XII.

È una guerra, questa di Dante: quella guerra che è ad ogni tratto

inculcata, contro i vizi. “Non si comanda sui vizi senza conflitto„[633]

dice S. Agostino: il quale trova tale guerra raffigurata nello sterminio

che Moisè ingiunse, degli adoratori dell'aureo vitello.[634] E

soggiunge: “Contro i vizi ci comanda d'infierire il salmo (4, 5) quando

dice, _Irascimini et nolite peccare_. Contro i vizi ci comanda

d'infierire l'Apostolo (_Col._ 3, 5) quando dice, Mortificate le vostre

membra che sono sopra la terra etc.„ Questa guerra il medesimo Padre ci

dice con quali armi si combatta. Ce lo dice in un luogo, che è

impossibile non fosse noto a Dante; luogo che conferma tutta

l'interpretazione che sin qui diedi del Poema Sacro. Eccolo.[635] “Dio

diede all'anima umana la mente, in cui la ragione e l'intelligenza,

finchè l'uomo è infante, è in cotal modo assopita, come non ci sia„.

Dante pone il suo smarrimento avanti che l'età sua _fosse piena_; e ho

dimostrato che quello smarrimento non era che difetto di prudenza, la

quale non è nei pargoli; e pargoli sono gli uomini per ben più tempo che

non duri la pargolezza! Ho detto che tale stato, di chi difetti di

prudenza, è simile a quello di chi non abbia avuto il battesimo; è

simile a quello di chi nasce col peccato originale, di chi nasce (e poi

ancor vive), secondo le parole di S. Agostino medesimo, “con la cechità

dell'ignoranza e con i tormenti della difficoltà„; sì che “prima erriamo

non sapendo che dobbiam fare„.[636] Occorre ricordare la pièta della

selva, e la sua asprezza e fortezza? Occorre ricordare gli analoghi

_cruciatus_ che fanno guaire gli sciaurati, e sono pure mosconi e vespe?

Occorre ricordare che la selva era oscura? che il limbo è, analogamente,

pieno di tenebra? Occorre soggiungere che Dante esprime la condizione

sua dalla quale si partì, col chiamarla di “servo„, ossia di mancante di

libero arbitrio, e con chiamarla “di cieco„, ossia di mancante di lume,

senza cui non è libertà?[637]

Il Padre continua:[638] “E questa mente ha da svegliarsi e trarsi fuora,

col crescere dell'età (_aetatis accessu_)„. Quando l'età sia piena, dice

Dante: almeno allora, sembra dire.[639] E continua: “E si deve far

capace di scienza e dottrina, e abile a percepire la verità e l'amor del

bene, sì che ella attinga la sapienza e si orni di virtù, con le quali

_prudenter, fortiter, temperanter et iuste_, combatta contro gli errori

e i vizi, e vinca...„ Le quattro virtù (ho dimostrato) Dante esercita o

vede esercitare e riacquista nel suo scendere agli abissi. Ma ascoltiamo

dallo stesso Padre come queste quattro virtù conducano a bene il

guerriero e il viatore; chè guerra e viaggio sono le imagini che si

presentano a lui in tale trattazione.[640] Con la temperanza l'anima “si

leva dall'amore della inferior bellezza, debellando e uccidendo la sua

consuetudine che milita contro lui„, la consuetudine che si chiama,

nelle divine scritture, carne.[641] La fortezza è “quell'affezione per

la quale nessuna avversità nè morte teme l'anima„; quelle avversità e

quella morte che la minacciano, mentre “in codesto cammino s'avanza„. E

la giustizia è “quell'ordinazione per la quale ella non serve che a Dio

solo, a nessuno desidera essere agguagliata che alle anime più pure, su

nessuno dominare che sulla natura _bestiale_ e corporea„.[642] E la

prudenza è ciò “per cui l'anima s'intende dove ell'ha da quetarsi; al

che ella s'inalza mediante la temperanza, ossia, conversione dell'amore

in Dio, che si dice carità, e aversione da questo secolo; la quale la

fortezza e la giustizia ancora accompagnano„.[643] Con queste armi,

dunque, la guerra; con questa scorta, la via: la guerra contro il

peccato; la via verso Dio.

