E siamo di nuovo alla quarta ferita; di nuovo all'ignoranza o alla
depravazione dell'intelletto. La trovammo, questa ignoranza, due volte,
nel limbo e nel cimitero. Lasciamo la prima, che è il lume che è
tenebra: l'ignoranza originale: l'ignoranza di Aristotele e di Plato. La
ignoranza attuale la trovammo un'altra volta. O, a dir meglio, la
trovarono un'altra volta Virgilio e Dante. Virgilio guidava.[572]
E poi ch'alla man _destra_ si fu volto,
passammo tra i martiri e gli alti spaldi.
I due viatori prendono sempre a sinistra; quella volta presero a destra.
Perchè? Si può dire che quello fu come un deviare, un uscir dal solito
cammino. Ma il deviare accade una altra volta: appunto nella circostanza
dello scendere a trovare quell'altra ignoranza. Gerione è venuto a
proda; e sta sull'orlo. Sul dosso di quella fiera hanno a scendere.[573]
Lo duca disse: Or convien che si torca
la nostra via un poco infino a quella
bestia malvagia che colà si corca.
Però scendemmo alla _destra_ mammella,
e dieci passi femmo in su lo stremo...
Ho io bisogno d'aggiunger verbo? Il rivolgersi a destra per andare alle
arche e per venire a Gerione non è per ciò che hanno di comune la froda
e l'eresia? E questo non è la depravazione dell'intelletto? La quale non
è nell'incontinenza assoluta e nell'incontinenza complicata col mal
volere.
Invero se nell'inferno Dante volge quasi sempre a sinistra e nel
purgatorio a destra, egli obbedisce al concetto comune che alla destra
di Dio sono quelli che a lui si convertono e alla sinistra quelli che da
lui si ritorsero; a destra gli agnelli, a sinistra i capretti.[574] Il
qual concetto ritrovava poi nell'_ypsilon_ di Pitagora, nella qual
lettera la parte sinistra è la via del vizio e la destra quella della
virtù.[575] Dante per il suo cammino nell'inferno va a Lucifero. Il
cammino è a sinistra. Lucifero, come si dice comunemente del diavolo,
che è alla nostra sinistra al modo che l'angelo è alla destra, è dunque
sulla man manca. E qual faccia di lui vedrà prima il viatore? La nera;
ossia la ignoranza, la depravazione dell'intelletto, l'intelletto volto
al male. Due volte però torce a destra. Dunque si torce dal diavolo. E
chi incontra a destra? Dio. Quale (si parla misticamente), quale delle
sue faccie o persone? Quella che siede a destra. Ed è? La Sapienza. Chè
il Cristo siede alla destra del Padre, sebbene questa sessione non si
abbia a prendere materialmente.[576] E, appunto, come s'ha a prendere?
In questo modo: che la destra significa la potestà nuova di quell'uomo
suscetto da Dio; il qual uomo venne prima ad esser giudicato per venir
poi a giudicare.[577] È la potestà di giudicare, insomma che è
dimostrata da questo essere alla destra; la potestà giudiziaria perchè
“il Padre non giudica alcuno, sì diede ogni giudizio al Figlio„.[578]
Chi non troverà un cenno a questa potestà nel discorso, che si fa tra
Dante e Farinata, sulle leggi e sui decreti degli uomini?[579] e più che
un cenno, nell'esposizione della terribile pena, inflitta da Dio, in cui
è così esatto contrappasso?[580] Chi fece l'anima morta col corpo abbia
anima e corpo sepolti in una tomba eterna, dopo che l'uomo Dio avrà
giudicato: chi vide lontano e non vicino e non in sè, veda ora lontano e
non vicino, e poi non veda più, dopo il gran giudizio. Ma, sopratutto,
chi non affermerà presente allo spirito di Dante questo concetto
nell'esclamazione:[581]
O somma _Sapienza_, quanta è l'arte
che mostri in cielo, in terra e nel mal mondo
e quanto _giusto_ tua virtù comparte;
esclamazione che prorompe avanti il supplizio dei simoniaci? Chi non
dirà che Dante abbia voluto riconoscere un'arte, dirò così, speciale
della somma Sapienza nella giustizia che si fa di quelli che corruppero
l'intelletto, o solo o con le altre potenze dell'anima?
