Se voler fu o destino o fortuna
non so; ma passeggiando tra le teste
forte percossi il pie' nel viso ad una.
Fu volere forse: a ogni modo, fosse pure stato destino o fortuna, a
Dante non increbbe. E vuol sapere il nome del traditore e lo prende per
la cuticagna; fin che un altro dice quel nome; e il Poeta allora
esclama, che “alla sua onta„ porterà nel mondo notizie di lui. E questi
allora rivela quanti più può compagni di pena e d'ignominia: quel da
Duera, quel di Beccheria, Gianni del Soldaniero, Ganellone, Tebaldello.
Si vede finora ben chiaro che i traditori non amano essere veduti e
nomati. Pure è una differenza tra il Camicione e Bocca: quello dice il
suo nome, questo no. Ora anche tra i giganti, che certo significano,
colà ritti, qualche cosa, è una differenza. C'è tra loro uno “che parla
ed è disciolto„:[613] gli altri, no; e a quel di loro, la cui ribellione
a Dio fu, diremo noi, con più d'intelligenza, a Nembrotto, Virgilio
dice: Anima sciocca! anima confusa! Sono essi raffigurati come enormi
bestioni legati, chè non hanno più linguaggio e non hanno più umanità
alcuna. Eppure sì dell'uomo avevano. Chè Virgilio pronunzia:[614]
Natura certo, quando lasciò l'arte
di sì fatti animali, assai fe' bene...
. . . . . . . . . . . . .
chè dove l'argomento della mente
s'aggiunge al mal volere ed alla possa,
nessun riparo vi può far la gente...
Or l'argomento della mente non hanno più; salvo Anteo che parla, salvo
Anteo che non è considerato un bestione, poichè è disciolto. Perchè?
Perchè non “contra il sommo Giove„ esercitò la mente e il mal volere e
la possa, non essendo stato “all'alta guerra de' suoi fratelli„;[615] sì
contro Ercole lottò. Perciò muove ancora le braccia che non menò contro
il Dio direttamente, e può distendere le mani che strinsero il figlio
del Dio; e parla, e di più è sensibile allo scongiuro della fama.[616]
La quale “qui si brama„ dice Virgilio; eppure Dante da Bocca sente dirsi
poi:[617]
Del contrario ho io brama;
levati quindi e non mi dar più lagna,
che mal sai lusingar per questa lama.
E Bocca non vuol dire nè dice il suo nome, che, in vero, non può nel
mondo che sonare onta. E il Camicione, sì, lo dice. Non è esso un Anteo
rispetto a Nembrotto o qualunque altro dei giganti legati e muti? Tanto
più che nella pena assomigliano i giganti e i dannati della ghiaccia: il
gelo di Cocito serra questi, come le catene quelli. E chi non vede ora
la ragione della pena stessa? I giganti avevano possa, mal volere e
mente. Ebbene or non possono più, che sono incatenati, sebbene vogliano
il male ancora, chè Nembrotto grida e vorrebbe disfogar l'ira o altra
passione,[618] e Fialte si scuote come torre per tremuoto rubesto. Il
mal volere resta in loro; ma le catene impediscono la gran possa, e una
confusione totale oscura la loro mente, sì che Nembrotto non sa trovare
il corno sul gran petto, e parla un linguaggio che non s'intende, e non
intende alcun linguaggio che gli si parli. Questo difetto del linguaggio
non ha Anteo, il quale ama, nel tempo stesso, la lode. È chiaro dunque
che anche i dannati che sono al piede dei giganti, il non parlare e il
non amar fama l'hanno per castigo o per contrasto a ciò che nel loro
peccato fu inordinazione della mente. Il che s'è veduto in Vanni Fucci,
che si dipinse di trista vergogna perchè anche con la mente peccò, e non
con solo l'animo e la volontà. Possiamo dunque conchiudere che maggiore
fu nei peccati l'inordinazione nella mente, e più grave è, in Malebolge
e nella Ghiaccia, la vergogna del fallo e l'orror per la fama. Dico la
vergogna del fallo: in vero Ulisse risponde a Virgilio, perchè questi ha
dichiarato prima, che lo interrogherà su tutt'altro; e Guido risponde
anche sul fallo suo proprio, perchè crede che chi lo interroga, sia
morto. E così il Conte Ugolino si sente chiedere non la sua pecca, ma
quella del traditore che rode;[619] e perciò risponde, e dice subito il
suo nome, che è necessario dire se si vuol procacciare infamia
all'altro. Nel che è da osservare che il non essere i pessimi dà a
questi dannati coraggio di palesarsi; come è il fatto di Camicion de'
Pazzi e di tanti di Malebolge.