Chè in Dio è la pace, alla quale il Poeta aspira.[644] E a Dio egli va,

risalendo per i peli di Lucifero e mettendo il capo dove il diavolo ha

le gambe. La via a Dio è per il contrario di quella del peccato. Il che

il mistico Ugo di San Vittore dichiarò in un luogo che mi par certo che

Dante conoscesse.[645] “Il diavolo è alla nostra destra, quando colui

che cadde dal cielo, assoggettandoci nel consentimento al peccato, sale

su noi. Quando noi cadiamo, il diavolo sta ritto (_erigitur_); quando

noi sorgiamo egli è abbattuto„. E così Lucifero sta eretto per i

peccatori:[646]

Lo 'mperador del doloroso regno

da mezzo il petto uscia fuor della ghiaccia;

ma Dante, di lì a poco, lo vede “le gambe in su tenere„.[647] Dante ha

trionfato di lui. E nello scendere di grado in grado, ha sempre avuto

lui alla sinistra; al contrario dunque che l'avrebbe avuto, se fosse

stato peccatore; e in ciò è un continuo contrasto, un continuo

battagliare col principio del male; che è alla destra di chi pecca, e

alla sinistra di chi si converte. Ma non in solo ciò s'ha a vedere il

segno di questa guerra. Come Dante finisce col salir sul diavolo e

vederlo arrovesciato sotto sè, il che è il trionfo ultimo, così passa i

fiumi inguadabili, e mediante il parlare ornato di Virgilio, si fa

lasciare il passo dai demoni, e cavalca i mostri dell'abisso.

Solo una volta fa di mestieri, avanti la porta chiusa dell'ingiustizia,

la virtù eroica del supremamente forte e giusto. Ma, fuor di quella

volta, Minos ascolta, senza contrapporre nulla, il decreto

dell'onnipossente;[648] Cerbero si racqueta col pasto di terra che gli

si getta;[649] il maledetto Pluto è fatto tacere col ricordo delle

vendette celesti;[650] Flegias è, senz'altro domato a far la volontà di

Virgilio,[651] il Minotauro è eccitato a furia tale, che gli impedisca

d'impedire il passo;[652] Chiron centauro intende le ragioni di Virgilio

e dà un de' suoi che porti Dante in su la groppa;[653] Gerione è fatto

salir su con un inganno[654] e indotto poi a concedere i suoi omeri

forti;[655] i diavoli sono in questo e quel modo schivati ed asserviti;

Lucifero, consenta o no, a lui non si parla; e dei suoi peli i due si

fanno scala a convertirsi ver Dio.

Sono questi, ed altri ancora, ostacoli alla via che Virgilio supera da

sè, col suo figliuolo in compagnia. Ora a me pare che essi assomiglino

in qualche modo ai “fantasmi„ che S. Agostino dice che ci convien

cancellar dalla memoria per aver perfetta la santificazione e la

vivificazione;[656] chè i fantasmi sono le traccie lasciate nella

memoria dai movimenti che contrastano l'anima.[657] Ma siano o non siano

codesti fantasmi, nemici sono al certo. E sono di tre specie:

unicorpori, bicorpori, tergemini o tricipiti. Gli unicorpori sono fino a

Dite, i bicorpori nel primo cerchietto della malizia, i tergimini e

tricipiti nel secondo e terzo di questi cerchietti. E il loro

significato è manifestamente palese dal fatto di Caco centauro.[658]

Esso

sotto il sasso di monte Aventino

di sangue fece spesse volte laco.

Dovrebbe essere dunque non tanto a guardare la riviera di sangue, quanto

a bollirvi dentro: chè diè “nel sangue e nell'aver di piglio„. Ma no.

Non va co' suoi fratei per un cammino,

per lo furar _frodolente_ ch'ei fece.

Ora Caco non ha sole “le due nature consorti„[659] de' suoi fratelli, ma

anche[660]

sopra le spalle, dietro dalla coppa,

con l'ale aperte... un draco,

e quello affoca qualunque s'intoppa.

