VI.

E la chiama! Il Minotauro è detto “ira bestiale„.[815] Esso raffigura

l'ira “mala„ in tutte le sue gradazioni:[816]

Quando vide noi sè stesso morse,

sì come quei cui l'_ira_ dentro fiacca.

Ha dunque l'ira del bizzarro che sè medesimo mordeva. Mordeva sè per non

potersi vendicare. L'ira lo fiaccava dentro. Così il Minotauro. Virgilio

accende quest'ira. La bestia sembra un toro che si slacci. Vorrebbe

offendere; ma non può per la ridondanza dell'ira stessa. Col fatto che

l'ha accesa, Virgilio l'ha spenta. Ma l'ira che a principio era quella

del bizzarro, all'ultimo è bestiale.

De' Centauri Nesso ebbe ed ha la voglia sì tosta; e vorrebbe tirar

l'arco da lontano, subito; e poi fe' di sè la vendetta egli stesso.[817]

Folo fu sì pien d'ira.[818] Chirone, che non poteva essere taciuto tra i

centauri de' quali è il più famoso, “nudrì Achille„.[819] È un ricordo

dell'ira funesta? O Dante sapeva ancora che Chirone volle morire? I

dannati che piangono nel bollor vermiglio gli spietati danni, sono certo

tali che non si guardarono dall'ira nel punire:[820] concetto noto a

Dante.[821] Sin qui mi pare che nulla osti a credere che i peccati

compresi sotto l'esclamazione,

O cieca cupidigia, o ira folle,

abbiamo come il nome Ciceroniano di violenza e l'altro Aristotelico di

bestialità o ferità, così quello tanto volgare quanto teologico di ira.

L'ira di Dio è _voluntas vindicandi_ o _puniendi_; l'ira degli uomini è

_cupiditas_ o _libido ulciscendi_. Qui abbiamo spietati punitori e

inordinati vendicatori. Ma ira può dirsi quella dei suicidi e dei

dissipatori? Il Dottore dice seguendo Aristotele, che “tutti i motivi

d'ira si riducono a disprezzo (_parvipensio_)„,[822] ed è disprezzo, per

esempio, l'oblivione ed esultanza negl'infortuni, il contristare alcuno

col ricordargli i suoi guai, il mostrar letizia nelle sue disgrazie,

l'impedirgli d'ottenere il suo proposito. Il qual disprezzo mostra

Virgilio al Minotauro, esattamente, per farlo montare in furia, per

mutare l'ira sua da tal che fiacca, in bestiale. Invero gli grida:[823]

Forse

tu credi che qui sia il duca d'Atene,

che su nel mondo la morte ti porse?

C'è in queste parole “l'impedimento di adempiere la sua volontà„. Ah!

vorresti vendicarti? Niente: non potrai. E c'è il ricordo

dell'infortunio. E Virgilio grida ancora:

Partiti, bestia!

E qui c'è la contumelia e l'oblìo del suo essere; chè bestia non è

veramente il Minotauro, come riconosce, per maggior ludibrio, il suo

insultatore:

chè questi non viene

ammaestrato dalla tua sorella.

Era dunque figlio di donna anch'esso; e questo riconoscimento è col

ricordo della sua sventura, alla quale partecipò chi non doveva. E

Virgilio conclude:

Ma vassi per veder le vostre pene.

E questa è l'esultanza nel suo infortunio. Or bene a questa

_parvipensio_ accenna Pier della Vigna:[824]

L'animo mio, per disdegnoso gusto,

credendo col morir fuggir _disdegno_,

ingiusto fece me contro me giusto.

Ricordandoci che l'ira riflette il bene della giustizia; che l'ira

appetisce il male altrui _sub ratione_ di giusta vendetta, che l'ira è

per rispetto a quelli rispetto ai quali è la giustizia e

l'ingiustizia;[825] noi troveremo che in quel terzetto è con perfetta

evidenza delineato il concetto di ira. I dissipatori, abbiamo veduto

come anche Seneca faccia rei d'ira. La qual ira Dante significa col

contrappasso. Chè essi sono dilacerati a brano a brano dalle cagne che

sono un'altra forma delle arpie, al modo stesso che quelli dilacerarono

le cose loro.[826]

