L’indagine sul tramonto della schiavitù e sull’azione che vi
ha potuto spiegare il Cristianesimo, è stata sviata, ad un
tempo, dall’interpretazione idealista od empirica della storia e
dall’indirizzo tendenzioso e polemico, con cui veniva intrapresa
la ricerca. Pareva che il cristianesimo potesse, a sua elezione,
volere o non volere la fine della schiavitù, e, sopra tutto, che,
volendo, potesse imporne la fine, sforzando o trasformando le leggi
dell’ambiente economico, in cui cercava di vivere e svolgersi. E
invece queste poteano e doveano mutarsi solo col trasformarsi delle
condizioni di produzione, cioè con l’avvento di uno stato di cose
tale, che, per se stesso, consentisse di sopperire a’ bisogni della
vita senza il concorso di schiavi. Posta su questo falso terreno la
questione, la sua risoluzione dovea convertirsi naturalmente in un atto
di accusa o in una difesa del Cristianesimo, e il Cristianesimo doveva
assolutamente avere il merito o il demerito di ciò che era avvenuto.
Ora qui non si tratta punto di tributar lodi od impartire biasimo: si
tratta soltanto di ricondurre gli effetti alle loro cause. In verità,
anche nel semplice accertamento di un fatto, inconsapevolmente, per via
impensata, s’insinua, come un elemento perturbatore, la preoccupazione
delle conseguenze vere o supposte che quel fatto può avere sulla
cerchia più immediata de’ nostri rapporti, de’ nostri sentimenti e de’
nostri interessi; e quindi l’esame di un argomento come questo forse
non si libererà così facilmente da’ preconcetti che spesso l’hanno
intralciato. Qui, in ogni modo, si cerca guardare la cosa da un punto
di vista obbiettivo, che permetta meglio di vedere quali rapporti potè
avere con la schiavitù il Cristianesimo, e di vederli a larghi tratti,
s’intende, ed in via di semplice proemio all’indagine delle vere cause
cui può essere dovuta la fine della schiavitù.
Non è facile fissare il vero contenuto e la vera forma dell’iniziale
movimento cristiano, ma chi, argomentando dal suo sviluppo successivo
e risalendo attraverso l’inviluppo dogmatico incessantemente mutato
e per necessità mutevole, voglia approssimativamente farsene
un concetto, potrà fermarsi a quell’affinarsi del sentimento, a
quell’elevazione del cuore, a quell’affermazione della signoria
dello spirito sulla materia, che son rimasti la parte intima e più
vitale del Cristianesimo[11]. Da un lato dunque troviamo questa larga
parte fatta alla vita interiore, un modo eminentemente idealista di
concepire la vita e l’anima chiamata ad emanciparsi e a trionfare de’
reali rapporti sociali; dall’altro l’aspettato avvento del regno di
Dio, che agli interessi e agl’ideali terreni intende sovrapporre o
sostituire la speranza di una vita futura, concezione essenzialmente
oltremondana, sia che considerasse la vita umana spostata in un regno
non terreno, sia che si ripromettesse sulla terra un ordine di vita
proprio di un regno celeste. Ora l’una cosa e l’altra menavano a dare
un’importanza sempre più scarsa alla diversità di condizioni e rapporti
sociali e a trascurare quindi ogni azione politica, che si proponesse
d’innovarli o di modificarli: eliminando così ogni resistenza ed ogni
lotta, lasciavano immutato nel suo aspetto formale l’ordine delle
instituzioni. I rapporti esterni in fondo, secondo quella dottrina,
doveano mutare d’indole, col riflettersi, come in un mezzo diverso,
nella coscienza, e il temperamento di ogni asprezza e l’impulso al
beneficare doveano divenire per ognuno un obbligo verso se stesso,
anzi che verso il beneficato. Il pungolo e la desiderata pace della
propria coscienza e l’atteso giudizio divino avrebbero dovuto essere
l’impulso e la sanzione, la pena ed il premio di ogni singolo atto e
di tutta la condotta in generale, il rimedio sovrano di ogni male e lo
spirito rinnovatore del mondo. Era un ideale morale elevato veramente,
se anche restava addietro alla morale stoica più disinteressata e
più rigidamente schematica e perciò meno capace di propagarsi e meno
efficiente, ma era viziato dall’errore fondamentale e insanabile di
non concepire la moralità come qualche cosa che rampolla dal seno
stesso de’ rapporti sociali e vive della loro vita; scindeva invece,
spesso contrapponendoli, le norme dell’azione e l’ambiente, lo spirito
e il corpo, l’ideale e la vita; sicchè assai spesso restava una regola
astratta, smentita, delusa e invanita nella pratica, e i suoi seguaci
finivano per appartarsi dal mondo, inerti cenobiti, o si esaurivano
in uno sterile contrasto con la forza stessa delle cose, od erano
riassorbiti dal vortice degli eventi e tratti con essi.
