X.

Torniamo all'“altro viaggio„. Dante vede la espiazione di sette peccati

nell'inferno e la purgazione dei medesimi sette nel purgatorio.

Nell'inferno la ferita fu mortale; nel purgatorio si ricuce la piaga che

mortale non fu.

Nelle cornici non troviamo peccatori, che fossero di malizia;[905] non

troviamo traditori pentiti tra i superbi, e frodolenti pentiti tra

gl'invidi, e violenti tra gl'iracondi. Insomma nelle tre più basse

cornici si purgano la superbia, la invidia e l'ira, senz'atto

d'ingiuria, il qual atto sarebbe tradimento, frode e violenza. Come mai?

Dante forse ebbe la mente a un passo d'Isaia: Non noceranno e non

uccideranno in tutto il monte santo mio.[906] Dante praticamente non ci

ha mostrato nelle tre cornici alcuno che abbia veramente nociuto:

teoricamente non ha esclusi costoro, poichè dall'antipurgatorio

saliranno, quando che sia, al vero purgatorio alcuni, che nocquero sì e

uccisero. Ma procediamo.

In ognuna delle sette cornici il viatore sente cantare una beatitudine.

La voce delle beatitudini suona nell'uscir dalle cornici, così: _Beati

pauperes spiritu_, dopo la superbia; _Beati misericordes_, dopo

l'invidia; _Beati pacifici_ che son senz'ira mala, dopo l'ira; _Qui

lugent..._ beati, dopo l'accidia; Quei ch'hanno giustizia a lor

disiro... beati, cioè beati quelli che _sitiunt_ giustizia, dopo

l'avarizia; Beati... quelli che _esuriunt_ quanto è giusto, dopo la

gola; _Beati mundo corde_, dopo la lussuria.[907]

Sottinteso è sempre il premio, che è nell'Evangelista, in varie guise; e

specialmente quello che si propone nella prima e nell'ultima: Beati i

poveri in ispirito, chè di essi è il regno dei cieli; beati quelli dal

cuore puro, chè essi Dio vedranno. Per Dante sono pronunziate tali

divine parole; e Dante andrà nel regno de' cieli e vedrà Dio, così come

qualunque altra di quell'anime penitenti via via. Il peccato si cancella

e suona l'annunzio. Ora noi dobbiamo aspettarci (senz'essere così

indiscreti da pretendere: Dante farà quel che crede!), noi peraltro

dobbiamo aspettarci di trovare nel paradiso di codesti poveri in

ispirito e misericordiosi e vai dicendo. Ma, prima di tutto: codeste

beatitudini non sono propriamente quelle di Matteo e tutte quelle di

Matteo.[908] Nel suo Vangelo, dopo i poveri sono i miti che possederanno

la terra; e nella Commedia non sono. Di più, Dante fa due beatitudini

d'una che è semplice: Beati quelli che hanno fame e sete di giustizia,

che saranno sazi; di più, il Vangelo ha: Beati quelli che soffrono

persecuzione per la giustizia; e Dante questi non li ha. Di più,

l'ordine è diverso. Quello di Matteo è questo: poveri, miti, piangenti,

famelici e assetati, misericordi, mundicordi, pacifici, perseguitati.

Quello di Dante abbiamo veduto che finisce coi mundicordi. E di ciò si

vede la ragione. Quella beatitudine si conclude con le parole: che Dio

vedranno. Orbene: la mondizia del cuore è “l'effetto della vita attiva

che dispone alla vita contemplativa„: questo effetto è che “la mente non

sia macchiata di passioni„.[909] “La mondizia dell'occhio dispone a

veder chiaro; perciò ai mundicordi è promessa la divina visione„.[910]