Questo draco raffigurerà, dunque, indubitabilmente ciò in cui Caco

differisce dagli altri centauri. E questo è appunto il furar frodolente.

E appunto questo è un male in più sull'altro male. E così il draco è una

natura in più sulle altre due nature. E il furar frodolente, la frode,

ha detto Virgilio, è “dell'uom proprio male„; e questo è, perchè con

l'intelletto la frode si consuma, e l'intelletto è ciò che più

propriamente distingue l'uomo dalle bestie. Dunque il draco raffigura

l'intelletto; e dunque le altre due nature raffigurano l'appetito e la

volontà: intelletto, appetito, volontà inordinati.

Questi elementi subbiettivi riconosce Dante nel peccato. Leggiamo in

vero:[661]

l'argomento della mente

s'aggiunge al mal volere ed alla possa.

La possa è del corpo gigantesco; e l'appetito è il più vicino al moto

dal nostro corpo. Anche:[662]

giunse quel mal voler, che pur mal chiede,

con l'intelletto, e mosse il fumo e il vento

per la virtù che sua natura diede.

Questa virtù della sua natura (si parla del diavolo) è sempre quella,

per cui, ad esempio, un uomo può eseguire il male voluto dalla volontà e

aiutato dall'intelletto: la possa: ciò che nella Trinità è detto sì

potestà, sì virtù.[663] Dai due luoghi apprendiamo se ce n'è bisogno,

che il mal volere è, per così dire, il fondo della malizia. E così

comprendiamo quest'altro luogo:[664]

Se l'ira sovra'l mal voler s'aggueffa;

il che vuol dire: se ciò che nell'uomo è l'appetito irascibile

s'aggomitola a quel fondo di malizia. Sempre quella possa o virtù.

Ora i fantasmi che sono nei cerchi dove si puniscono gl'incontinenti,

sono unicorpori: Caron, Minos, Cerbero... Ma Minos ha la coda! Ma

Cerbero ha tre teste! Checchè si dica, Dante ha concepite queste figure

come une e semplici. Altro fatto è delle tre teste mitiche di Cerbero,

altro delle tre mistiche di Lucifero. Il Poeta ha interpretato l'essere

trifauce di Cerbero, come di chi abbia molta “gola„. E la coda non fa se

non determinare l'essere di “demonio„ di codeste figure; non di

mezz'uomo e mezza bestia. Anzi di demoni “bestie„. Tuttavia è un ricordo

che la gola fu il primo peccato degli uomini, e in ciò Cerbero

assomiglia a Lucifero che quel peccato suggerì. Minos, per quanto

giudice (giudice caudato), “ringhia„, Cerbero è quale un cane e una

fiera canina e un “gran vermo„, Pluto è un “lupo„.[665] Sono in ciò

simili ai peccatori cui vedon da presso, scuoiano, presiedono; i quali

sono come stornelli, come gru, come colombe; come cani; tali che

abbaiano; ancora cani, e come porci.[666] Sono, in due parole, peccatori

che seguirono “come bestie, l'appetito„.[667] Le bestie non hanno

volontà nè intelletto. Nel peccato di costoro non è intelletto nè

volontà: queste potenze erano sommesse al talento. Perciò fantasmi, con

l'unica natura di demoni bestie, raffigurano il loro peccato.

Flegias è come il Caron di Dite; e rappresenta l'incontinenza d'ira che

conduce all'ingiustizia. La ragione principale del suo uffizio è in

quelle parole ch'egli pronunzia vagolando nell'inferno Virgiliano:[668]

_Discite iustitiam moniti et non temnere divos._

E anche il suo vagolare Dante interpretava facilmente per rimorso[669];

e quel gridare alle ombre, quell'ammonire di cosa che imparare era omai

vano, lo faceva acconcio barcaiuolo dell'eternità. Ma, insomma, egli

esce, per questo suo uffizio, dalla norma comune; al modo di Caronte.