Ma nel terzo girone sono i violenti o bestiali contro Dio. Rei d'ira

anche questi? Sì: e solo con intendere la violenza o bestialità per ira,

si vede un nesso tra i peccatori del terzo e quelli degli altri due

gironi. Invero diciamoli senz'altro violenti contro Dio, tali, con

l'esempio di Capaneo, che volessero fare forza a Giove. In che Capaneo

differisce dai giganti legati? Non si direbbe anzi che violenti fossero

più presto coloro che menarono le braccia facendo “paura ai dei„?[827]

Quando noi invece consideriamo che l'uno era dominato dall'ira, da quel

peccato semiferino, e che gli altri, no, mettevano, contro gli dei, con

la possa e il mal volere anche l'argomento della mente, e così o

fabbricavano una torre o ingegnavano una battaglia coi suoi accorgimenti

oltre che co' suoi èmpiti e assalti; allora comprendiamo. Capaneo è

peccator d'ira, e l'ira gli resta a sua pena. Già abbiamo veduto che

Seneca parla d'un'ira “veemente e sprezzatrice di dei e d'uomini„.[828]

Egli riferisce il fatto d'un Capaneo vero, fatto che mi pare impossibile

non fosse conosciuto dal nostro. “Gaio Cesare... adirato col cielo,

perchè i tuoni disturbavano i pantomimi... e perchè la sua festa era

atterrita da fulmini (invero poco ben diretti!), sfidò a battaglia

Giove, e senza quartiere, pronuziando quel verso Omerico: O tu me o io

te. Quanta demenza! Egli credè o che nemmeno Giove poteva nuocere a lui

o che esso persino a Giove poteva nuocere!„.[829] E codesta di Caligola

è ira. Ira, per altro, che sembrerebbe avere un che di grande. Ma no,

dice l'autore: non è grandezza quella, è gonfiezza. “Tutti quelli cui

l'animo malvagio e truce solleva sui pensieri proprii dell'uomo, credono

di spirare un che d'alto e di subblime: del resto non c'è nulla di saldo

sotto, ed è inchino a rovinare ciò che crebbe senza fondamento. L'ira

non ha dove fondarsi... È ventosa e vana...„[830] E aggiunge, come ho

già riferito: “C'è una grande differenza tra un animo sublime e uno

superbo„. È chiaro come Virgilio possa chiamar “superbia„ quella di

Capaneo, anche a non ammettere che Dante usi oltre le mura di Dite

questa parola a indicare l'_aversio_ da Dio che è in tutti e tre i

cerchietti e non è nei cerchi dell'incontinenza, che men Dio offende;

salvo che già un poco si mostra nello Stige, dove è la preparazione alla

malizia o ingiustizia; l'_aversio_ da Dio o il peccato generale che si

scinde in tre e poi si spicciola in molti.

S'intende, dunque, meglio che quella di Capaneo sia ira (ira superba se

si vuole) di quello che sia violenza, se il suo peccato ha da

assomigliare a quelli degli altri due gironi. La cosa è più chiara se

ragioniamo anche degli altri peccatori contro le cose di Dio, natura ed

arte. Come violenti, al mo' di Capaneo, oltre i sodomiti, gli usurieri?

Bestiali sono i sodomiti (Dante lo imparava dal filosofo), come i

sanguinari: ma perchè bestiali anche gli usurieri? Violenti siano questi

ultimi perchè forzarono il danaro a fruttare senza lavoro: violenti

forse anche gli altri, perchè forzarono la natura a dare quel che non

può e non deve? No: la malizia del loro abito o atto è nel proposito

d'impedire la generazione; e non di averla, stolidamente, per altre vie;

ma sia. E allora di costoro, usurieri e sodomiti, la forza in che

assomiglia a quella dei predoni e dei tiranni? Non si trova, mi pare, un

sostrato uguale a tutte queste diverse reità; se non si dice che ira è

il peccato di tutti, tiranni, suicidi, sodomiti, usurieri.

Dante dichiara la propria ragione di Caorsa, facendo dire a

Virgilio:[831]

Da queste due,

cioè dalla natura accomodata da Dio alle necessità umane, e dall'arte

degli uomini stessi,

Da queste due, se tu ti rechi a mente

lo Genesi dal principio, conviene

prender sua vita ed avanzar la gente.

E perchè l'usuriere altra via tiene,

per sè natura, e per la sua seguace

_dispregia_; perchè in altro pon la spene.

Ora dispregiare la natura in sè e nell'arte è dispregiare Dio, perchè la

natura prende il suo corso dall'intelletto e dall'arte di Dio; è come

dispregiare Dio naturante e artefice.

Sotto il velame: Saggio di un'interpretazione generale del poema sacro · 第 91 / 142 题