E dominare con la frode:[777]

Poi appresso convien che questa caggia

infra tre soli; e che l'altra sormonti

con la forza di tal che testè piaggia:

come dicesse, con la violenza d'un fraudolento. Dove sarebbe la

violenza? E c'è, se noi prendiamo quei tre nomi quali non di peccati, ma

di faville o semi di peccati. Avarizia è desiderio di beni temporali;

invidia ha in più il timore di perdere il proprio e perciò quel semplice

desiderio del proprio si muta in desiderio che altri non abbia; superbia

ha in più la speranza d'eccellenza, cioè di vincere ognuno al paragone;

e perciò ha ancora il desiderio di sopprimere gli altri. E chi non vede

che quest'ultima favilla può dare l'incendio della violenza? E di più:

come non può essere originata la frode da questa medesima favilla? Come

quegli che “piaggia„ non può avere avuto il desiderio di soprastare a

tutti? Come, anzi, non ognuno che tema di perdere il proprio in

confronto d'un altro, ha questo desiderio? Soprastare a ognuno via via,

come non è il desiderio di soprastare, in fin fine, a tutti?

Ma questo è appunto il pensiero di Dante, quando chiama superbia la

violenza di Capaneo, quando chiama superbo il fraudolento: il pensiero

che ci sia nella violenza e nella frode quella favilla, quella passione.

E di più, mostra che ci sia anche nei peccatori dello Stige, quando dice

orgogliosa la persona di Filippo Argenti; con questo che orgoglio non è

proprio superbia; ma un che di tronfio e di vano: il tubare dispettoso

del colombo a confronto del ruggito del leone. Ma, insomma, anche il

cavalier Adimari con quella sua grande vita e grande burbanza e molta

spesa voleva sopraffar gli altri, sebbene avesse “poca virtude e

valore„.[778] Invero nel brago c'è, come lo scolaticcio della

concupiscenza, così il seme dell'ingiustizia. C'è, senza dubbio, chi

spera eccellenza, e c'è chi s'attrista per il timore di perdere il suo,

e c'è chi s'attrista per l'onta della ingiuria che non osa vendicare.

Non avere fortezza, sì vana audacia e inerte timidità, significa avere

quella speranza e quel timore e quella tristizia. Non avere la fortezza,

che ausilia la giustizia, vuol dire stare ai piedi della ingiustizia,

sia che l'ingiuria si mediti e non si faccia, sia che l'ingiuria non si

respinga. E ciò significa essere incontinenti d'ira e nel tempo stesso

non rei di malizia. Il lento glutine della palude impedisce l'ira; che

così nè si fa cote della fortezza e perciò propugnatrice della

giustizia, nè si fa seme dei peccati attivi d'ingiustizia. Vi è, sì,

nella palude, e superbia e invidia e ira; ma passioni tutte e tre, non

peccati.

Ora si domanda se il trovarsi queste passioni in quattro peccati,

incontinenza d'irascibile, violenza, frode e tradimento, impedisca che

il primo d'essi si chiami accidia e il secondo ira, e il terzo invidia,

e il quarto superbia.

Sotto il velame: Saggio di un'interpretazione generale del poema sacro · 第 88 / 142 题