Più grande è dunque l'inordinazione dell'intelletto, più grave è la
vergogna e l'ostinazione a nascondersi. Bene: ma perchè Farinata e
Cavalcante non mostrano vergogna? In tanto posso dire, che il loro nome
non dicono essi; sì, dell'uno, Virgilio lo proclama, dell'altro, Dante
lo legge.[620] C'è, senza dubbio, una gradazione con quelli del limbo;
dei quali pur nessuno si noma da sè, e Virgilio stesso sul primo
apparire a Dante il suo nome non dice, sebbene l'esser suo dichiari; ed
anche a Sordello comincia con l'indicarsi per la patria, sebbene poi
dica anche il nome, che a Stazio è detto da Dante e non da lui. Ma
lasciamo questo, sebbene non sia assurdo pensare oltre che alla modestia
del virgineo, anche a una peritanza consimile a quel turbamento, da cui
il dolce poeta fu preso una volta.[621] Certo è che l'inordinazione
dell'intelletto si ha da intendere a quel modo che Dante insegna per
bocca di Virgilio:[622]
dove l'argomento della mente
s'aggiunge al mal volere ed alla possa;
si deve, dunque, dire che la vergogna è maggiore dove è maggiore
l'inordinazione della mente posta al servigio del mal volere. E si può
così definire quest'inordinazione, considerando in che consista la frode
e che parte vi abbia l'intelletto. Frode è dell'uom proprio male, cioè
con la mente. Per questo essere con la mente, rimorde la coscienza,
perchè la mente vede chiaramente il male che fa o aiuta a fare. Si usa
in colui che si fida e in chi non si fida. Il primo de' due modi uccide
l'amor naturale e lo speciale; il secondo, solo quel primo vincolo
dell'amore che ci lega a tutte le creature. Ora, secondo il Poeta, la
mente, in tali peccatori, è inordinata per ciò che sa e vede l'un
vincolo e l'altro, e pur l'oblìa e l'uccide.[623] È inordinata, non
accecata. Se cieca fosse e come non fosse, Lucifero sarebbe Capaneo, e
Fucci sarebbe nella riviera di sangue. Chè il vincolo che fa natura, lo
spezzarono gli omicidi e i predoni; eppure non sono rei di ciò che
rimorde ogni coscienza. L'argomento della mente fa peggiore la reità non
perchè i fraudolenti usino arti sottili, ma perchè essi sono coscienti
del vincolo che li stringe a quelli, contro cui le usano. In vero questo
uso medesimo mostra in loro che c'è la mente; e perciò la coscienza. Il
che Dante dice nel suo solito modo così evidente e così non veduto. I
viatori sono nella sesta bolgia, dove è la rovina. C'è un crocifisso in
terra con tre pali: Caifas, il consigliere della morte di Gesù. Perchè
non è esso tra i rei direttamente contro Dio? Perchè[624]
consigliò i farisei che convenia
porre un _uom_ per lo popolo ai martiri.
Caifas in Gesù vedeva l'uomo e non il Dio. C'era in lui dunque tanto di
mente, da vedere che egli infrangeva il vincolo di natura, non tanto da
vedere che obliava anche l'altro “di che la fede spezial si cria„.
Sicchè tanto è dire che il rimorso de' fraudolenti e la loro vergogna è
in proporzione della loro mente, quanto, che in proporzione della loro
coscienza. Quindi è minimo in Vanni Fucci e massimo in Caifas e nel papa
simoniaco, in Malebolge; minimo nel conte Ugolino, di cui si vede laggiù
un “bestial segno„;[625] e massimo in Bocca e in Bruto. Il quale si
storce tra le mascelle di Lucifero, come soffia nella barba Caifas.
Ora la pietà in questo regno della frode vive ancora, un poco, nel
secondo dei tre cerchietti; è spenta nel terzo, dove non si esercita se
non una volta; e per i figli di Ugolino, non per lui, per il quale è
quasi ammessa la crudel pena[626] che ebbe a soffrire. Ma nel secondo va
ancora in volta. Dante piange, quando Virgilio gl'intima, che la pietà
lì vive quando è morta.[627] Il momento è solenne e significativo. Dante
si rivolge al lettore, che prenda frutto di sua lezione; come a lui si
rivolge Virgilio, poichè la sua visione gli frutti. I dannati della
bolgia hanno il volto tornato dalle reni. È lor tolto il veder dinanzi.
Chi vede dinanzi è _prudens_, cioè _porro videns_.[628] Assomigliano
essi a quelli che hanno mala luce, e vedono ciò che è lontano, e ciò che
è presso non vedono.[629] Qui Virgilio, oltre l'ammonimento ch'esso fa a
Dante e Dante fa al lettore, espone a lui l'origine di Mantova
lungamente, e conclude:[630]
la verità nulla menzogna frodi:
la verità che è il bene dell'intelletto. E ricorda “l'alta sua tragedia„
e ricorda che il suo discepolo “la _sa_ tutta quanta„.[631] E infine,
con uno splendore che illumina tutti i miei poveri argomenti e tutte le
mie umili giravolte dietro il viatore del mistero raggia “la luna tonda„
che significa la prudenza.[632]
Dante ha sanata la ferita della concupiscenza nel secondo cerchio,
venendo meno di pietà avanti Francesca; quella dell'infermità passando
lo Stige e respingendo Filippo Argenti; quella della malizia
attraversando il primo cerchietto; quella dell'ignoranza, per sè, nel
cimitero degli eresiarche; quella dell'ignoranza complicata con la
ingiuria, nei due ultimi cerchietti. La libertà e la prudenza innate ha
riacquistate nel vestibolo e nel passo d'Acheronte e nel limbo; la
temperanza e la fortezza passando lo Stige; la giustizia passando
Flegetonte: la prudenza avanti i mal veggenti delle arche e avanti i
dietro veggenti della bolgia quarta.
La pietà della quale vien meno al principio, qui all'ultimo deve essere
morta, come morta ha da essere la viltà sul proprio entrare
dell'inferno.