II.

La Comedia di Dante ha questo argomento, quale è esposto nel prologo di

tutto il Poema Sacro. Tre bestie, e specialmente l'ultima, impediscono a

Dante il corto andare del bel monte; cioè la vita attiva. Virgilio,

mosso da Beatrice che è pregata da Lucia che è mandata da una Donna

Gentile, propone a lui un “altro viaggio„, che è, prima, dell'attività

dispositiva alla contemplazione, e poi della contemplazione, se la

volontà purificata dall'ultimo fuoco sarà da sè disposta.[1058] È dunque

il dramma della vita attiva e contemplativa. Le quali sono dai mistici

raffigurate in modo diverso. Nel Convivio Dante prende, a raffigurarle,

le due persone evangeliche di Marta e Maria; nella Comedia, quelle

bibliche di Rachele e Lia. In vero dopo la purificazione nel fuoco, egli

vede Lia che si guarda allo specchio, e Matelda che ha gli occhi, non

più deboli, ma luminosi. Beatrice, d'occhi incomparabilmente vivi,

poichè con la vista di essi ella lo alzerà di spera in spera, Beatrice

siede con l'antica Rachele.[1059] Ebbene ecco una esposizione delle

vicende di Lia e Rachele intese misticamente.[1060] Le due mogli libere

di Giacobbe significano il nuovo testamento dal quale siamo stati

chiamati in libertà.[1061] Nè sono due a caso. “Sono due, perchè due

vite a noi sono dimostrate nel corpo del Cristo, una temporale del

lavoro; l'altra eterna, della contemplazione. L'una il Signore

rappresentò con la passione, l'altra con la risurrezione.[1062] I nomi

stessi di quelle donne ce ne fanno fede. Lia vuol dire _laborans_,

Rachele _visum principium_, ossia il Verbo dal quale si vede il

principio. L'azione della vita umana e mortale, nella quale viviamo _ex

fide_, facendo molte laboriose opere incerti come siano per riuscire a

prò di coloro cui vogliamo provvedere, è Lia prima moglie di Giacobbe; e

perciò si narra che fosse d'occhi infermi, _chè i pensieri dei mortali

sono timidi e incerte le loro provvidenze_.[1063] La speranza invece

dell'eterna contemplazione di Dio, speranza che ha certa e dilettevole

intelligenza di verità, è Rachele: ond'ella è ancor detta di buon viso e

di bella figura. Ogni piamente studioso ama costei, e per lei serve alla

Grazia di Dio, dalla quale i nostri peccati, anche se fossero come il

fenicio, sono fatti bianchi come neve. Chè, Laban, cui Giacobbe servì

per amor di Rachele, s'interpreta _Dealbatio_„.[1064]

Non cerca la giustizia[1065] proprio, chi serve alla Grazia; ma vuol

vivere in pace nel Verbo dal quale si vede il principio: serve dunque

per Rachele e non per Lia.[1066] “Chi, in fine, può amare nelle opere

della Giustizia quel travaglio d'azioni e passioni? Chi può desiderare

quella vita per sè stessa? E così nè Giacobbe Lia„. Ma Giacobbe dopo il

suo lungo servire, quando credeva d'essere unito a Rachele, ebbe invece

Lia, e Giacobbe la tollerò, pur non potendola amare, e l'ebbe cara per i

figli che gli diede. “Così ogni utile servo di Dio, avuta la grazia

dell'imbianchimento (_dealbationis_) de' suoi peccati, nella sua

conversione non fu tratto da altro amore che dalla “dottrina di

sapienza„.

Ora per intenderci meglio, reco il luogo della Genesi:[1067] “Laban

aveva due figlie; la maggiore Lia di nome, e la seconda si chiamava

Rachele. Ma Lia era di debili occhi: Rachele di bel viso e avvenente

figura. La quale amando Giacobbe, disse: Io ti _servirò_ per Rachele tua

miglior figliuola, _sette anni_. Rispose Laban: Meglio è che a te la

dia, che a un altro: rimani presso me. _Servì_ dunque Giacobbe per

Rachele _sette anni_; e gli parevano pochi giorni per la grandezza

dell'amor suo. E disse a Laban: Dammi la moglie mia, perchè è già

compiuto il tempo, che io entri a lei. Esso, chiamate molte turbe

d'amici a convito, fece le nozze. E nella sera introdusse a lui l'altra

figlia, Lia, dando alla figlia un'ancella di nome Zelfa. Alla quale

essendo, secondo il costume, entrato Giacobbe, venuto il mattino, vede

Lia; e disse al suocero suo: Che è questo che mi hai voluto tu fare? non

ti servii per Rachele? perchè m'hai tu imposto? Rispose Laban: Non è nel

paese nostro usanza, che noi diamo a nozze prima le minori. Compisci la

settimana di giorni di questa unione; e io ti darò l'altra per il

_servizio_ che m'hai a fare _durante altri sette anni_. Si acchetò alla

richiesta, e finita la settimana condusse in moglie Rachele, a cui il

padre aveva data la schiava Bala. E finalmente, venuto a capo delle

nozze bramate, preferì l'amor della seconda a quello della prima,

s_ervendo altri sette anni_ presso lui„.

