I.

Il lettore che mi ha seguito, domanderà: “L'altro viaggio è il cammino

di Dio o della vita contemplativa, e il corto andare del bel monte è

quello del mondo e della vita attiva. Bene. La vita attiva consiste

nell'esercizio delle quattro virtù cardinali; ed è impedita da tre

disposizioni cattive, equivalenti a incontinenza, di concupiscibile e

d'irascibile, a violenza o bestialità, a frode; raffigurate nella lonza,

nel leone, nella lupa. Bene. La lupa che assomma quelle disposizioni e

in cui spariscono le altre due bestie, toglie a Dante il corto andare

del monte. Per l'altro viaggio, Dante scende e poi sale; scende sino a

trovare colui che assomma nelle sue tre faccie le tre male disposizioni,

scende in basso loco, scende ove il sol tace, scende ov'egli rimane

gelato e fioco. Esercita scendendo quelle quattro virtù; aiutato, sia

pure, da sette spiriti, che alle quattro virtù pagane cristianamente

equivalgono. E sale. Sale sulla cima d'un bel monte. Ivi è Beatrice, e,

si intuisce, l'innocenza e la felicità. Salendo, purga le caligini, le

schiume, le macchie di quelle medesime tre disposizioni, con quelle

medesime quattro virtù, aiutato, più visibilmente, da quei sette spiriti

che corrispondono, in ordine inverso, alle sette beatitudini le quali si

odono sonare nelle sette cornici. In che modo questo viaggio è “altro„

da quell'andare verso il bel monte? Dante è sceso in questo viaggio,

come nell'altro, sino al basso loco; e poi è risalito. Nell'altro, è

vero, non risalì. Le virtù che aveva seco, non bastarono; ma quelle

virtù le aveva. Ora tra il corto andare e l'altro viaggio è differenza

in ciò, che là non riuscì alla meta e qua, sì, giunse: altra differenza

non c'è. Or tu dici, come molti dissero e dicono, che invece è tanta

differenza quanta tra la vita attiva e la vita contemplativa. Come mai?„

Ecco: posso rispondere che la vita attiva dispone alla contemplativa;

