L'amor del male, nel purgatorio, è il primo dei “ritrosi passi„. Amando
il male del prossimo, l'uomo si torce e si allontana da Dio. La cupidità
riesce a volontà iniqua.[893] E questa è che spiace a Dio più
dell'incontinenza. L'offesa che con essa si fa a Dio, non è perchè
propriamente Dio ne sia attinto. Dio è intangibile. Ma egli ne è offeso;
e più o meno. La superbia, è fuor di dubbio, l'offende più, l'offende
direttamente. Or come la superbia del purgatorio non par contro Dio? Già
ogni affetto è deciso dall'odiar Dio; ma non è detto che l'amor del
male, e così ancora, sebben meno, l'amor soverchio e l'amor lento del
bene non vero, non offenda Dio.[894]
Di tal superbia qui si paga il fio;
ed ancor non sarei, qui, se non fosse
che possendo peccar mi volsi a Dio.
Se si volse, ne era torto. Se l'amor del male è un arretrar da Dio, ma
più o meno, e quello che genera la superbia è un arretrar più, da che è
dato questo arretrar più? Da ciò che nella definizione è detto, che
alcuno spera eccellenza. Ora imaginiamo che costui arretri. Finchè egli
ami il mal del prossimo, indotto da uno sperare d'eccellenza, sarà
superbo. Ecco Lucifero. Che fece egli? Pensò la superbia, come dice S.
Bernardo. E con la definizione di Dante possiamo dire che sperò
eccellenza. Eccellenza vuol dire superiorità, primazia. Ebbene? Il male
ch'egli amò fu quel di Dio; la eccellenza che sperò, fu sopra Dio. Ma è
così di tutti? No: per un uomo il male che ama non può essere che del
prossimo o vicino; tuttavia l'eccellenza che spera ha da essere sopra
Dio; perchè Dio è sopra tutti e il superbo vuol essere lui sopra tutti.
Ora Adamo fu superbo nel gustare il pomo. La superbia di lui consistè,
dice S. Agostino,[895] nel voler farsi principio e Dio a sè. E ciò
violando un “comandamento così lieve a osservare, così breve a
ricordare, specialmente quando nessuna cupidità resisteva al volere„.
Nei figli di Adamo il mangiar del pomo è sostituito da ogni azione da
cui li distolga un comandamento della stessa levità e brevità. I
comandamenti sono dieci. I più lievi sono i primi; cioè quelli della
prima tavola e il primo della seconda. In verità gli ultimi sono contro
il desiderio, e il desiderio cominciò a resistere al volere dopo l'umana
colpa, e a resistere in modo quasi irresistibile. Dunque difficilissimo
è osservare quei precetti, come facilissimo osservare i primi quattro.
Ora nella ghiaccia sono quattro circuizioni: Caina, Antenora, Tolomea,
Giudecca. In esse si pagano le offese al vinco dell'amore naturale e
dell'aggiunto,[896]
di che la fede spezial si cria.
Quei peccatori hanno amato dunque, se poi fecero, il male del prossimo
più prossimo, per così dire. Invero Caino fu _fideicida_,[897] cioè
uccise il vincolo di amore e di fede speciale. “Non meraviglia se Caino
insorse contro il fratello, se prima aveva ucciso la sua fede„; “morte
della fede è la separazione della carità (amore)„; “tu confessi che Dio
è, ma coi fatti lo neghi„; “la carità animi la fede, l'azione provi la
fede„. Caino è dunque un apostata come è apostata Giuda; è fideicida
prima che fratricida, e perciò dà il nome a una circuizione della
ghiaccia, nell'inferno, ed è esempio d'invidia, nel purgatorio. Ora non
è apostasia, oltre che di Giuda e di Caino, di tutti i peccatori che
sono sotto Lucifero? Essi uccisero l'amore di che si crea la fede
speciale, che è quanto dire la carità che anima e dà vita alla fede. Ma
“speziale„, si dirà. Ebbene codesta fede speziale qual è? Quella, dalla
Caina in fuori, che è nella patria, negli ospiti, nei benefattori, come
tutti, presso a poco, dicono. Ebbene Dante dice che chi rompe il vincolo
d'amore da che si crea la fede speciale che è della patria, degli
ospiti, dei benefattori verso noi, offende direttamente Dio; come Giuda,
al quale gli Antenorei assomigliano per patire il calcagno che Giuda
levò, al quale coloro di Tolomea assomigliano per ruinare in inferno
dopo la buccella intinta, al quale coloro di Giudecca non c'è bisogno di
dire che assomigliano. Ma occorre ricordare che quelli di Caina temono
quel calcagno che quelli di Antenora hanno nelle gote. Dunque tutti