Nel primo cerchietto della malizia sono fantasmi di due nature:

Minotauro, Centauri, Arpie, cagne... Anche le cagne? Ecco: le cagne che

lacerano i dissipatori,[670] sono d'origine antica, credo. Nella selva

sono anche le Arpie. Ebbene le Arpie, nell'Eneide, sono sì nelle

Strofadi e sì nell'Averno. Onde Servio annota:[671] “Intendi che già

fossero uccise (al. morte) o che, secondo Platone ed altri, fossero là

simulacri delle Arpie vive.[672] I loro simulacri bene si pongono

nell'inferno; le quali (al. perchè) si dice siano anche Furie„. Invero

Servio crede che “la più grande delle Furie„[673] sia l'Arpia stessa che

annunzia nelle Strofadi il futuro danno ai Troiani.[674] Or dunque Dante

poteva con Servio e anche con Virgilio, credere che le Arpie fossero

Furie. Ed ecco che Servio afferma che le cagne ululanti al sopravenir di

Proserpina[675] sono Furie; e più chiaramente,[676] che le Arpie sono

Furie e perciò cagne, “di che si dice ancora che rapiscon via le mense,

il che è uffizio delle Furie: di che ancora si finge che gli avari (in

Dante non gli avari, ma i dissipatori, che sono molto simili ai prodighi

e perciò molto affini agli avari; e non è inutile avvertire che le mense

sono molta parte nella reità del sanese Lano), che gli avari soffrano

delle Furie.... E che le Furie si chiamino cagne attesta pur

Lucano....[677] Invero negl'inferi si chiamano Furie e cagne; presso gli

Dei, _dirae_ e uccelli; in terra (_in medio_) Arpie. Sì che duplice

effigie si trova di loro„. Mi pare che queste cagne, le quali sono nere

e hanno furioso corso e si trovano nella selva stessa in cui si annidano

le Arpie, Dante le abbia, in suo pensiero, fatte equivalenti alle Arpie

stesse.

E forse egli pensava anche alle “Scille biformi„[678] che sono nello

stesso verso coi Centauri. Chè Servio lo rimandava ai “bucolici carmi„,

e là trovava che Scilla[679] “lacerava coi cani marini gli spauriti

navichieri„. Le nere sue cagne, nel fatto, “dilacerano„ a brano a brano;

e quelli che esse inseguono, fuggono forte avanti loro e

s'appiattano.[680] Timidi sono, per certo. E anche così sarebbero,

codeste cagne, “biformi„.

Sicchè le nere cagne non contradicono alla legge che possiamo scorgere,

per la quale i mostri del cerchietto dei violenti sono bicorpori o

bimembri o biformi. Perchè, se non per ciò che il peccato ivi punito ha,

oltre l'incontinenza, ossia il predominio dell'appetito, anche il mal

volere? Dal quale accoppiamento si forma un qualche cosa che non è più

di bestia a dirittura e pur nemmeno d'uomo; un qualche cosa che non

poteva essere meglio significato che dai Centauri e dalle Arpie; i quali

e le quali hanno umana una parte del loro corpo, eppure sono fiere ed

uccelli. E si può vedere che le nere cagne Dante non le ha meglio

descritte perchè, in fine, una parte umana difficilmente poteva lor

concedere.

Ed ecco sull'orlo una faccia d'uomo giusto. Si vedono però due branche

pilose al suo busto. “Le dure setole per le braccia fanno mostra di

animo atroce„, dice Giovenale.[681] E le branche non sono d'uomo, ma di

bestia. A veder quella faccia e quelle branche, si direbbe subito che

quel mostro non differisce in nulla, per esempio, dalle Arpie che hanno

ale e visi umani;[682] se non in questo, che l'uno è più atroce e le

altre più volastre. Sicchè, per quel che si vede, il mostro ha depravata

la volontà e lo appetito; la volontà che è solo dell'uomo, l'appetito,

che è anche delle bestie, e che nell'uomo è come di bestia, se non è

sommesso alla ragione. Ma già Virgilio ha gridato a Dante:

ecco la fiera con la coda aguzza!