Vero è che un senso analogo a questa il dottore trova in quella che è

veramente ultima nello Evangelista: beati i pacifici; ma Dante ha

interpretata codesta, non so se a modo suo o di altri, come equivalente

a quella che ha omessa: Beati i miti o mansueti. Il fatto è che tra

Beatrice e lui è il muro di fuoco, e Beatrice, raggiandogli con gli

occhi, lo condurrà alla visione di Dio. Per ciò Dante ha voluta ultima

questa beatitudine che promette la visione. Egli riassume con essa i

premi che nelle altre sono promessi variamente: veder Dio. E ciò conduce

a pensare che le beatitudini egli concepisca come atti della vita

attiva, per i quali l'uomo si faccia degno della contemplazione. Per

contemplare, l'uomo deve essere povero in ispirito, misericorde,

pacifico, piangente, sitibondo di giustizia, esuriente quanto è giusto,

e infine, e per concludere, di cuore mondo: mondo è l'occhio allora, e

vedrà.

Ora, secondo S. Agostino, contrari ai sette vizi o peccati sono le sette

virtù o doni dello Spirito santo.[911] E il medesimo attribuisce a

questi doni di Isaia le beatitudini dell'Evangelo.[912] Al che

acconsente il dottore d'Aquino, dicendo che “le beatitudini si

distinguono dalle virtù e dai doni, non come abiti distinti da quelle e

quelli, ma come atti si distinguono da abiti.„ Sicchè di quei beati di

Dante, si avrebbe a supporre che avessero in abito un dono dello Spirito

santo corrispondente alle singole beatitudini. E pongo il quesito,

perchè Dante, riducendo le beatitudini da otto a sette (come aveva

esempi), e specialmente facendo ultima la penultima, e fondendo l'ultima

dei pacifici nella seconda dei miti; e ponendo in opposizione le sette

beatitudini ai sette peccati, ai quali secondo S. Agostino sono opposti

i doni dello Spirito; dà a divedere che ha certo pensato a qualche cosa

di simile. Poi nella visione della foresta sono sette candelabri, che

sembrano questi doni.[913] Infine in ogni cornice vi è, di carità

opposta al vizio, un esempio tratto dalla dolce storia di Maria.

Donde ciò? Da questo che Maria è come il simbolo del purgatorio, perchè

ella ebbe duplice “purgazione„ dallo Spirito, avanti e mediante la

concezione dell'uomo Dio; ch'ella fu “mondata„ dall'infezione del

fomite, sì che a lei si riferiscono le parole del Cantico: Tutta bella

sei, amica mia, e “macchia„ non è in te.[914] Or poichè questa sua

purgazione e mondizia è opera dello Spirito, dacchè ella è “quell'unica

sposa dello Spirito santo„;[915] si ha da credere che in essa valessero

questi doni o spiriti o virtù; e che Dante, come vide il primo fatto,

così asserisce il secondo. Tanto più che i doni sono tra loro connessi

nella carità, come quelli che sono alcuni abiti che perfezionano l'uomo

a ciò che prontamente segga l'istinto dello S. S.: e “lo S. S. abita in

noi mediante la carità„.[916] Ora chi dice Maria, dice carità:[917]

Qui sei a noi meridiana face

di caritate:

come esclama Bernardo nel paradiso.

