III.

Il vero purgatorio ha sette peccati in sette cornici. C'è poi un

antipurgatorio, che come, per un verso, corrisponde al “veleno„ della

grande divisione dell'aquila, così, per un altro, corrisponde

all'inferno del peccato originale, cioè al vestibolo e al limbo. Si

riesce invero all'antipurgatorio per un foro nel sasso che equivale

misticamente alla porta senza serrame. Nella tomba del peccato si entra

dalla porta cui aprì la misericordia di Dio; se ne esce per un foro che

la misericordia di Dio scavò nel duro sasso. Chi poi dall'antipurgatorio

salga nel purgatorio trova una porta, serrata questa. Chi

dall'antinferno scenda nell'inferno trova una rovina. Nell'inferno una

porta aperta e una rovina; nel purgatorio un foro nel sasso e una porta

chiusa. Nè manca la riviera nè manca il navicellaio. La porta

dell'inferno, dopo la discesa del Cristo, è a tutti concessa: lo suo

sogliare a nessuno è negato. La porta del purgatorio non si apre se non

a chi voglia, a chi lo chieda, a chi si dia tre fiate nel petto.[766] Ma

la stessa misericordia che abbattè quella, apre questa. Chi entra deve

lavare sette piaghe. Chi scende dalla rovina, che corrisponde a questa

porta, dalla rovina che è un entrare, dove è un Minos demonio, come qui

è un giudice angelo; quanti peccati trova? Sette. I cerchi sono più

delle cornici; ma i peccati sono sette. Virgilio dice che nei tre

cerchietti ultimi dell'inferno sono punite la violenza o malizia con

forza; la malizia con frode in chi non si fida; la malizia con frode in

chi si fida o tradimento: tre specie di peccatori in tre cerchi. Dante

chiede degli altri peccatori, ed enumera, quei della palude pingue, che

porta il vento, che batte la pioggia, e che si sgridano a vicenda:

quattro specie di peccatori, in quattro cerchi: tre più quattro fanno

sette. In queste sette specie si risolve la duplice divisione di

incontinenza e malizia, che diventa trina, se consideriamo

l'incontinenza d'irascibile distinta da quella di concupiscibile. Ciò

nell'inferno. Nel purgatorio, in sette specie d'anime pentite si risolve

la divisione di amore che erra per malo obbietto, per poco e per troppo

di vigore. Poichè le due divisioni sono tra loro proporzionali, sì che,

come non c'è dubbio alcuno, l'incontinenza di concupiscibile corrisponde

all'amor che erra per troppo di vigore, e l'incontinenza d'irascibile,

come dovrebbe già parer certo, al lento amore, e la malizia, come deve

parer probabile, al triforme amor del male; poichè queste due divisioni

si spicciolano ognuna in sette peccati; come non si deve concludere che

questi peccati, tenuto conto che in quelli d'inferno è il “reato„ e che

in quelli di purgatorio è la “macchia„; e in quelli d'inferno è, oltre

la conversione a un bene mutevole, anche l'aversione dal bene

immutabile, e in quelli del purgatorio l'aversione o non fu mai o non è

più, e non c'è se non conversione; come non concludere che questi

peccati sono gli stessi e si chiamano con lo stesso nome?

Invero coloro cui porta il vento, sono detti rei di lussuria o perduti

da amore; coloro cui batte la pioggia, sono puniti per la dannosa colpa

della gola; coloro che s'incontran con sì aspre lingue furono tali che

in loro l'avarizia mostrò il suo soperchio, sono e avari e prodighi rei

di spendio “senza misura„, come appunto quelli del purgatorio, in cui fu

ora avarizia e ora troppo poco d'avarizia, la “dismisura„ insomma.[767]

E come questi ultimi, così quei primi espiano nell'inferno e sanano nel

purgatorio la stessa colpa, che là è piaga mortale e qua piaga che si

ricuce. Dei tre peccati di concupiscenza la somiglianza è perfetta: sono

lussuria, gola, avarizia con prodigalità nell'inferno e nel purgatorio.

E gli altri quattro?

Prima di tutto, ciò che mondano, poniamo, i peccatori delle tre prime

cornici è sì lussuria gola e avarizia, ma non oltre il desiderio; eppure

il loro peccato ha lo stesso nome di quello che espiano con pena eterna

i peccatori del secondo, terzo e quarto cerchio dell'inferno. Nulla

impedisce quindi che anche ciò che purgano i peccatori delle ultime tre

cornici abbia lo stesso nome del peccato che espiano i violenti,

fraudolenti e traditori: o a dir meglio, che questo abbia il nome di

quello, sebbene di quello non rimanga che il desiderio e la speranza, il

desiderio e la tristizia, il desiderio e l'adontamento. Come il “desire„

è dei peccati di lussuria, gola e avarizia il primo motivo, così dei

peccati spirituali il primo motivo è quel desiderio unito a quella

speranza o a quella tristizia o a quell'adontamento; desiderio che si

chiama cupidità. Or sono questi primi motivi che dànno il nome ai

peccati. Ciò tanto è vero che le teste del “dificio santo„,[768] le

teste che sono certo i peccati capitali, e sono non solo sette com'essi,

ma distinte in quattro e tre, come i peccati capitali, cioè quattro

carnali e tre spirituali, quattro d'incontinenza e tre di malizia;

