V.

“Non è ira codesta; è bestialità (_feritas_)„[783] leggeva, par certo,

Dante in Seneca. E leggeva che Seneca confutava quest'asserzione dei

peripatetici, dicendo: “E che, dunque? L'origine di questo male è l'ira

la quale pose in oblìo la clemenza e ripudiò ogni umano patto e finì col

mutarsi in crudeltà„.[784] Ira, dunque, la bestialità; e non quel

semplice moto che ubbidisce alla ragione, come quando “uno si crede

leso, vuol vendicarsi, ma, dissuadendolo una causa, sbollisce„.[785] Ira

per Seneca è non il moto solo, ma l'impeto e l'abbrivo; è quella che

“varca d'un salto la ragione, e porta via seco l'uomo„; è quella

“concitazione dell'animo che va alla vendetta _con la volontà e il

giudicio_„.[786] Per altro, non è nei medesimi libri, ira la sola

ferita: ira è anche quella che Dante punisce nello Stige. Invero

“dell'iracondia è compagna la tristizia e in essa ogni ira si muta o

dopo la penitenza o dopo la ripulsa„.[787] Ebbene, Dante chiamava ira

peccato codesta iracondia? No: egli quivi ricordava il maestro e pensava

come lui che si battagliasse di parole. L'iracondia di cui è compagna la

tristizia non è in sè e per sè peccato, poichè egli non mette soltanto

nel fango dello Stige la tristizia vicina all'ira, ma anche in Virgilio;

chè lo fa tornare indietro dalla porta di Dite con le ciglia rase di

ogni baldanza e parlante tra i sospiri. Or in Virgilio come nè la

tristizia così nè l'ira è peccato. E in ciò contradice a Seneca il quale

nega che la virtù debba mai essere irata, perchè “l'ira non è della

dignità della virtù più che l'attristarsi„.[788] Dante dunque, per

questo rispetto, corregge Seneca.

E qui e altrove. Per esempio, quando Seneca dice che il sapiente, se

avesse ad avere l'ira, sarebbe assai infelice, chè per tutto all'ira

troverebbe motivo, quando, per esempio, vedesse il foro pieno piuttosto

di fiere che di uomini, di uomini anzi peggiori delle fiere, di uomini

che “_mutua laceratione satiantur_„;[789] Dante corregge questo che è

certo un suo autore, dicendo: E sì, il sapiente deve appunto aver qui la

sua ira, che partita dalla medesima passione che quella, non è peccato

ma virtù, e deve anche godere di tal vista, quando quella mutua

lacerazione sia di giustizia.

Dante fa suo prò di tante asserzioni e osservazioni di Seneca,

riducendole però alla sua norma peripatetica. Eccone alcune altre. “Che

c'è di più insulso dell'iracondia che tumultua in vano?„[790] È

l'orgoglio di Filippo Argenti. “L'iracondia aiuta i leoni„.[791] Se il

leone è simbolo di violenza, è nel tempo stesso atto a significare

l'ira. “Semplici (perchè esposti a ricevere il male) sono gl'iracondi in

comparazione dei frodolenti e degli astuti„.[792] In vero Dante pone in

comparazione dei frodolenti, come rei di peccato meno complicato, i

violenti: non forse i violenti sono iracondi? “Languido, si dice, è

l'animo senz'ira. Bene: se però non ha nulla di più valido che l'ira.

Non si deve essere nè predone nè preda; nè pietoso nè crudele. Quello ha

l'animo troppo molle, questo troppo duro: il sapiente ha da essere

temperato. Alle azioni forti usi non l'ira, ma la forza (_vim_)„.[793] E

qui Dante correggeva: proprio l'ira, che è la cote della fortezza o il

_calcar_ della virtù. Senz'ira non si può entrare in Dite, esclama

Virgilio. “I gladiatori scherma l'arte, espone (_denudat_) l'ira... Che

mai levò di mezzo quel rovescio di Cimbri e Teutoni venutici di su

l'Alpi... se non ciò che avevano ira per valore?„.[794] Quest'ira dei

Cimbri e dei Teutoni mi sa dell'[795]

orgoglio degli Arabi

che diretro ad Annibale passaro

l'alpestre rocce, Po, di che tu labi.

