’imperio e nella casa, gli eserciti forti,

il senato fedele, tutto il dominio _quieto_ e quanto altro è ne’

loro voti„[25]; pregano “per i re e i principi e per tutti quanti

esercitano poteri pubblici, acciò tutto proceda tranquillamente„[26]

“perchè la condizione temporale presente sia conservata, le cose tutte

restino quiete, la fine del mondo sia ritardata„[27]; e l’una cosa

parea connessa all’altra, perchè il mondo dovea finire col finire

dell’Impero[28]. Aggiunge anche l’apologèta un argomento destinato

appresso ad avere uno sviluppo ed un’applicazione sempre maggiori[29].

“Noi crediamo di sentire negl’imperatori il giudizio di Dio, che

li prepose a’ popoli: sappiamo che in loro è quel che Dio li volle,

e vogliamo che sia in vigore quel che Dio volle, e abbiamo ciò per

obbligo sacro„.

Vedendo questi Cristiani con l’occhio così rivolto verso il cielo,

non estranei nella pratica, ma estranei nell’intenzione alla vita,

con la tendenza e con la necessità anche sinceramente sentita di non

convertire il movimento religioso in un movimento politico, come si

potrebbe aspettare che il Cristianesimo progrediente si proponesse

di scalzare il fondamento della schiavitù? Per ammettere soltanto

che il movimento cristiano tendesse all’abolizione della schiavitù,

occorrerebbe anche ritenere che si accompagnasse ad esso una visione,

se non chiara, almeno embrionale di una diversa forma di produzione, di

una diversa maniera di sopperire a’ bisogni della vita ed uno sforzo

per trasformare in quel senso l’ordinamento sociale. Ora il vero è

che di ciò non si trova, nè si saprebbe trovar traccia. E, del resto,

il servaggio e il salariato, anche quando avessero potuto essere,

ciò che non è, previsti e concepiti in anticipazione, più o meno

nettamente, sarebbero dovuti sembrare, essi stessi, poco conciliabili

collo spirito cristiano, se guardati da un punto di vista puramente

economico, e avrebbero dovuto apparire invece come un mutamento di

poca o nessuna importanza, quando un vero senso di fratellanza e

di carità sembrava da solo sufficiente a modificare i rapporti de’

padroni con gli schiavi. L’ideale di una società di poveri, contenti

di poco e viventi del lavoro delle loro mani, avea potuto per un

momento inspirare l’indirizzo di qualche setta o di qualche ristretta

conventicola in Palestina, ma urtava ora e si dissolveva contro la

vastità della società greco-romana e la forma complessa de’ suoi

bisogni e della sua civiltà. Lo stato di povertà dovea cominciare

ad entrare, come fu più perspicuo di poi, piuttosto tra i _consilia_

che tra i _praecepta evangelica_; e, dove riesciva più a diffondersi

e ad essere accettato, finiva col ribadire piuttosto che minare la

schiavitù, impedendo o rallentando quell’accumulazione della ricchezza,

che dovea condurre alla fine della schiavitù col mettere di fronte il

capitale e il proletariato, facendone al tempo stesso due avversari e

due cooperatori, e dando così vita al salariato e all’economia da esso

caratterizzata.

Il tramonto della schiavitù nel mondo antico · 第 8 / 73 题