Ma più certo indizio del pensiero di Dante è nel Convivio. “Sono alcuni

di tali opinioni, che dicono, se tutte le precedenti virtù (le undici di

Aristotele, che Dante nella Comedia lascia da parte per le quattro

cardinali) s'accordassero sopra la produzione d'una anima nella loro

ottima disposizione, che tanto discenderebbe in quella della Deità, che

quasi sarebbe un altro Iddio incarnato: questo è quasi tutto ciò che per

via naturale dicere si può. _Per via teologica_ si può dire, che poichè

la somma Deità, cioè Iddio, vede apparecchiata la sua creatura a

ricevere del suo beneficio, tanto largamente in quella ne mette, quanto

apparecchiata è a riceverne. E perocchè da ineffabile _carità_ vengono

questi doni, e la divina carità sia appropriata allo _Spirito Santo_,

quindi è che chiamati sono Doni di Spirito Santo, li quali, secondo che

li distingue Isaia profeta, sono sette, cioè, Sapienzia, Intelletto,

Consiglio, Fortezza, Scienza, Pietà, Timor di Dio. Oh! buone biade! e

buona e mirabile sementa!... Ov'è da sapere che il primo e più nobile

rampollo che germogli di questo seme per essere fruttifero, si è

_l'appetito dell'animo_, il quale in greco è chiamato _hormen_... E però

vuole Santo Agostino, e ancora Aristotele nel secondo dell'Etica, che

l'uomo s'ausi a ben fare e a _rifrenare le sue passioni_, acciocchè

questo tallo, che detto è, per buona consuetudine induri, e rifermisi

nella sua rettitudine, sicchè possa fruttificare, e del suo frutto

uscire la dolcezza dell'umana felicità„.[918]

Ora si ricordi che nel purgatorio si purgano le macchie che le passioni

lasciarono nell'appetito dell'animo; sicchè quelli che a mano a mano le

mondano e riottengono “duro e rifermato„ quel tallo, hanno poi la

dolcezza, non più della caduca ma dell'eterna felicità. E quanto è

probabile che quei candelabri che di lungi sembrano “arbori d'oro„,

siano di queste biade che germogliano!

Si dirà: Le beatitudini equivalgono alle virtù opposte al vizio per il

quale sono pronunziate. Sta bene. Un noto passo di S. Bonaventura

c'insegna quali sono queste virtù.[919] Benissimo. Eppure, se intendiamo

che la povertà in ispirito sia umiltà e la misericordia sia carità e la

placidezza sia lenità e la mundizia di cuore sia verginità o castità;

intendiamo meno come la sete di giustizia sia povertà e la fame di

giustizia sia sobrietà, e meno ancora, come il pianto, beatificato nella

cornice dell'accidia, sia sollecitudine. Contro la tristizia a cui si

riduce l'accidia, raccomandato il pianto? Dovete essere giocondi,

nell'aer dolce e nel sole: si dice nell'inferno; e si dice nel

purgatorio il medesimo con l'esempio della femmina balba: e poi qui si

proclamerebbe: _Beati qui lugent_? Non si intende. S'intende invece

perfettamente, quando nei fatti di Maria si vedano adombrati i sette

doni dello Spirito: di Maria, la quale dal suo fedel Bernardo è detta

aver penetrato “il più profondo abisso della sapienza divina„ e aver

conculcato “l'insipienza„, “lo stolto, il principe d'ogni

stoltizia„.[920] Or la sapienza è il supremo degli spiriti; e gli

spiriti sono figurati dal Poeta in candelabri raggianti.

