Poi appresso convien che questa caggia
infra tre soli; e che l'altra sormonti
con la forza di tal che testè piaggia:
come dicesse, con la violenza d'un fraudolento. Dove sarebbe la
violenza? E c'è, se noi prendiamo quei tre nomi quali non di peccati, ma
di faville o semi di peccati. Avarizia è desiderio di beni temporali;
invidia ha in più il timore di perdere il proprio e perciò quel semplice
desiderio del proprio si muta in desiderio che altri non abbia; superbia
ha in più la speranza d'eccellenza, cioè di vincere ognuno al paragone;
e perciò ha ancora il desiderio di sopprimere gli altri. E chi non vede
che quest'ultima favilla può dare l'incendio della violenza? E di più:
come non può essere originata la frode da questa medesima favilla? Come
quegli che “piaggia„ non può avere avuto il desiderio di soprastare a
tutti? Come, anzi, non ognuno che tema di perdere il proprio in
confronto d'un altro, ha questo desiderio? Soprastare a ognuno via via,
come non è il desiderio di soprastare, in fin fine, a tutti?
Ma questo è appunto il pensiero di Dante, quando chiama superbia la
violenza di Capaneo, quando chiama superbo il fraudolento: il pensiero
che ci sia nella violenza e nella frode quella favilla, quella passione.
E di più, mostra che ci sia anche nei peccatori dello Stige, quando dice
orgogliosa la persona di Filippo Argenti; con questo che orgoglio non è
proprio superbia; ma un che di tronfio e di vano: il tubare dispettoso
del colombo a confronto del ruggito del leone. Ma, insomma, anche il
cavalier Adimari con quella sua grande vita e grande burbanza e molta
spesa voleva sopraffar gli altri, sebbene avesse “poca virtude e
valore„.[778] Invero nel brago c'è, come lo scolaticcio della
concupiscenza, così il seme dell'ingiustizia. C'è, senza dubbio, chi
spera eccellenza, e c'è chi s'attrista per il timore di perdere il suo,
e c'è chi s'attrista per l'onta della ingiuria che non osa vendicare.
Non avere fortezza, sì vana audacia e inerte timidità, significa avere
quella speranza e quel timore e quella tristizia. Non avere la fortezza,
che ausilia la giustizia, vuol dire stare ai piedi della ingiustizia,
sia che l'ingiuria si mediti e non si faccia, sia che l'ingiuria non si
respinga. E ciò significa essere incontinenti d'ira e nel tempo stesso
non rei di malizia. Il lento glutine della palude impedisce l'ira; che
così nè si fa cote della fortezza e perciò propugnatrice della
giustizia, nè si fa seme dei peccati attivi d'ingiustizia. Vi è, sì,
nella palude, e superbia e invidia e ira; ma passioni tutte e tre, non
peccati.
Ora si domanda se il trovarsi queste passioni in quattro peccati,
incontinenza d'irascibile, violenza, frode e tradimento, impedisca che
il primo d'essi si chiami accidia e il secondo ira, e il terzo invidia,
e il quarto superbia.