bisogna ricordare le quattro virtù che menano Dante a Beatrice, e le tre

che aguzzano la sua vista;[1048] e che le virtù morali “essenzialmente„

non pertengono alla vita contemplativa, perchè il fine di questa è la

considerazione della verità: ora per le virtù morali sapere quel che

pertiene a considerazione di verità, è di poco momento, come il filosofo

dice, in _Eth. II 2, X cap. ult._; e lo stesso in _Eth. X 7 e 8_,

afferma che le virtù morali pertengono alla felicità attiva e non alla

contemplativa. Ma “_dispositivamente_„ le virtù morali pertengono alla

vita contemplativa: chè l'atto della contemplazione, in cui

essenzialmente consiste la vita contemplativa, è impedito sì dalla

veemenza delle passioni, per cui l'intenzione dell'anima è dalle cose

intelligibili tratta alle sensibili; e sì da tumulti esterni. Ora le

virtù morali impediscono la veemenza delle passioni, e sedano i tumulti

delle esterne occupazioni. Così, le virtù morali “_dispositivamente_„

pertengono alla vita contemplativa„.[1049] Sicchè Dante, nel suo

discendere per il baratro e nel suo salire per il monte, si è venuto

disponendo alla vita contemplativa, mortificando le passioni e facendosi

forte contro i tumulti esterni. E così ha fatto cosa che pertiene a

contemplazione. Il che è chiaro dal raffronto di tutte le due cantiche a

questo luogo d'Isidoro riportato nella Somma:[1050] “Nella vita attiva

prima mediante l'esercizio del bene si devono esaurire tutti i vizi,

affinchè l'uomo, nella contemplativa, già trapassi a contemplare il lume

divino _con pura la vista (acie) della mente_„. E noi abbiamo veduto che

Dante purifica il cuore, cioè la vista, dall'ultima traccia di vizio,

temprandolo attraverso il fuoco; sì che poi diventa acuto a vedere, cioè

a contemplare. Or questo significa Dante con un di quei suoi modi

ch'egli, se di là attende al destino del Poema Sacro, che lasciò senza

comento, e così tale che la sua sentenza difficilmente si sarebbe potuta

intendere, perchè esso non la contò; egli deve meravigliosamente godere

che si trovi e si dichiari. È questo. Simbolo della vita attiva è Lia. E

Lia appare in sogno al Poeta, quando già è passato attraverso le fiamme

ed ha acuito l'occhio alla visione.[1051] Il sogno, come quello che è

apparso nell'ora in cui la mente è divina, annunzia una verace

apparizione. Di lì a poco Dante vede Matelda. Matelda significa per

certo ciò che Lia. Lia nel sogno va “cogliendo fiori„ e canta; Lia va

“movendo intorno le belle mani a _farsi_ una ghirlanda„;[1052] Matelda

va anch'ella “cantando ed iscegliendo fior da fiore„.[1053] Eppure!

Rachele raffigura la vita contemplativa perchè, tra altro, il suo nome

s'interpreta “_visum principium_„, e così lei appaga “lo vedere„;[1054]

mentre Lia vedeva poco, era di deboli occhi, _lippis oculis_.[1055]

Questo difetto della vista di Lia fu di principal momento a determinare

il significato mistico di lei in comparazione della veggente sorella.

Ora Dante raffigura, in sogno, Lia che dice:[1056]

Per piacermi allo specchio qui m'adorno:

in un atto che è di contemplazione, perchè la sua

suora Rachel mai non si smaga

del suo miraglio, e siede tutto giorno.

Come mai quest'altra Lia, che è Matelda, quelli occhi che avrebbero a

essere _lippi_, li ha tali che[1057]

non credo che splendesse tanto lume

sotto le ciglia a Venere...?

Altro che _lippis oculis_ è codesta Lia! O come? Così. La vita attiva

sta diventando contemplativa; è già disposta alla contemplazione. Dante

ha, con l'esercizio delle virtù morali, acquistata, attraverso il fuoco

dell'ultimo peccato, la mondizia della vista. È disposto a vedere. Non è

così? È così. Perciò Lia si piace allo specchio e perciò Matelda ha gli

occhi luminosi. È Dante, se s'interpreta il simbolo, è Dante medesimo in

loro, che ha stenebrato gli occhi infermi, e già è per contemplare.

Ciò dopo di aver finito di purgare le sette macchie veniali che lasciano

i sette peccati mortali... Sette? Ma sì. Debbo ancora ripetere che le

tre disposizioni si spicciolano in sette peccati, di quei della palude

pingue, che porta il vento, che batte la pioggia e che s'incontrano con

acerbi rimbrotti; che fanno quattro; più le tre malizie; che fanno tre;

e sette dunque in tutto? E che questi sette peccati sono i sette peccati

mortali? Debbo ancora ripeterlo?

Ma sono più di sette.

E debbo ancora ripetere che i sepolti nel cimitero non contano nel

novero degli abitanti d'una città? che quelli del vestibolo, quelli cioè

che sono di là del fiume, sono fuori dell'inferno, che comincia (è

chiaro) col principio, cioè col primo cinghio? che quelli del limbo dopo

il gran dì, non ci saranno più, e risusciteranno, come quelli del

cimitero saranno sepolti? che la “sospensione„ la quale è sì nel limbo e

sì nel cimitero, cesserà, come Dante, secondo una virtù indubitabile del

suo stile, dice per gli uni volendo intendere anche degli altri, cesserà

nel “gran dì„? che la mezza sepoltura e tenebra degli uni diventerà

intera, come la mezza luce (perchè hanno un fuoco tra le tenebre) e la

mezza, innocenza (poichè hanno le quattro ma non le tre virtù) diventerà

intera negli altri?

Sette, dunque. E i sette peccati capitali e mortali.

Rimane qualche dubbio?

Sotto il velame: Saggio di un'interpretazione generale del poema sacro · 第 108 / 142 题