Chè un elemento nuovo si scorge in questi peccatori ultimi: la vergogna.
Già in Farinata e Cavalcante si può osservare una sollecitudine per i
vivi; per i suoi sbandati, in Farinata, per il figlio, alto d'ingegno,
in Cavalcante; che è infinitamente tormentosa per chi giace in tal letto
ed è chiuso in tal sepolcro. Non è l'intelletto, il quale nonostante la
sua umana eccellenza fu così vano nel dolce mondo; e che ora li tormenta
laggiù? Ed è certo l'intelletto che da Malebolge al fondo del basso
inferno, aumenta il cruccio dei dannati; come enunzia Virgilio con quel
verso che pare ad alcuni un riempitivo:[582]
La frode ond'ogni coscienza è morsa;
e invece echeggia all'altro “frode è dell'uom proprio male„, come
effetto a causa. Nella reità degli altri peccatori è la pervicacia
stolida, come in Capaneo; l'incoscienza animalesca prodotta da un abito
che più non si depone, come nei fangosi, e negli avari, e anche nei rei
della colpa della gola; il dolore acuto di chi vinto da un punto, smarrì
la ragione, come in Francesca: nei fraudolenti è la vergogna. E qui devo
notare, tornando un passo addietro, una particolarità dei bestiali del
primo cerchietto. Sono essi tra l'incontinenza e l'ingiustizia,
partecipi dell'una e dell'altra in varia misura. Quelli in cui
l'incontinenza predominò, è ragionevole supporre che Dante li
rappresenti, per questo rispetto del dolersi nel luogo della pena, come
i peccatori d'incontinenza. Vediamo invero che ai violenti contro Dio è
posta “diversa legge„.[583]
Supin giaceva in terra alcuna gente,
alcuna si sedea tutta raccolta,
ed altra andava continuamente.
Quelli che vanno, sono i sodomiti. E vien subito in mente la rapina dei
lussuriosi. Ma c'è altro. L'andare continuamente ha un senso mistico;
significa essere agitato dallo stimolo della coscienza.[584] “Non siede,
non giace, ma cammina (_deambulat_) colui che è inquietato dal rimorso
della sua coscienza„. In vero Capaneo che giace non è maturato dal
fuoco, e colui del sacchetto bianco, che siede, distorce la bocca e trae
fuori la lingua, come soleva. Ora quelli che camminano, riconoscono, il
loro fallo, sì per bocca di Brunetto che chiama “lerci„ i pari suoi, sì
per quella di Iacopo Rusticucci che parla del “dispetto„ che può
ispirare la loro miseria e il “tinto aspetto e brollo„.[585] E di più,
con altra voce e altro cuore, costui apporta una scusa del suo peccato,
come Francesca. Amore fu, dice l'una; la fiera moglie mi nuoce, dice
l'altro.[586] Il che è segno come d'un vano risveglio dopo un
oscuramento della propria ragione vinta dai sensi. Si trova quindi che
il rimorso è nei dannati, in cui la ragione fu sopraffatta dal talento,
e in quelli, in cui l'intelletto ebbe parte, dirò così, attiva nel
peccato.
Ed è in effetto al tutto diverso e contrario; chè nei primi è senza
vergogna e senza orror della fama e con un'invocazione alla pietà del
vivo e dei vivi; e con la vergogna e con l'orror della fama e col
dispetto per il vivo e per i vivi si manifesta nei secondi. Là è
l'intelletto sano, come era in Brunetto Latini, che insegnava come l'uom
si eterna; come era nelle tre ombre, a cui si voleva esser cortese;[587]
l'intelletto sano che, troppo tardi, emerge dalla tristizia del senso:
qua l'intelletto depravato che ricorda d'essere stato volto a
raggiungere il male. Ma è l'intelletto in questi e in quelli che genera
il vario e a ognun più convenevole rimorso.