quelle teste hanno un corno e due corni, uno le quattro e due le tre; e

i corni, unici e duplici, indicano, senza dubbio, la composizione

elementare dei peccati che elle significano; e i peccati sono certo

mortali, eppure sono indicati, come i veniali del purgatorio, per

quell'unico “desire„ che è il primo movente dei primi quattro, e per

quel “desire„ con speranza o tristizia o adontamento dei secondi tre. E

la spiegazione è, ripeto, senza alcun dubbio. Nel purgatorio il poeta

distingue i sette peccati in due gruppi di quattro e tre, secondo che

sono contro il proprio corpo o anche contro gli altri; secondo che hanno

troppo o troppo poco amor del bene ovvero hanno un malo obbietto; sicchè

in più i tre hanno questo torcimento al male, che è appunto quella

speranza d'eccellenza, quel timore di perdere il proprio podere e onore,

quell'adontamento per l'ingiuria ricevuta. E quindi dividendoli, secondo

che sono contro sè o contro il prossimo, noi dobbiamo vedere perchè

quelli hanno un corno e questi due. Or chi direbbe che questo medesimo

simboleggiare non dovesse valere anche per peccati da inferno? Tutta la

malizia e l'ingiustizia è fatta dal Poeta, che segue S. Agostino, uguale

a cupidità; ma cupidità non è che una tendenza dell'anima sensitiva: è

il seme, non la pianta; pure col nome del seme si può indicare la

pianta. Or Dante, più per la sua finzione di essere un discepolo che via

via si scaltrisce, di quel che per vana pompa, con questi suoi modi di

chiamar la pianta per il seme, ci ha tratti lungamente in inganno: come

con quella parola “ira„, che è passione, e buona e mala, ed è peccato.

Lo stesso è di quest'altra parola “avarizia„ che è passione,

significando “desire„ di ricchezza o di bene materiale, e valendo anche

peccato speciale. Così quando dice al papa che springa con le

piote:[769]

chè la vostra _avarizia_ il mondo attrista,

calcando i buoni e sollevando i pravi;

usa codesta parola nel senso di passione dell'anima sensitiva; della

passione speciale che genera lo speciale peccato di avarizia; della

passione speciale che combinandosi poi con la speranza d'eccellenza o

con la tristizia causata dal timore di perdere il proprio, o con

l'adontamento per ingiuria, diventerebbe l'altra speciale passione detta

cupidità. La qual cupidità sarebbe seme di speciali peccati. E così gli

altri nomi di peccati, sono ora presi nel senso di peccato, ora di

passione. Così la superbia. C'è superbia peccato e superbia principio di

peccato. Superbia principio di peccato è speranza di eccellenza e desire

di soppressione del vicino. Superbia peccato è questa passione in atto.

Orbene quando Virgilio a Capaneo dice:[770]

in ciò che non s'ammorza

la tua superbia tu se' più punito;

lo dice forse reo di superbia peccato? Per lo meno, non si deve affermar

subito. Il Poeta dice che c'è in lui desiderio di sopprimere e speranza

d'eccellenza: c'è il principio del peccato di superbia. E come non il

peccato? Non il peccato: chè, se ci fosse, egli non sarebbe stato in

nulla dissimile da quei giganti “alla pugna di Flegra„ che sono puniti

altrove per essere stati sperti di lor “potenza contra il sommo

Giove„,[771] contro quel Giove appunto ch'egli invita a stancare il suo

fabbro e che fulminò lui come i giganti. E questo medesimo desiderio di

male questa medesima speranza di eccellenza si mostra in quel ladro, che

di trista vergogna si dipinse; onde per tale somiglianza di ladro ad

eroe, a Dante viene in mente Capaneo e la sua superbia:[772]

per tutti i cerchi dell'inferno oscuri

spirto non vidi in Dio tanto superbo,

non quel che cadde a Tebe giù dai muri.

Ma la somiglianza è apparente. Ahimè, che speranza d'eccellenza è questa

del ladro! di essere creduto “bestia„! È una favilluzza questa sua

superbia, che subito si spenge, sì che egli fugge via subito:[773] non è

il suo peccato. E non sarebbe il suo peccato, nemmeno se assomigliasse

veramente a quello dell'eroe che assise Tebe. Una favilla: come Ciacco

dice, oltre la superbia, anche l'invidia e l'avarizia:[774]

Superbia, invidia ed avarizia sono

le tre faville ch'hanno i cuori accesi.

E qual fiamma ne è sorta? Violenza, frode e tradimento: la malizia o

l'ingiustizia, per dirla in una parola; chè questa parola echeggia in

quel contrapposto:[775]

giusti son due, ma non vi sono intesi.

E con ciò non si dice che Ciacco abbia fatto tradimento uguale a

superbia, frode a invidia. Dove sarebbe la violenza, che pure è detta

dominare in Firenze?[776]

Dopo lunga tenzone

verranno al sangue, e la parte selvaggia

caccerà l'altra con molta offensione:

Sotto il velame: Saggio di un'interpretazione generale del poema sacro · 第 87 / 142 题