Quelle _tot millia_ erano _superfusa Alpibus_. E qui pure corregge

Dante: Sì: ira fu la loro; ma la passione non generò che orgoglio; non

fortezza. “Nessun altro affetto è più cupido _vindicandi_, che l'ira, e

per ciò stesso inabile _ad vindicandum_, troppo avventato e pazzo; come

ogni cupidità impaccia sè stessa nel suo fine„.[796] E questo è il fatto

del Minotauro che, correndo alla vendetta (_vindicare_ non è vendicare;

ma tant'è), “gir non sa„.[797] È l'ira che lo fiacca e lo fa morder sè

stesso e poi lo manda in furia; sì che Dante può passare. Sicchè

l'infamia di Creti, come di bestialità, è acconcio simbolo d'ira. “Se

l'ira fosse un bene, non si troverebbe ella nei più forti? Eppure i più

iracondi sono gl'infanti e i vecchi e i malati. Ogni impotenza è

querula„.[798] E non si deve qui ricordare l'Argenti, che dice: “Vedi

che son un che piango„?[799] Ma anche qui Dante corregge: L'ira dei

fanciulli e dei vecchi e dei malati non genera fortezza, sì qualche cosa

che contrasta alla fortezza, come la timidità: l'audacia, l'orgoglio.

“L'ira... tanto è lontana dalla grandezza d'animo, quanto l'audacia

dalla fortezza, l'insolenza dalla fiducia, la tristizia dall'austerità,

la crudeltà dalla severità. C'è molta differenza tra un animo sublime e

uno _superbo_... L'ira mi sembra propria d'un animo letargico e

infelice, consapevole della sua debolezza, che spesso si rammarica, come

i corpi esulcerati e malati, che gemono al più lieve tocco. Così l'ira è

sopra tutto vizio di donne e di fanciulli...„ Gl'irati dicono certe

frasi, come quella: Mi odiino, pur che mi temano! E il filosofo osserva:

“Questa non è grandezza, si immanità! Non c'è da credere alle parole di

quelli che s'adirano, di cui sono grandi e minaccevoli strepiti, e

dentro l'anima timidissima... Niente è nell'ira di grande, nemmeno

quando pare veemente e sprezzatrice di dei e d'uomini; niente v'è di

nobile...„[800] E qui noi vediamo i rissosi del brago, che sono detti

ignudi tutti, forse o senza forse, per quelle parole di Seneca _ira

denudat_,[801] vediamo Filippo Argenti orgoglioso e vediamo Capaneo

superbo, e tutti e due per l'ira! Ma c'è di più. L'ira “volge i suoi

morsi contro sè„.[802] Così Filippo Argenti. L'uomo irato deprime “ciò

che non si può sommergere se non con chi lo sommerge„.[803] Non c'è un

ricordo di questa idea e di questa imagine, combinata con ciò che lì si

legge poco prima, che l'ira è secondo Aristotele, sprone della virtù;

non c'è un ricordo di queste parole nell'esclamazione di Dante:[804]

O cieca cupidigia, o ira folle,

che sì ci _sproni_ nella vita corta

e nell'eterna poi sì mal _c'immolle_?

Seneca descrive gl'irati che hanno il viso quale in nessun'altra

passione è peggiore, aspro e fiero, e ora pallido ora sanguigno, con le

vene gonfie e gli occhi ora mobili ora fissi. E Dante raccoglie il tutto

nelle parole “con sembiante offeso„. E il filosofo continua parlando

“dei denti arietati tra loro e bramosi di mangiare qualcuno„, e delle

mani che si frangono e del petto che si picchia.[805] Certamente ad

ognuno viene subito in mente:[806]

Questi si percotean non pur con mano,

ma con la testa e col petto e co' piedi,

troncandosi coi denti a brano a brano.