Quello dei fraudolenti è vergogna. Subito nella prima bolgia è Venedico
Caccianimico:[588]
E quel frustato celar si credette
celando il viso.
E “mal volentier„ confessa il suo fallo. Nell'altra bolgia uno
sgrida:[589]
Perchè se' tu sì ingordo,
di riguardar più me, che gli altri brutti?
E anch'egli confessa le sue lusinghe, dopo che Dante ha detto il nome di
lui. Nella terza è papa Niccolò che dice il suo fallo, dopo avere
accusato Bonifazio e non senza accusar poi altri predecessori; e il nome
suo lo accenna, non lo dice: fui figliuol dell'orsa; e dopo l'invettiva
di Dante springava coi piedi,[590]
o ira o coscienza che il mordesse.
Non sembra mostrar vergogna lo sciagurato della bolgia quinta, il quale
dice il suo essere, se non il suo nome; ma era, quando parlava, col
ronciglio tra le chiome![591] Nè vergogna mostrano i due frati godenti;
ma nel cauto discorso di Catalano si vede chiara l'intenzione di
nascondere la loro reità:[592]
frati godenti fummo e bolognesi;
io Catalano e questi Loderingo
nomati, e da tua terra insieme presi,
come suole esser tolto un uom solingo
per conservar sua pace, e fummo tali,
ch'ancor si pare intorno dal Gardingo.
Poveretti! sì che Dante comincia col volerli rimbeccare, gl'innocenti
uomini solinghi:[593]
O frati, i vostri mali...
Ma Caifas si distorce e soffia “nella barba co' sospiri„.[594] Non vuol
essere veduto, Caifas. Nella settima bolgia è poi manifesto il pensiero
di Dante intorno alla vergogna dei dannati. Vanni Fucci dice la sua
patria, la sua condizione, la sua reità e il suo nome:[595]
Io piovvi di Toscana,
poco tempo è, in questa gola fera.
Vita bestial mi piacque, e non umana,
sì come a mul ch'io fui: son Vanni Fucci
bestia, e Pistoia mi fu degna tana.
O dunque? codesta vergogna propria di quella disposizione di cui è
proprio l'intelletto, dov'è? È qui. Dante dice: “Aspetti un poco questo
vantatore. Come è quaggiù sì basso, se non era che un uomo di sangue e
di crucci? Ci ha a essere altro, ch'egli non confessa„.[596]
E il peccator, che intese, non s'infinse,
ma drizzò verso me l'animo e il volto
e di trista vergogna si dipinse;
poi disse: “Più mi duol che tu m'hai colto
nella miseria dove tu mi vedi
che quando fui dell'altra vita tolto.
Io non posso negar quel che tu chiedi;
in giù son messo tanto, perch'io fui
ladro . . . .
Vanni non si vergogna fin che si tratta di dire della sua vita bestiale
e d'uom di sangue: si vergogna per la giunta. E confessa, sì, senza
infingersi, questa giunta; ma perchè “non può negare„; e tuttavia vuol
mostrare la sua orribile audacia, e drizza “l'anima e il volto„; ma
di trista vergogna si dipinse.