Quell'uom giusto, che ha quelle branche pilose, ha inoltre la coda, e

questa coda ha una punta velenosa: l'intelletto. Invero è la froda,

raffigurata come un serpente con la testa umana e con le branche

bestiali. Come il serpente tentatore.[683] In vero, per limitarmi,

riferisco questo luogo di Ugo di S. Vittore:[684] “Perchè con la

_violenza_ non potè nuocere, si volse (il diavolo) alla _frode_...

Perchè la sua _frode_ non fosse a dirittura nulla, se troppo fosse

palese, non dovè venire nella sua propria forma, per non essere

riconosciuto chiaramente... E nel tempo stesso, perchè non fosse troppo

_violenta_ la sua _frode_, se al tutto s'occultasse... gli fu permesso

di venire in forma non sua e pur tale che la sua malizia non ascondesse

del tutto... Venne dunque all'uomo l'astuto nemico in forma di

serpente„. Non c'è qui oltre il ravvicinamento di frode a serpe, anche

la ragione propria dell'essere il Gerione Dantesco con la faccia di uomo

giusto, eppure d'essere subito riconosciuto per frode che ha la coda

aguzza, sebbene la coda non mostri? Dante vuol insegnare, che la prima

frode fu bensì frode; ma non tale da non essere riconosciuta; sì che rei

furono, a ogni modo, i pur sedotti primi nostri parenti. Posso anche

aggiungere da un altro mistico, molto noto al Poeta, che così dal vizio

dell'invidia la mente cade nel vizio di fraudolenza:[685] “La mente

invida e superba... si volge ad argomenti astuti, mentre cerca con sommo

studio e sollecitudine, in che modo possa o allargare la sua gloria od

offuscare l'altrui. Comincia pertanto d'allora a fingere santità e

_mediante l'ipocrisia_ darsi a ogni fraudolenza„. C'è bisogno d'altro?

L'ipocrisia è il primo peccato tra i dieci di Malebolge; e la faccia

d'uom giusto è proprio quest'ipocrisia, questa maschera di bontà. Ma ci

sono altre ragioni. Il serpente si rivolse prima alla donna;[686] e la

sedusse. La sedusse con parole di persuasione e con promesse. Ebbene, il

primo peccato, per ordine di luogo, che sia sotto la dizione, per così

dire, di questa bestia malvagia, è quello di Venedico e di Giasone: di

Giasone che ingannò “con segni e con parole ornate„; di Venedico, che

ingannò per avarizia. E il mistico nel peccato d'Eva trova

l'avarizia.[687] E suggelliamo il tutto con queste parole d'un

contemplante:[688] “Il serpente, che non si fidò della violenza

(_violentia_), assalì l'uomo piuttosto con la frode (_fraude_)„. Come

non è il serpente tentator d'Eva questa serpentina imagine di froda, che

s'affaccia dall'orlo del cerchietto dove è la violenza?

Ma perchè, se è il serpente tentatore, ha questo nome di Gerione? Il

fatto è che non escluso Lucifero, che si chiama Dite, tutti gli altri

fantasmi hanno un nome pagano. Ci dovremmo meravigliare che Lucifero sia

Dite, più di ciò che il serpe infernale sia Gerione. Ma perchè Gerione?

Perchè nel suo Vangelo pagano Dante leggeva scritto:[689]

_Centauri in foribus stabulant Scyllaeque biformes

Gorgones Harpyiaeque et forma tricorporis umbrae._

Quest'ombra tricorpore, così vicina agli altri mostri che Dante aveva

trasportati nel suo inferno, con quella designazione misteriosa di ombra

e con quella precisa determinazione di tricorpore, era singolarmente

acconcia a figurare il simbolo che doveva succedere ai centauri e alle

arpie e alle cagne, e avere una natura in più sulle due di quelle. È lo

stesso processo logico che osservammo in Caco, a cui il poeta aggiunge

il serpente, trasportandolo dal primo al secondo cerchietto.[690] Ma

Gerione, che egli trovava vicino alle arpie e ai centauri, tre corpi o

tre nature le aveva da sè, senza bisogno di altra giunta. E d'altra

parte era uno de' vinti da Ercole, come Cerbero e come Caco: da Ercole,

che è fatto in più luoghi ombra pagana della sola ed eterna

potestà.[691]

