Dante s'avanza nella seconda circuizione e qui narra:[612]

Se voler fu o destino o fortuna

non so; ma passeggiando tra le teste

forte percossi il pie' nel viso ad una.

Fu volere forse: a ogni modo, fosse pure stato destino o fortuna, a

Dante non increbbe. E vuol sapere il nome del traditore e lo prende per

la cuticagna; fin che un altro dice quel nome; e il Poeta allora

esclama, che “alla sua onta„ porterà nel mondo notizie di lui. E questi

allora rivela quanti più può compagni di pena e d'ignominia: quel da

Duera, quel di Beccheria, Gianni del Soldaniero, Ganellone, Tebaldello.

Si vede finora ben chiaro che i traditori non amano essere veduti e

nomati. Pure è una differenza tra il Camicione e Bocca: quello dice il

suo nome, questo no. Ora anche tra i giganti, che certo significano,

colà ritti, qualche cosa, è una differenza. C'è tra loro uno “che parla

ed è disciolto„:[613] gli altri, no; e a quel di loro, la cui ribellione

a Dio fu, diremo noi, con più d'intelligenza, a Nembrotto, Virgilio

dice: Anima sciocca! anima confusa! Sono essi raffigurati come enormi

bestioni legati, chè non hanno più linguaggio e non hanno più umanità

alcuna. Eppure sì dell'uomo avevano. Chè Virgilio pronunzia:[614]

Natura certo, quando lasciò l'arte

di sì fatti animali, assai fe' bene...

. . . . . . . . . . . . .

chè dove l'argomento della mente

s'aggiunge al mal volere ed alla possa,

nessun riparo vi può far la gente...

Or l'argomento della mente non hanno più; salvo Anteo che parla, salvo

Anteo che non è considerato un bestione, poichè è disciolto. Perchè?

Perchè non “contra il sommo Giove„ esercitò la mente e il mal volere e

la possa, non essendo stato “all'alta guerra de' suoi fratelli„;[615] sì

contro Ercole lottò. Perciò muove ancora le braccia che non menò contro

il Dio direttamente, e può distendere le mani che strinsero il figlio

del Dio; e parla, e di più è sensibile allo scongiuro della fama.[616]

La quale “qui si brama„ dice Virgilio; eppure Dante da Bocca sente dirsi

poi:[617]

Del contrario ho io brama;

levati quindi e non mi dar più lagna,

che mal sai lusingar per questa lama.

E Bocca non vuol dire nè dice il suo nome, che, in vero, non può nel

mondo che sonare onta. E il Camicione, sì, lo dice. Non è esso un Anteo

rispetto a Nembrotto o qualunque altro dei giganti legati e muti? Tanto

più che nella pena assomigliano i giganti e i dannati della ghiaccia: il

gelo di Cocito serra questi, come le catene quelli. E chi non vede ora

la ragione della pena stessa? I giganti avevano possa, mal volere e

mente. Ebbene or non possono più, che sono incatenati, sebbene vogliano

il male ancora, chè Nembrotto grida e vorrebbe disfogar l'ira o altra

passione,[618] e Fialte si scuote come torre per tremuoto rubesto. Il

mal volere resta in loro; ma le catene impediscono la gran possa, e una

confusione totale oscura la loro mente, sì che Nembrotto non sa trovare

il corno sul gran petto, e parla un linguaggio che non s'intende, e non

intende alcun linguaggio che gli si parli. Questo difetto del linguaggio

non ha Anteo, il quale ama, nel tempo stesso, la lode. È chiaro dunque

che anche i dannati che sono al piede dei giganti, il non parlare e il

non amar fama l'hanno per castigo o per contrasto a ciò che nel loro

peccato fu inordinazione della mente. Il che s'è veduto in Vanni Fucci,

che si dipinse di trista vergogna perchè anche con la mente peccò, e non

con solo l'animo e la volontà. Possiamo dunque conchiudere che maggiore

fu nei peccati l'inordinazione nella mente, e più grave è, in Malebolge

e nella Ghiaccia, la vergogna del fallo e l'orror per la fama. Dico la

vergogna del fallo: in vero Ulisse risponde a Virgilio, perchè questi ha

dichiarato prima, che lo interrogherà su tutt'altro; e Guido risponde

anche sul fallo suo proprio, perchè crede che chi lo interroga, sia

morto. E così il Conte Ugolino si sente chiedere non la sua pecca, ma

quella del traditore che rode;[619] e perciò risponde, e dice subito il

suo nome, che è necessario dire se si vuol procacciare infamia

all'altro. Nel che è da osservare che il non essere i pessimi dà a

questi dannati coraggio di palesarsi; come è il fatto di Camicion de'

Pazzi e di tanti di Malebolge.