Or a chi s'affrettasse a concludere da certi passi che i fangosi sono

dunque rei d'ira, io direi che in Seneca Dante trovava rei d'ira, anche,

non solo i bestemmiatori o spregiatori degli Dei, come abbiamo veduto,

ma i suicidi (a quanti l'ira nocque da sè. Altri, nel soverchio bollore,

ruppero le vene... Non c'è altra via più breve per giungere alla

follia...);

ma i dissipatori, congiunti nei libri del filosofo ai suicidi,

così come nel canto del poeta: “l'ira si pose sotto i piedi l'avarizia,

che è il più duro e il meno pieghevole dei vizi, spingendosi a dissipare

le sue sostanze o ad attaccar fuoco alla sua casa e alle sue cose in un

mucchio„.[807] Questo luogo è ben decisivo, o lettori! E che cosa

dobbiamo concludere da tali raffronti? Almeno questo: che la ferità o

bestialità trovava Dante in Seneca, sia che conoscesse questi libri in

parte o in tutto, o direttamente o per citazione, essere ira;[808] e che

superba era detta codesta ferità o ira.[809] Si raccoglie ancora che

Dante, a somiglianza di Seneca, potesse dichiarare rei d'ira peccato, i

simili all'Argenti? No: egli mostra più volte di assentire ad

Aristotele, cui Seneca contradice; e di credere che ci sia un'ira

passione, sprone della virtù, e un'ira pur passione che conduce al male,

senza essere per altro una ferità o bestialità. Si può essere certi che

leggendo egli: “Combatti contro te stesso: se non puoi vincere l'ira,

ella comincia a vincer te„[810] intendeva della passione e non del

peccato. Ma sopra tutto questa asserzione di Seneca: l'ira è “quella

concitazione che va alla vendetta con la volontà e il giudicio„;[811]

doveva muovere Dante che pensava: Quella di Filippo Argenti, quella di

color _cui vinse l'ira_, non è ira, non è l'ira proprio peccato; poichè

coloro cui vinse l'ira, sono incontinenti; e gl'incontinenti non peccano

con la volontà, bensì con l'appetito. Questa considerazione dovrebbe

bastare a solvere il nodo. Per quanto il peccato di violenza sia detto

“bestialità„, pur non è così bestiale, come quello dei cani e dei porci

dello Stige. La violenza è minotauro, centauro, arpia, semifero e

semiuomo. L'ira, per il Dottore, anche se è incontinenza, partecipa in

qualche modo della ragione, “in quanto l'irato tende a vendicare

un'ingiuria a lui fatta, il che in qualche modo è la ragione che

detta...„[812] Ora, secondo il medesimo, l'incontinenza d'ira, che per

certi rispetti è meno turpe che quella di concupiscenza, è però più

grave “perchè conduce a cose che pertengono a nuocere al prossimo„. E

come dunque il peccato col quale alcuno “per violenza in altrui noccia„,

e che non è incontinenza soltanto, perchè è con volontà; non si deve

pensare essere questa incontinenza medesima che abbia seguitato il suo

andare? Ma sia ira anche questa: sarà ira d'incontinenza o incontinenza

d'ira; l'altra, ira di volontà o volontà d'ira. Si dice ira anche di Dio

o di uomo il quale “non per passione, ma per giudizio di ragione,

infligge la pena„;[813] e allora è un'ira appartenente all'appetito

intellettivo, alla volontà.[814] Dante afferma manifestamente che

infliggere la pena e “spietati danni„ non per giudizio di ragione, ma

per passione, è atto della volontà e non impeto solo dell'appetito

sensitivo. Ora è per lo meno probabile che egli quest'atto chiamasse

ira; come è ira il suo proprio contrario.

Sotto il velame: Saggio di un'interpretazione generale del poema sacro · 第 90 / 142 题