E torniamo ad Aurelio Agostino. Egli parla della “dottrina di sapienza„

la quale è Rachele. Continua: E i più credono d'averla a ottenere “tosto

che si siano esercitati nei _sette_ precetti della legge, che riguardano

l'amor del prossimo, che non si noccia ad altrui: vale a dire, Onora il

padre e la madre, non fornicare, non uccidere, non rubare, non dir falso

testimonio, non desiderare la donna del prossimo, non desiderar la cosa

del prossimo„. E invece no: dopo aver osservati a tutt'uomo questi

_sette_ precetti, “attraverso varie tentazioni, quasi in mezzo alla

notte di questo secolo„, ottiene, che cosa? Invece “della desiderata e

sperata dilettazione della dottrina„, ottiene “la tolleranza della

fatica„: Lia la faticante, invece di Rachele la veggente. Eppure ci si

adatta, se il suo amore è perseverante, per giungere all'altra,

“_ricevuti altri sette precetti_: come se gli si dicesse: Servi altri

sette anni per Rachele. E tali precetti sono che egli sia povero in

ispirito, mite, piangente, famelico e sitibondo di giustizia,

misericorde, mundicorde, pacifico„.[1068] A questo punto nessuno, credo,

dubiterà più. L'argomento della Comedia è la rinunzia alla vita attiva,

a Lia, e l'adozione della vita contemplativa, di Rachele. Abbiamo

osservato che, nella Comedia, la vita contemplativa contiene l'attiva;

che, cioè, l'attiva dispone alla contemplativa; che non ha Rachele chi

non prende Lia. E abbiamo veduto che ciò esprime Dante facendo che Lia,

quand'esso è nella vita attiva convenevolmente esercitato e purificato,

non ha più deboli gli occhi; chè ella si specchia e Matelda raggia. E

abbiamo veduto che in ognun dei sette gradi del purgatorio suona una

delle sette beatitudini, annoverate e disposte in un suo modo dal Poeta:

in modo che, sdoppiando la fame e la sete, restino pur sette, in modo

che ultima rimanga quella che è penultima, cioè la mondizia del cuore,

perchè, questa, interpretata come purità dell'occhio interno, dispone

immediatamente alla sapienza e alla visione. In vero Beatrice è di là

con occhi di Rachele, dove si prepara una visione mirifica di passato e

d'avvenire. E abbiamo veduto che nella discesa al centro della terra il

viatore è riuscito a metter sotto Lucifero tricipite; cioè la malizia di

cui ingiuria è il fine, cioè l'ingiustizia con la sua possa malefica,

col malefico volere, col malefico intelletto: sì che egli, con penosa

azione e passione, ha ottenuta la giustizia e la pazienza della fatica

per la giustizia. Vero è che non l'ha ottenuta con l'esercizio

propriamente dei sette precetti di giustizia, che sono gli ultimi sette

dei comandamenti di Dio, ma (in ciò migliorando il suo testo) con

l'esercizio di tutti; non di quelli soltanto di giustizia propriamente

detta, ma di quelli ancora che appartengono a quella spezial giustizia

che si chiama _pietas_ e _religio_:[1069] non della sola umanità, come

ha Cicerone, ma della pietà. Di più ha letto nella sua Etica che l'uomo

non erra soltanto per male che faccia al prossimo, ma per male ancora

che faccia a sè, abusando della sua possa appetitiva, non frenando o non

ispronando i sensi, non avendo, insomma, continenza. E così ha aggiunto

l'incontinenza all'ingiustizia. Ma con tutto ciò (e qui potrei gridare

molto alto), ma con tutto ciò, enumerando tra lui e il suo maestro, i

vari peccati che di queste disposizioni cattive derivano, sette ne

trovano, sette ne dicono, sette ne fissano. Chi vorrà rimanere in dubbio

che il numero settenario non sia di necessità, data l'essenza del mito,

per così dire, che presiede al Poema? Giacobbe giunge a Lia dopo sette

anni, cercando Rachele; giunge a Rachele dopo altri sette anni, pattuiti

se non compiuti: Dante giunge a Lia e a Rachele dopo sette esercitazioni

di giustizia, e sette purificazioni e beatitudini.

Dante ha certo mutato nell'interpretazione mistica di S. Agostino.