Vanni è reo anche con l'intelletto; e tuttavia non dice la bugia
affermando d'essere stato, e d'essere perciò, anche bestiale; della
bestialità di Capaneo che non è maturo, com'esso è acerbo; e tuttavia
vuol ingannare. Non dice tutta la verità sulle prime; e quando è
costretto dal fato comune dei dannati di Dante a non infingersi, allora
si sparge nel suo volto di bestia la vergogna dell'uomo. Non dice la
bugia affermando d'essere bestiale. Si può supporre con certezza che
molti di questi ladri sono coi predoni della riviera rossa nella
relazione in cui Caco è coi centauri che là saettano. Hanno una
inordinazione di più, quella dell'intelletto, come il centauro
dell'Aventino ha in più che gli altri un draco “che affoca qualunque
s'intoppa„.[597]
Nell'ottava bolgia non è la vergogna così forte come nelle altre. Sono
eroi e guerrieri per cui la frode fu arte. E del resto sono coperti
nella fiamma; e Ulisse e Diomede ubbidiscono a questo scongiuro:[598]
non vi movete, ma l'un di voi dica
dove per lui perduto a morir gissi.
Che mi pare valga: Non v'interrogherò intorno alle vostre colpe, sicchè
non ha luogo il “mucciare„. Così Dante per Vanni Fucci, come Virgilio
per i due eroi sembrano temere che fuggano per non essere costretti a
rivelarsi. E alcuni invero fuggono “chiusi„, pur non tanto che il Poeta
non li riconosca.[599] E Guido di Montefeltro non dice il suo peccato se
non perchè crede di parlare a un morto:[600]
s'io credessi che mia risposta fosse
a persona che mai tornasse al mondo,
questa fiamma staria senza più scosse.
Non ha “tema d'infamia„ e pure il suo nome non dice. E il rimorso di
costoro è significato anche dall'errar continuo, come lucciole nella
vallea.
Nella nona bolgia gli autori di scandoli e di scismi si nomano: il primo
d'essi, però, Maometto, perchè crede Dante dannato; e Pier di Medicina,
per predire malanno ad altri. E questi e il Mosca e Beltram del Bornio
mostrano pure desiderio che di loro vadano novelle nel mondo.[601] Nel
che credo si debba vedere speranza, più di nuovi scandoli e scismi, che
di fama. Il fatto di Geri del Bello è quel di tutti; e Dante così suol
parlare, una volta per tutte.[602] Geri del Bello vorrebbe che la
discordia continuasse e che il suo sangue rifermentasse. E anche i
falsificatori si governano in vario modo ed o con sè nomano altri o si
dichiarano rei di altra colpa di quella che fu loro apposta, e questa
colpa, come l'alchimia, è tale da ammettere alcun vanto.[603] C'è,
insomma, più o meno vergogna in tutti i dannati di Malebolge; e in
alcuni, se volete, punta; ma tutta la trattazione di questa specie di
peccatori si conclude (e per me non è caso) con un suggello suo proprio;
che è un grande vergognare di Dante. Al quale Virgilio (e non è caso
nemmeno questo) parla con ira.[604] Non è caso. Dante non racconta una
passeggiata delle nostre solite, in cui avvengono tante cose e si dicono
tante parole, come vien viene. Gli accidenti, i conversari, il caso, per
dir tutto in una parola, è, in questo viaggio oltremondano, invenzione
del Poeta. E ha quindi il suo perchè anche quello che sembra caso. Il
fatto è che qui risorge l'ira che Virgilio mostrò contro l'Argenti e
contro Capaneo; e che qui si descrive un vergognar di Dante, che anche
il duca trova eccessivo:[605]
Quand'io senti' a me parlar con ira,
volsimi verso lui con tal vergogna,
ch'ancor per la memoria mi si gira:
e qual è quei che suo dannaggio sogna,
che sognando desidera sognare,
sì che quel ch'è, come non fosse, agogna;
tal mi fec'io, non potendo parlare,
che desiava scusarmi, e scusava
me tuttavia, e nol mi credea fare.
Dante qui insegna, come sempre. Insegna qui che in vita abbiamo, per non
cadere in certi falli o per risorgerne poi, questa vergogna, testimonio
della coscienza; vergogna che se non abbiamo da vivi, con frutto, avremo
da morti in vano.