Le apologie cristiane, arme di combattimento e di difesa del
periodo appunto in cui la chiesa si veniva organicamente formando
e rafforzando, assumevano questo punto di vista come un motto
d’ordine ne’ rapporti con la organizzazione politica romana, in
mezzo a cui i Cristiani vivevano, e non facevano che svolgerlo e
completarlo traendone tutte le conseguenze. Pare occorra ritenere
che le persecuzioni contro i Cristiani non avessero il loro
fondamento giuridico nelle leggi che punivano le offese allo Stato
e all’imperatore: è chiaro nondimeno come dovea essere del massimo
interesse per i Cristiani il poter mostrare che l’estendersi della loro
religione non attentava, nè direttamente nè indirettamente, all’ordine
sociale e politico esistente.
“Il re ordina — dice Taziano[22] — di pagare i tributi? Eccomi pronto
ad offrirli. Il padrone di servire e prestare gli offici dovuti?
Riconosco di essere schiavo„. E Giustino[23]: Da per tutto ci sforziamo
di pagare prima di tutti gli altri i tributi e le tasse che ci vengono
imposte da voi, com’egli stesso (Gesù) c’insegnò„.
Altrove Giustino stesso[24] tiene a mostrare la posizione de’ Cristiani
che varcano la terra con gli occhi verso il cielo, posizione che non
consente loro d’indugiarsi a voler cangiare le leggi, nè a violarle:
“Abitano le loro patrie, ma come ospiti; partecipano a tutto come
cittadini e tutto sopportano come stranieri. Ogni terra straniera
è patria per loro ed ogni patria è terra straniera.... S’indugiano
in terra, ma hanno in cielo il loro Stato; obbediscono alle leggi
stabilite, ma col loro tenore di vita vincono le leggi;.... son miseri
e arricchiscono molti; di tutto son privi e tutto loro sovrabbonda (c.
6). Per dir tutto in breve, i cristiani sono nel mondo come l’anima è
nel corpo„.
Tertulliano non si stanca di ripetere, citando anche il testo delle
preghiere cristiane, come i cristiani impetrano agl’imperatori “vita
lunga, sicurezza nell’imperio e nella casa, gli eserciti forti,
il senato fedele, tutto il dominio _quieto_ e quanto altro è ne’
loro voti„[25]; pregano “per i re e i principi e per tutti quanti
esercitano poteri pubblici, acciò tutto proceda tranquillamente„[26]
“perchè la condizione temporale presente sia conservata, le cose tutte
restino quiete, la fine del mondo sia ritardata„[27]; e l’una cosa
parea connessa all’altra, perchè il mondo dovea finire col finire
dell’Impero[28]. Aggiunge anche l’apologèta un argomento destinato
appresso ad avere uno sviluppo ed un’applicazione sempre maggiori[29].
“Noi crediamo di sentire negl’imperatori il giudizio di Dio, che
li prepose a’ popoli: sappiamo che in loro è quel che Dio li volle,
e vogliamo che sia in vigore quel che Dio volle, e abbiamo ciò per
obbligo sacro„.
Vedendo questi Cristiani con l’occhio così rivolto verso il cielo,
non estranei nella pratica, ma estranei nell’intenzione alla vita,
con la tendenza e con la necessità anche sinceramente sentita di non
convertire il movimento religioso in un movimento politico, come si
potrebbe aspettare che il Cristianesimo progrediente si proponesse
di scalzare il fondamento della schiavitù? Per ammettere soltanto
che il movimento cristiano tendesse all’abolizione della schiavitù,
occorrerebbe anche ritenere che si accompagnasse ad esso una visione,
se non chiara, almeno embrionale di una diversa forma di produzione, di
una diversa maniera di sopperire a’ bisogni della vita ed uno sforzo
per trasformare in quel senso l’ordinamento sociale. Ora il vero è
che di ciò non si trova, nè si saprebbe trovar traccia. E, del resto,
il servaggio e il salariato, anche quando avessero potuto essere,
ciò che non è, previsti e concepiti in anticipazione, più o meno
nettamente, sarebbero dovuti sembrare, essi stessi, poco conciliabili
collo spirito cristiano, se guardati da un punto di vista puramente
economico, e avrebbero dovuto apparire invece come un mutamento di
poca o nessuna importanza, quando un vero senso di fratellanza e
di carità sembrava da solo sufficiente a modificare i rapporti de’
padroni con gli schiavi. L’ideale di una società di poveri, contenti
di poco e viventi del lavoro delle loro mani, avea potuto per un
momento inspirare l’indirizzo di qualche setta o di qualche ristretta
conventicola in Palestina, ma urtava ora e si dissolveva contro la
vastità della società greco-romana e la forma complessa de’ suoi
bisogni e della sua civiltà. Lo stato di povertà dovea cominciare
ad entrare, come fu più perspicuo di poi, piuttosto tra i _consilia_
che tra i _praecepta evangelica_; e, dove riesciva più a diffondersi
e ad essere accettato, finiva col ribadire piuttosto che minare la
schiavitù, impedendo o rallentando quell’accumulazione della ricchezza,
che dovea condurre alla fine della schiavitù col mettere di fronte il
capitale e il proletariato, facendone al tempo stesso due avversari e
due cooperatori, e dando così vita al salariato e all’economia da esso
caratterizzata.