Ma in qual rapporto sono essi con le beatitudini? S. Agostino dice che

c'è congruenza tra la settiforme operazione dello Spirito Santo con le

beatitudini; ma c'è ordine inverso: Isaia comincia dai più alti, Matteo

dai più bassi.[921] In Isaia tali sono i doni:[922] “E poserà su lui lo

spirito del Signore: spirito di sapienza e d'intelletto, spirito di

consiglio e di fortezza, spirito di scienza e di pietà. E lo riempirà di

spirito di timor del Signore„. San Bernardo accoglie la rispondenza

Agostiniana e dice[923] che lo Spirito Santo fa, mediante il timore,

beati i poveri in ispirito, con la pietà i miti, con la scienza i

piangenti, con la fortezza i famelici e assetati di giustizia, col

consiglio i misericordi, con l'intelletto i mondi di cuore, con la

sapienza i pacifici. Ora Dante ha delle beatitudini altro ordine, come

s'è detto. Secondo questo, il timore farebbe beati i poveri in ispirito,

la pietà i misericordi, la scienza i pacifici, la fortezza i piangenti,

il consiglio i sitibondi di giustizia, l'intelletto i famelici di quanto

è giusto, la sapienza i mondi di cuore. Raccolgo in vero che questi doni

perfezionano le potenze dell'anima razionali e appetitive: le une ad

apprendere la verità, e a giudicar la verità, le altre ad ubbidire alla

ragione. E così il timore dirige l'affetto dal male a Dio; e la pietà lo

dirige in ciò che riguarda il prossimo e la fortezza in ciò che riguarda

noi, ed è contro il timor dei pericoli; e la scienza perfeziona la

ragione pratica a giudicar rettamente, la sapienza la ragione

speculativa; e così l'intelletto dirige la ragione speculativa ad

apprendere la verità, e a questo medesimo fine il consiglio dirige la

ragione pratica.[924] In questa dichiarazione il nostro pensiero si

ferma in ciò che due doni sono per il giudicar rettamente, chè in ciò si

travede la ragione dello sdoppiamento fatto dal Poeta, di famelici e

assetati di giustizia. Sono, in Dante, questi assetati e famelici,

quelli che abbiano mondata la macchia della avarizia e della gola. Or

contro l'avarizia e la gola, possono i doni degli spiriti di scienza e

di sapienza? Secondo l'ordine sopra designato, sarebbero invece il

consiglio e l'intelletto. Può Dante avere mutata la teorica

dell'Aquinate?

Può. Invero della sapienza egli pensa diversamente.[925] “Nella faccia

di costei appaiono cose che mostrano de' piaceri di Paradiso„: negli

occhi e nel riso. “E qui si conviene sapere che gli occhi della

sapienzia sono le sue dimostrazioni, colle quali si _vede la verità

certissimamente_; e il suo riso sono le sue persuasioni, nelle quali si

dimostra la luce interiore della sapienzia sotto alcuno velamento: e in

queste due si sente quel piacere altissimo di _beatitudine_, il quale è

massimo bene in Paradiso. Questo piacere in altra cosa di quaggiù esser

non può, se non nel guardare in questi occhi e in questo riso„. Qui è la

sapienza che consiste nel veder la verità, e la sapienza che è suprema

beatitudine. Per limitarci, ricordiamo che l'ultima beatitudine è per

Dante la mondizia del cuore, perchè promette e permette la divina

visione; ricordiamo che “lo dolce Padre„ mentre Dante attraversava il

fuoco, per confortarlo[926]

pur di Beatrice ragionando andava

dicendo: Gli _occhi_ suoi già veder parmi.

Affermiamo, senz'altro, che il dono della sapienza corrisponde

all'ultima beatitudine, e che fa che si veda la verità certissimamente.

Il che si conferma da ciò che S. Gregorio dice, che la sapienza “rifà la

mente intorno alla speranza e certezza dell'eterne cose„:[927] ebbene

Dante, appunto ai lussuriosi, a quelli che sono per mondare il cuore e

l'occhio attraverso le fiamme, dice:[928]

O anime sicure

d'aver, quando che sia, di pace stato:

nel che è da notare (sottilmente!) il sottile accorgimento del Poeta,

che, pur avendo tolta di posto la beatitudine dei pacifici, ne fa pur

menzione nel luogo dove gli altri la pongono.[929] Con questo filo a

condurci, supponiamo che Dante abbia posta, per vedere la verità, oltre

la sapienza, quella che a lei trovava congiunta nel Dottore: la scienza.

La sapienza si rivolge alla ragione speculativa, la scienza alla ragione

pratica. Inoltre abbiamo, nello sdoppiamento della beatitudine dei

sizienti ed esurienti, un indizio chiarissimo, che Dante riconosce in

due doni l'aiuto a rettamente giudicare. Quali sono essi? Direi: quelli

che il dottore pone insieme, come aiuti a intendere la verità: dunque,

consiglio e intelletto; il consiglio, volgendosi alla ragion pratica, e

l'intelletto, alla ragione speculativa.