Più grande è dunque l'inordinazione dell'intelletto, più grave è la

vergogna e l'ostinazione a nascondersi. Bene: ma perchè Farinata e

Cavalcante non mostrano vergogna? In tanto posso dire, che il loro nome

non dicono essi; sì, dell'uno, Virgilio lo proclama, dell'altro, Dante

lo legge.[620] C'è, senza dubbio, una gradazione con quelli del limbo;

dei quali pur nessuno si noma da sè, e Virgilio stesso sul primo

apparire a Dante il suo nome non dice, sebbene l'esser suo dichiari; ed

anche a Sordello comincia con l'indicarsi per la patria, sebbene poi

dica anche il nome, che a Stazio è detto da Dante e non da lui. Ma

lasciamo questo, sebbene non sia assurdo pensare oltre che alla modestia

del virgineo, anche a una peritanza consimile a quel turbamento, da cui

il dolce poeta fu preso una volta.[621] Certo è che l'inordinazione

dell'intelletto si ha da intendere a quel modo che Dante insegna per

bocca di Virgilio:[622]

dove l'argomento della mente

s'aggiunge al mal volere ed alla possa;

si deve, dunque, dire che la vergogna è maggiore dove è maggiore

l'inordinazione della mente posta al servigio del mal volere. E si può

così definire quest'inordinazione, considerando in che consista la frode

e che parte vi abbia l'intelletto. Frode è dell'uom proprio male, cioè

con la mente. Per questo essere con la mente, rimorde la coscienza,

perchè la mente vede chiaramente il male che fa o aiuta a fare. Si usa

in colui che si fida e in chi non si fida. Il primo de' due modi uccide

l'amor naturale e lo speciale; il secondo, solo quel primo vincolo

dell'amore che ci lega a tutte le creature. Ora, secondo il Poeta, la

mente, in tali peccatori, è inordinata per ciò che sa e vede l'un

vincolo e l'altro, e pur l'oblìa e l'uccide.[623] È inordinata, non

accecata. Se cieca fosse e come non fosse, Lucifero sarebbe Capaneo, e

Fucci sarebbe nella riviera di sangue. Chè il vincolo che fa natura, lo

spezzarono gli omicidi e i predoni; eppure non sono rei di ciò che

rimorde ogni coscienza. L'argomento della mente fa peggiore la reità non

perchè i fraudolenti usino arti sottili, ma perchè essi sono coscienti

del vincolo che li stringe a quelli, contro cui le usano. In vero questo

uso medesimo mostra in loro che c'è la mente; e perciò la coscienza. Il

che Dante dice nel suo solito modo così evidente e così non veduto. I

viatori sono nella sesta bolgia, dove è la rovina. C'è un crocifisso in

terra con tre pali: Caifas, il consigliere della morte di Gesù. Perchè

non è esso tra i rei direttamente contro Dio? Perchè[624]

consigliò i farisei che convenia

porre un _uom_ per lo popolo ai martiri.

Caifas in Gesù vedeva l'uomo e non il Dio. C'era in lui dunque tanto di

mente, da vedere che egli infrangeva il vincolo di natura, non tanto da

vedere che obliava anche l'altro “di che la fede spezial si cria„.

Sicchè tanto è dire che il rimorso de' fraudolenti e la loro vergogna è

in proporzione della loro mente, quanto, che in proporzione della loro

coscienza. Quindi è minimo in Vanni Fucci e massimo in Caifas e nel papa

simoniaco, in Malebolge; minimo nel conte Ugolino, di cui si vede laggiù

un “bestial segno„;[625] e massimo in Bocca e in Bruto. Il quale si

storce tra le mascelle di Lucifero, come soffia nella barba Caifas.

Ora la pietà in questo regno della frode vive ancora, un poco, nel

secondo dei tre cerchietti; è spenta nel terzo, dove non si esercita se

non una volta; e per i figli di Ugolino, non per lui, per il quale è

quasi ammessa la crudel pena[626] che ebbe a soffrire. Ma nel secondo va

ancora in volta. Dante piange, quando Virgilio gl'intima, che la pietà

lì vive quando è morta.[627] Il momento è solenne e significativo. Dante

si rivolge al lettore, che prenda frutto di sua lezione; come a lui si

rivolge Virgilio, poichè la sua visione gli frutti. I dannati della

bolgia hanno il volto tornato dalle reni. È lor tolto il veder dinanzi.

Chi vede dinanzi è _prudens_, cioè _porro videns_.[628] Assomigliano

essi a quelli che hanno mala luce, e vedono ciò che è lontano, e ciò che

è presso non vedono.[629] Qui Virgilio, oltre l'ammonimento ch'esso fa a

Dante e Dante fa al lettore, espone a lui l'origine di Mantova

lungamente, e conclude:[630]

la verità nulla menzogna frodi:

la verità che è il bene dell'intelletto. E ricorda “l'alta sua tragedia„

e ricorda che il suo discepolo “la _sa_ tutta quanta„.[631] E infine,

con uno splendore che illumina tutti i miei poveri argomenti e tutte le

mie umili giravolte dietro il viatore del mistero raggia “la luna tonda„

che significa la prudenza.[632]

Dante ha sanata la ferita della concupiscenza nel secondo cerchio,

venendo meno di pietà avanti Francesca; quella dell'infermità passando

lo Stige e respingendo Filippo Argenti; quella della malizia

attraversando il primo cerchietto; quella dell'ignoranza, per sè, nel

cimitero degli eresiarche; quella dell'ignoranza complicata con la

ingiuria, nei due ultimi cerchietti. La libertà e la prudenza innate ha

riacquistate nel vestibolo e nel passo d'Acheronte e nel limbo; la

temperanza e la fortezza passando lo Stige; la giustizia passando

Flegetonte: la prudenza avanti i mal veggenti delle arche e avanti i

dietro veggenti della bolgia quarta.

La pietà della quale vien meno al principio, qui all'ultimo deve essere

morta, come morta ha da essere la viltà sul proprio entrare

dell'inferno.

Sotto il velame: Saggio di un'interpretazione generale del poema sacro · 第 80 / 142 题