Inoltre la fede cristiana si schiudeva e si faceva via in una
regione, in cui la schiavitù, se anche antica e diffusa, non avea
avuto quello sviluppo, nè assunto, sopra tutto, quel carattere
schiettamente mercantile, che ne aveano altrove tanto peggiorate le
condizioni e fomentati gli orrori: anzi era rimasta ancora nel suo
stadio patriarcale con tutti i lenimenti, i riguardi e i conforti,
naturalmente assai relativi, di cui era suscettibile una vita semplice
e familiare[12]. Se qualche cosa potea colpire que’ primi cristiani,
era l’antitesi tra la semplicità della vita nazionale e lo sfoggio
delle abitudini importate, il contrasto tra ricchi e poveri[13]; e
non si mancò di notare tali antagonismi e di proiettarli con sorte
invertita nell’atteso regno di Dio; ma l’antitesi di liberi e di
schiavi non poteva essere facilmente rilevata, nè per deplorarla, in
un paese in cui l’antitesi non era acuita, nè per risolverla dove il
salariato mancava di tradizioni e di sviluppo[14]. Così può spiegarsi
come nella tradizione evangelica, anche quale è giunta a noi, alterata
e rimaneggiata, l’accenno alla servitù ricorre piuttosto raramente e,
più che altro, in via di esemplificazione, sicchè l’ermeneutica de’
polemisti ha potuto a suo agio sbizzarrirsi per trovarvi argomenti pro
e contro la schiavitù. Ma, a misura che il movimento cristiano usciva
dal ristretto paese, che n’era stato la culla, e veniva a contatto
con la civiltà greco-romana, si trovava a dovere affrontare diversi
contrasti, vincere diverse resistenze, superare altre diffidenze,
adattarsi ad un altro ambiente. Ed una piaga viva e sanguinante di
quella civiltà stava divenendo ogni giorno più la schiavitù, fonte
di rivolte palesi e di intimo e permanente squilibrio e di cui non
si sapeva e poteva presagire la fine o indicare il modo concreto
di trasformazione; e tanto meno si sapeva e poteva provocare una
risoluzione definitiva con un consapevole ed efficace indirizzo di
politica economica. La netta separazione tra il regno di Cesare e
quello di Dio che la tradizione evangelica mette in bocca a Gesù, oltre
che un elemento integrante della fede, diveniva pe’ suoi seguaci,
evangelizzanti attraverso il mondo greco-romano, un precetto di
opportunità politica punto trascurabile. Il carattere intransigente ed
esclusivo della loro fede, che non le permetteva di esistere accanto
ad un’altra, ma le imponeva di soppiantare ogni altra, avea già per
sè solo cominciato a provocare persecuzioni[15] da parte dello Stato
romano, così tollerante verso le religioni ed i culti non dominati
dallo spirito di proselitismo, eppure ora preoccupato degli sforzi
tendenti a scalzare la religione pagana. Che cosa non sarebbe mai
accaduto, quando alla propaganda religiosa se ne fosse fatta seguire
un’altra che attaccasse a dirittura o minasse le instituzioni su cui
poggiava l’ordine economico e politico della società e dello Stato?
Così, nelle lettere apostoliche e cattoliche e in quelle pervenute a
noi sotto questo nome, il riconoscimento ampio dell’esistente ordine
sociale e politico, l’ossequio all’autorità costituita, e con essi
il rapporto di dipendenza degli schiavi da’ padroni, divengono sempre
più chiari, distinti e perfino insistenti, a misura che si procede nel
tempo.
Nella prima epistola a’ Corinzi, autentica dell’apostolo Paolo e
quindi più antica, il rapporto e la definizione del servo e del libero
sono riguardati da un punto di vista puramente religioso, che ha
come sostrato la devozione a Dio e la purificazione battesimale; e
si allude, in una forma rapida ed ellittica, alla condizione sociale,
come a qualche cosa di poco importante e di secondario rispetto allo
stato spirituale creato dalla credenza religiosa. Viene messa innanzi
la considerazione, così di frequente ripetuta poi negli scrittori
cristiani, che il libero credente diviene servo di Cristo e il servo
credente servo affrancato del Signore (VII, 22), e si ristabilisce
così virtualmente la loro uguaglianza; si aggiunge indi, con due
brevi paragrafi, che nella forma letterale possono sembrare oscuri e
deficienti ma che sono chiariti dal complesso della lettera: “Foste
comperati per prezzo: non diventate schiavi degli uomini. Ognuno, o
fratelli, rimanga al cospetto di Dio [nella condizione] nella quale
era, essendo chiamato [alla fede]„[16].