E le furie col Gorgon? Le tre formano, col Gorgon in comune, un essere

solo triplice o trigemino, e raffigurano certo i tre peccati dei tre

cerchietti: malizia con forza, malizia con frode, malizia con

tradimento. Il Gorgon è l'indurimento e accecamento che segue ai

peggiori peccati; sì che la conversione da essi a Dio è pur così

difficile, come Dante mostra con la difficoltà di risalir la rovina

della sesta bolgia e di arrampicarsi per i peli di Lucifero, e con la

legge, che chi trade come Giuda, cade subito in inferno come

Lucifero[692] e ricetta, come Giuda, un diavolo nel suo corpo. Or le tre

furie equivalgono al leone e alla lupa, se il leone figura la violenza e

la lupa la frode; od alla lupa sola, se è vero che la lupa comprende

anche il leone. E mirabilmente equivalgono; perchè nella vista delle due

fiere, e specialmente dell'ultima, è un Gorgon che fa disperare. E la

lupa respinge l'uomo nel basso loco e nella notte.[693]

Resta Lucifero o Dite, l'antidio, il quale ha tre faccie che

rappresentano, quella di mezzo l'amor del male o cupidità che equivale a

volontà iniqua, la destra la potestà o possa o virtù o appetito

sensitivo, come è, sebben _metaphorice_, nei diavoli, e la sinistra la

sapienza del male, ossia l'intelletto depravato, ossia l'ignoranza. Il

che è intuitivo a chi consideri la disposizione della Trinità, quando

nel mezzo è l'amore (cioè lo Spirito santo) come nesso.[694] E si

conferma con più ragioni. Prima: Cassio è detto membruto. Ragionevole,

che la bocca in cui si trova, sia quella della “possa„. Cassio era, come

dice il Laneo, “lascivo e incontinente per la quale _impotenzia_ si

lassò vincere al peccato, e cadde in tal difetto„. Ragionevole che la

faccia, nella cui bocca egli è, sia “della incontinenza„. E invero

“quegli è lussurioso che ha colore intra giallo e bianco„;[695] e bianca

e gialla è quella faccia. Seconda: Bruto è filosofo; e Dante sa, con

fare che si storca e taccia, che è filosofo stoico. Ragionevole che la

bocca in cui è, raffiguri l'intelletto volto al male. Terza: a destra si

dice sedere il Figlio, perchè la destra significa “la potestà„ di

giudice. Per quanto qui si sprofondi in pieno mistero, pur s'intende che

la destra è sempre del Padre ed è la potestà, e pur si dice che il

Figlio siede alla destra, perchè ha ricevuto quella potestà di

giudicante.[696]

Sotto i piedi di Dante è questo principio del male, travolto. Dante ha

vinto. Ha vinto la lupa. Dal basso loco e di dove il sol tace egli sale

a veder le stelle. Il freddo mortale di Cocito è pur simile alla paura

che provò là nella deserta piaggia! La vista di Lucifero che lo rende

“gelato e fioco„, è pur simile alla vista di quella bestia, malvagia

come Gerione![697] E così ha prima attraversato il Flegetonte che è

fervido come il leone, ed è guardato da centauri, come il leone, pronti

al male. E prima ancora ha passato lo Stige, che è tristo, come trista

ne' suoi effetti è la lonza. Ha passato questi tre fiumi, asservendo

all'uffizio di passatori i fantasmi stessi del male. E come è riuscito

ad asservirli? Così: il passaggio dell'Acheronte gli dava il diritto di

passare gli altri fiumi che non sono se non l'Acheronte con nome e

aspetto e uffizio mutati. E come è giunto all'Acheronte? Dalla porta cui

spalancò il Redentore. E come agli altri fiumi? Da due rovine, prodotte

dalla morte del Redentore. E la terza? Per essa è risalito, come è

risalito per il corpo stesso del Lucifero.

Sotto il velame: Saggio di un'interpretazione generale del poema sacro · 第 81 / 142 题