Possiamo anzi dubitare che abbia egli attinto direttamente a questa

fonte e non a qualche rivolo sceso da essa. Ma nulla c'impedisce di

credere ch'esso abbia mutato, e corretto anzi, da sè. Or i cambiamenti

persuadono sempre più che a base del Poema Sacro è quest'interpretazione

mistica degli amori del patriarca.

In vero Dante ha enumerate e disposte diversamente le beatitudini,

mettendo ultima la mondizia del cuore: per qual ragione se non per

questa, di rendere più evidente il passaggio da Lia a Rachele, cioè

dalla vita attiva alla contemplativa? Lia non appare a Dante dopo i

primi, diciamo, sette anni; ma dopo i secondi: perchè, se non per

questo, che essendo i secondi sette anni raffigurati nelle sette

beatitudini, delle quali ultima è la mondizia del cuore ossia la purità

dell'occhio, egli trovava coincidente con l'attitudine alla vita

contemplativa la perfezione della vita attiva? e doveva trovare Lia a

specchiarsi come Rachele? e trovava in Matelda gli occhi luminosi di

Beatrice?

Si noti. Egli leggeva nel suo testo che i secondi sette anni sono le

beatitudini. Si persuadeva, leggendo qua e là, per esempio in Ugo di San

Vittore,[1070] che le beatitudini erano opposte ai sette peccati

capitali, perchè esprimono il premio proposto a sette virtù contrarie a

quelli. In poche parole, codesto Padre indica il legame tra questi

cinque settenari, ciò sono vizi, petizioni della preghiera dominicale,

doni, virtù, beatitudini.[1071] “I vizi sono cotali languori dell'anima

o ferite dell'uomo interiore: l'uomo è come un malato; Dio è il medico;

i doni dello Spirito sono l'antidoto; le virtù la salute; le beatitudini

il gaudio della felicità„. È inutile ammonire il lettore della grande

somiglianza di questo concetto con quello di Beda, che indicò quattro

ferite dell'anima, corrispondenti, come vedemmo, alle tre disposizioni

Aristoteliche, delle quali una, l'incontinenza, è duplice. Ora è ben

certo che nel purgatorio Dantesco si ricuciono sette piaghe, che sono le

macchie lasciate dai sette peccati capitali. Come non accogliere, dopo i

lunghi miei ragionamenti, il pensiero che i sette peccati, sette e non

più, in cui si risolvono le tre disposizioni o quattro ferite

dell'inferno, siano pur i sette peccati capitali corrispondenti a quelli

del purgatorio, come ferita corrisponde a cicatrice? Ma procediamo.

S. Agostino stesso induceva Dante a pensare ai sette peccati; perchè i

precetti simboleggiati dai sette e sette anni di servaggio a Laban, se

da una parte erano esortazioni a virtù, e, cioè, povertà di spirito e

mitezza e vai dicendo, dall'altra erano divieto di peccato: salvo il

primo, onora il padre e la madre; salvo il primo che Dante, come abbiamo

mostrato, sceverava, d'accordo coi teologi, dagli altri della seconda

tavola e metteva, come attinente a _pietas_, nella prima, con gli altri

precetti attinenti a _religio_. Erano dunque divieti di peccato; e così

Dante trovava nel tradizionale numero settenario dei peccati, qualche

cosa di meglio e di più compito che i sei comandamenti di giustizia, col

settimo di pietà! Al qual uopo parli finalmente il Sene che fu l'ultima

guida di Dante. Egli dice che “sette impedimenti ci ritardano da

ubbidire ai dieci precetti„. I suoi non sono propriamente i sette

peccati mortali; ma sette sono, e sono opposti a dieci. E il dieci si

trova col sette non solo nel Paradiso di Dante, ma e nell'inferno e nel

purgatorio.[1072] E aggiungo che S. Bernardo contro i sette impedimenti

invoca “il settiforme ausilio dello Spirito Santo„.

Nè aggiungo altro. Posso ripetere che usando della libertà concessa ai

mistici, Dante interpretò e numerò a suo modo le beatitudini, fondendo

quella dei pacifici in quella dei mansueti, e ponendola per terza contro

l'ira; ponendo seconda quella dei misericordi, contro l'invidia; e

sopratutto pronunziando ultima quella dei puri di cuori, perchè a questi

è ripromessa la visione. E posso concludere che ognuno può ripudiare i

miei argomenti in tutto o in parte, e credere o non credere quel che

vuole intorno alle virtù e ai vizi e alle disposizioni e alle ferite; ma

una cosa non può ripudiare, una cosa deve credere, che il numero di

sette per i peccati dell'inferno, numero affermato nell'enumerazione di

Virgilio e Dante, è di necessità: che sette e non più sono, perchè sette

e non più devono essere, sette e sette essendo gli anni del servaggio di

Giacobbe per Rachele.

Sotto il velame: Saggio di un'interpretazione generale del poema sacro · 第 109 / 142 题