Queste espressioni trovano il loro complemento in un altro passo della
stessa lettera (XII, 13), in cui è detto: “Giacchè noi tutti siamo
stati battezzati in un solo spirito ed in uno stesso corpo, e Giudei
e Greci, e servi e liberi, tutti ci siamo abbeverati in uno stesso
spirito„; tratto che ricomparisce in forma presso che identica nella
epistola a’ Galati (III, 27-29), la cui autenticità, pur revocata in
dubbio, è prevalentemente ammessa[17].
Ma, qualcosa di più spiegato si trova, quando da queste lettere si
passa ad altre la cui autenticità è fortemente messa in dubbio o
a dirittura è asseverantemente negata e che hanno notevoli tracce
di rimaneggiamenti posteriori, sì da dare argomento a ritenere che
siano sorte tardi, fin sotto gli Antonini[18]. Allora, tra l’intrico
sempre più rigoglioso delle sottigliezze teologiche, ove tendono a
smarrirsi i bei sentimenti di fraternità universale e di larga carità
umana, si fanno via, in forma assai più recisa e categorica e dal
punto di vista della vita pratica, esortazioni a’ servi perchè siano
obbedienti, devoti, fedeli a’ propri padroni. “Servi — dice la lettera
agli Efesi[19] che va sotto il nome di Paolo — ubbidite a’ vostri
signori secondo la carne con timore e tremore, nella semplicità del
cuor vostro, come a Cristo; non facendo le viste di servire, come per
piacere agli uomini, ma come servi di Cristo, adempiendo con l’animo il
volere di Dio, servendo con benevolenza come [se serviste] al Signore e
non agli uomini; sapendo che ciascuno avrà dal Signore il contraccambio
del bene che avrà fatto, sia egli servo o libero. — E voi, signori,
fate altrettanto verso loro, smettendo le minacce, sapendo che il
Signore vostro e loro è ne’ cieli e che presso di lui non v’è riguardo
alla condizione delle persone„.
E lo stesso motivo torna ancora, di nuovo, più esplicito ed insistente,
nella prima epistola a Timoteo e in quella a Tito attribuite
all’apostolo Paolo, e nella prima epistola cattolica che va sotto il
nome di Pietro apostolo[20]. Dice l’epistola a Tito[21]: “Che i servi
sieno soggetti a’ propri signori, sieno compiacenti in ogni cosa e
senza spirito di contraddizione, che non si sottraggano al servizio,
ma mostrino ogni buona fede, così che in tutto onorino l’insegnamento
di Dio, nostro salvatore„. E l’epistola a Timoteo (VI, 1-5): “Tutti i
servi che sono sotto il giogo reputino i loro signori degni di ogni
onore, perchè non sieno bestemmiati il nome di Dio e la dottrina. E
quelli che hanno signori fedeli non manchino a’ propri doveri verso
di essi, perchè son fratelli; anzi molto più li servano, perchè son
fedeli diletti e che partecipano del beneficio. Insegna queste cose
ed inculcale. Se alcuno insegna diversa dottrina e non si attiene alle
sane parole del Signore nostro Gesù Cristo e alla dottrina ch’è seconda
pietà, esso si gonfia senza saper nulla, vaneggiando tra dispute e
logomachie, onde sorgono odi, contese, bestemmie, tristi sospetti,
conflitti di uomini viziati di mente e alieni dal vero, che credono la
pietà abbia ad essere un mezzo di guadagno„.
E l’epistola cattolica di Pietro apostolo (II, 13): “Siate adunque
sommessi ad ogni umana potestà per riguardo del Signore; e al re come a
Sovrano.... (17-19): Onorate tutti, amate la fratellanza, temete Iddio,
rendete onore al re. Servi, siate con tutta reverenza sommessi a’
padroni, non solo a’ buoni e a’ moderati, ma a’ severi ancora. Perchè
questa è cosa grata, se alcuno per la sua fede in Dio sopporta dolori,
patendo ingiustamente„.