Il supposto, ecco, si colorisce alla luce. La scienza è il dono o lo

spirito che conduce la ragion pratica a veder la verità. Corrisponde

alla beatitudine dei pacifici; quindi è il dono contro la passione

dell'ira. Questo deve riscontrarsi in Dante, se il rapporto è vero. Sì:

tra il fumo che acceca, e che, come è in relazione col fuoco infernale

della violenza o bestialità o ira, così è in relazione col fuoco

purgatoriale della lussuria, fuoco che affina il lussurioso e monda il

cuore e aguzza l'occhio alla visione; tra quel fumo, tra cui Dante è

tratto in visioni estatiche;[930] a lui parla Marco Lombardo.[931]

Ebbene, costui “del mondo seppe„. E invero insegna a Dante che due sono

le strade, quella del mondo e quella di Deo; e dimostra perchè il mondo

è cieco e perchè il mondo disvia. È “scienza„ codesta di Marco, perchè

riguarda la ragion pratica e la vita attiva. Ed è mirabile osservare

come qui si ripeta dalla bocca di costui l'imagine dell'anima che come

un fanciullo va da picciol bene a più grande. Chè l'imagine è del

Convivio:[932] “Onde vedemo li parvoli desiderare massimamente un

pomo... e poi... uno uccellino, e poi... bello vestimento, e poi il

cavallo, e poi una donna, e poi ricchezza non grande e poi più grande e

poi più„. Or bene questo paragone è quivi indotto, parlandosi del

desiderio di “scienza„. Ma ben altra è la parte della “scienza„ in

questa cornice che purga l'ira! Non si parla che di “vedere„ e

d'“occhi„,[933] in questo girone, in cui Dante entra “con le luci

vaghe„!

Il consiglio è il dono o lo spirito che conduce la ragione pratica a

“giudicare„ rettamente della verità. Corrisponde alla beatudine dei

sizienti: quindi è il dono contro l'avarizia. Ora, come nei canti

dell'ira è sempre parola di occhi e di vedere, così nei canti

dell'avarizia è discorso come di sete, per la beatitudine, così di

giustizia, per il dono. Giustizia fa, con la speranza, men duri i

soffriri; giustizia merge a terra l'occhio degli avari; giustizia li

tiene stretti: e Dio che tutto “giuggia„ deve far vendetta; e c'è chi fa

ben malvage ammende; e c'è la “verace corte„ di Dio.[934] Quanto a sete,

Dante ne è preso nel sentire il tremar del monte; ed è sete naturale che

mai non sazia (in ciò simile a quel che Dante afferma della scienza

oltre che delle ricchezze, nel Convivio);[935] ed è sete che si fa men

digiuna con la speranza; e quanto ella è grande, tanto si gode del bene;

finchè la sete si trova insieme con la giustizia, nelle parole

dell'angelo.[936] Ebbene? E dov'è il consiglio? Prima di tutto, la sete

di cui si parla, e che è in relazione col _sitiunt_ della beatitudine,

non è sete di giustizia. Di che? Di sapere! di sapere alcunchè, onde

confermare o riformare un qualche giudizio che s'è avviati a fare.

Invero si attenda. Il papa avaro dà il consiglio della via; e questa via

deve essere a destra: consiglio di rettitudine.[937] E Dante chiede al

medesimo il perchè della pena, e il papa spiega il perchè e dice quanto

sia giusto perchè.[938] E Dante parla d'un “dritto rimorso„;[939] e

l'avaro di ciò lo corregge. E ad altro si volge, a chiedere altro

perchè; e pur questi lo corregge, questi che è re come quello fu

papa.[940] E nel suo discorso Dante apprende a giudicar rettamente di

Bonifazio, che pur nell'inferno assevera simoniaco: ma simoniaco, quanto

si vuole, il papa, traditore e crudele fu verso lui il nuovo

Pilato.[941] E poi si sente il tremuoto, e qui tutti e due i viatori

restano immobili e sospesi. Dubita Dante, ed ha intensa voglia di

sapere, e sì incerto è esso avanti l'ombra di Stazio, e sì l'ombra di

Stazio riguardo lui; e così per le parole di Virgilio e per le parole di

Stazio l'uno e l'altro sono messi in grado di giudicare

veracemente.[942] Sì che Virgilio conchiude:[943]

Omai veggio la rete

che qui vi piglia, e come si scalappia,

per che ci trema e di che congaudete.