costoro, sebbene i Cainiti meno, apostatarono da Dio, ossia disertarono
la fede propriamente detta nel tempo stesso e col fatto stesso che
uccisero quel vincolo d'amore e di fede speziale. Questo è il fatto col
quale negarono Dio; questa la bestemmia di fatto ben più grave di quella
col core soltanto. Ed è, tal bestemmia di fatto, contro Dio, come non vi
può essere bestemmia che contro Dio: e propriamente contro i tre primi
comandamenti che riguardano la soggezione nostra a lui, principio
generale dell'essere, e contro il quarto, che riflette il principio
particolare e che comprende il legame a tutti i consanguinei.[898] La
violazione del primo, che afferma l'esistenza di Dio e della sua
primazia, è simboleggiata in Lucifero e in quelli che maciulla; la
violazione del secondo, che proibisce lo spergiuro, è figurata nel
tradimento di Giuda in quanto a mensa prese il sacramento in peccato, fu
sacrilego, ricoverò in sè Satana invece del Cristo; la violazione del
terzo, che comanda la santificazione del Sabato, è pur sempre
rappresentata da questo supremo e comprensivo tradimento dell'apostata,
il quale tradì nella cena pasquale, e mangiò, in disgrazia di Dio,
quell'agnello che era il simbolo di colui che fu crocifisso. Oh! se par
ostico al mio lettore credere che il peccato di Bocca sia, misticamente,
un violare il Sabato di Dio, anzi il più santo (_erat enim magnus dies
ille Sabbathi_) dei Sabati, cioè la Pasqua, una festa, anzi la più
sublime delle feste, quella della passione e risurrezione di Gesù; pensi
ancora che a Dante poteva essere presente il significato mistico della
celebrazione del Sabato; ossia la creazione del cielo e della terra,
cioè della nostra patria futura e presente e la fruizione di Dio, che
sarà in patria.[899] O pensi ancora che un'operazione era lecita nel
Sabato: combattere per la patria.[900] Chè i nemici vennero contro i
figli d'Israele nei giorni di Sabato. E fecero strage di loro che
dicevano: Moriamo tutti nella semplicità nostra! e saranno testimoni
sopra noi il cielo e la terra, che voi a torto ci distruggete. Ma in
fine Mathatias e gli amici di lui pensarono: “Ogni uomo, qualunque verrà
a noi in guerra nel dì dei Sabati, combattiamo contro lui; e non morremo
tutti, come son morti i fratelli nostri a tradimento (_in occultis_)„. E
il lettore può pensare ancora a quest'altro passo:[901] “Molti di
Israele consentirono a lui (ad Antioco) e sacrificarono agl'idoli e
macchiarono il Sabato„. Si tratta d'un passaggio al nemico e d'una
diserzione da Dio, che si assommano nella violazione del Sabato.
A ogni modo è chiaro che il tradimento è in Dante la violazione d'una
fede speciale verso il prossimo, che è nel tempo stesso un'apostasia
dalla fede in Dio: superbia, dunque. Per essa si va volgendo il viso da
Dio e arretrando col passo per una via torta, con gli occhi levati
contro Dio, nella speranza dell'eccellenza, e spinti dall'amore del male
del prossimo. Se non si ha quella speranza, ci si ferma a mezza via; si
resta all'invidia: con quella speranza si sdrucciola sin dove, invece
d'un sasso sulla cervice, si hanno addosso tutti i pesi del mondo;
perchè si finisce col trapassare il segno ultimo della nostra soggezione
a Dio;[902] si finisce col levarsi di torno quel tenue velo, che vuole
il minimo sforzo nostro, anzi nessuno sforzo, per istarci sotto;[903] si
finisce col non vedere, mediante l'intelletto che Dio ci diede, la cosa
più evidente: che da lui l'abbiamo, lo intelletto.[904]
Ma ogni ragionamento è superfluo quando si consideri che in Malebolge e
nella Ghiaccia è vergogna e orror della fama, in diversa misura; più in
questa che in quelle; e della Ghiaccia più nella seconda e nelle altre
successive circuizioni, che nella prima. Ora l'invidia è definita:
E chi podere, grazia, onore e fama
teme di perder...
e la superbia:
E chi...
spera eccellenza.
Come il contrappasso non persuade ognuno che invidia fu la colpa di quei
peccatori che più o meno odiano questa fama e non sperano più grazia nel
mondo; e superbia quella di quelli altri che tengono il viso basso e non
vogliono essere veduti nè riconosciuti nè nominati?