Si rende ragione di tutto... Cioè, no: vuol sapere chi è Stazio e come

sia lì da tanto tempo.[944] E già nel parlare di Stazio, sorge una nuova

occasione di dubbio. E Stazio non interpreta a dovere il lampeggiar di

riso che dimostra Dante, e questi non ha dichiarata la vera cagione del

suo ammiccare, e non ha palesato che la sua scorta è Virgilio, che già

Stazio si inganna ancora e per un momento dismenta la sua vanità e

giudica cosa salda ciò che è ombra. E risuona la voce: _Sitiunt_. Se

tutto questo trattato dichiara che nell'avarizia è il principio

dell'ingiustizia, e che l'ingiuria dei papi e dei re, o meglio la loro

cupidità, è il malanno del mondo; se dimostra limpidamente che anche nel

purgatorio la lupa è meglio ingiustizia che avarizia; dice, ancora,

questo trattato che il consiglio è il dono contro l'avarizia; perchè ci

fa giudicar rettamente nella via pratica.

E si passa senza transizione al dono che ci fa giudicar rettamente nella

via speculativa: all'intelletto. Subito dopo la voce dell'angelo,

Virgilio è preso da un dubbio, da una tentazione, diremmo, di giudicar

malamente di Stazio. Come mai Stazio fu avaro? E Stazio comincia col

principio generale:[945]

Veramente più volte appaion cose,

che dànno a dubitar falsa matera,

per le vere ragion che sono ascose.

L'intelletto le deve scoprire, queste vere ragioni. E così Stazio

corregge il giudizio di Virgilio; e ricorda in questo suo nuovo

discorso, un verso di Virgilio, per il quale si ricredè del suo errore

di prodigo, e in questo verso... a caso, lettore?... in questo verso è

la “fame„. Prima tanta sete, ora la fame; prima _Sitiunt_, ora

“esuriendo„.[946] Ed è appena dileguato il dubbio di Virgilio, che gia

in lui ne sorge un altro: come fosti cristiano, se la Tebaide ti mostra

pagano?[947]

qual sole o quai candele

ti stenebraron sì?

E l'altro gli dice che fu, dopo il lume di Dio, una lucerna che Virgilio

stesso teneva, ma dietro sè! A Virgilio quel dono era mancato. La

conversazione continua tra i due; e Dante[948]

ascoltava i lor sermoni

ch'a poetar _gli_ davano _intelletto_.

E vedono l'albero della vita e poi l'albero della conoscenza del bene e

del male. E di qui innanzi di fame e di cibo e di vivande e anche

bevande si parla a ogni tratto; come è naturale, trattandosi della colpa

della gola punita con l'odore di quei primi dolci pomi. E mentre

continua questo dubbiare e questo ingannarsi e questo ricredersi, sì che

Dante non crederebbe che “l'odor d'un pomo sì governasse„, e ammira “per

la ragione ancor non manifesta„, e non avrebbe riconosciuto al viso e sì

lo riconosce alla voce, il suo Forese, e Forese chiede a lui delle due

ombre, ed esso all'altro, “che sì lo spoglia„, e Dante avrebbe pensato

“trovar laggiù di sotto„ l'amico; e l'amico non sa rendersi conto

dell'andar di Dante, “che _gli_ si cela„; e Bonagiunta, che riconosce in

Dante colui che cantò “donne che avete _intelletto_ d'amore„, solo ora,

_issa_, vede il nodo che lo ritenne fuori del dolce stil nuovo; si

giunge all'altro albero, del bene e del male, e la gente prega verso

lui, come bramosi fantolini, e poi si parte “come ricreduta„. Un

inganno, dunque, ancor quivi; e tale che bene fa vedere il nesso tra la

colpa della gola e il dono dell'intelletto. Chè gli alberi sono due:

quel della vita e quel della scienza del bene e del male. Ad Eva il

diavolo promise: Non morrete! E promise: Sarete come Iddio sapendo il

bene e il male! Ed i primi parenti gustarono del pomo, il che fu in sè

una colpa della gola; e la morte entrò nel mondo, e una grave ignoranza

oscurò il prima limpido intelletto. Or il Poeta, avanti il vizio della

gola, ricorda sì il misero guadagno che fece la natura umana da quel

pomo, ossia la morte per la vita, e l'ignoranza per la conoscenza del

bene e del male, e la sfrenata concupiscenza per la deità promessa; e sì

ricorda lo spirito che ci fu dato, contro quel difetto: lo spirito per

il quale la ragione speculativa può rettamente giudicare. E così il

Poeta tratterà della risurrezione dei corpi, la quale sarà un nuovo

tormento per quelli di cui morì l'anima e una nuova gioia per quelli di

cui l'anima, mercè quel dono, visse del cibo degli angeli. E parlerà

anche dello stato intermedio dell'anima nel regno della pena e del

premio, quando non ha più il corpo della prima natività nè ancora quello

della seconda.[949] E così Stazio, in questa cornice, risponderà al

dubbio tutto speculativo di Dante:[950]

Come si può far magro

là dove l'uopo di nutrir non tocca?

La quale quistione è il nesso che congiunge Ciacco al Dottore angelico.

E in questa cornice risplende la luna della prudenza.

Nella cornice della superbia è sottinteso il dono del timore, in quella

della invidia quello della pietà, in quella dell'accidia quello della

fortezza. Appena in questa è Dante, ecco:[951]

“O virtù mia, perchè sì ti dilegue?„

tra _sè_ stesso dicea, che _si_ sentiva

la possa delle gambe posta in tregue.

Questa spossatezza lo conduce a chiedere un ragionamento al

maestro:[952]

Se i piè si stanno, non stea tuo sermone.

Così l'anima si avvantaggerà della debolezza del corpo. Dante crede che

Virgilio patisca anch'esso d'un po' d'accidia e che “lo troppo domandar„

gli gravi, e perciò non apre il suo “timido„ volere.[953] Nè è da

omettere che il ragionamento si riduce poi a discorrere della libertà

dell'arbitrio, il cui difetto produce la totale accidia, la

_difficultas_ originale, contro la quale è appunto il dono della

fortezza. E la luna anche qui risplende “come un secchione che tutto

arda„, e così riporta il nostro pensiero alla selva e al sonno; al sonno

della selva e al sonno del limbo; e Dante sta “come uom che sonnolento

vana„.[954] E gli esempi che sono ferza e gli esempi che sono freno, e

gli atti degli accidiosi, si appuntano manifestamente nell'idea di

fortezza.

Nè meno chiara è la presenza del dono di pietà nella cornice

dell'invidia: tanto più quando pensiamo che la pietà ci perfeziona nei

doveri verso gli altri, come la fortezza in quelli verso noi, contro il

timor dei pericoli, quali erano quelli che fecero sostare nella lor via

gli Ebrei di Moisè e le donne di Enea.[955] E la pietà si può dir

tutt'uno con la misericordia e con la carità; ed è inutile insistere che

alla beatitudine dei misericordi corrisponde il dono della pietà. E

tuttavia giova ricordare che gl'invidi sono figurati come orbi

mendicanti; in atto di sollecitare “pietà„, e che Dante fu punto per

compassione di loro, e munto di grave dolore.[956]

E come in questa cornice domina la pietà, così nell'altra più bassa, il

timore. “Il timore _preme_ la mente„ dice S. Gregorio;[957] e Dante si

volge ai superbi dicendo:

di che l'animo vostro in alto galla?

Sotto il velame: Saggio di un'interpretazione generale del poema sacro · 第 100 / 142 题