Io fei giubbetto a me delle mie case:
il che è quanto dire (giubbetto è _gibet_) feci di me una giustizia
ingiusta. Quando il Poeta è per trattare del terzo girone, dice
subito:[555]
dove
si vede di giustizia orribil arte;
e di lì a poco grida:[556]
O vendetta di Dio, quanto tu dei
esser temuta da ciascun che legge
ciò che fu manifesto agli occhi miei!
Nè è senza perchè la menzione della “diversa legge„ posta a questi
infelici, rei di peccato contro la giustizia. E c'è di essi uno che la
giusta pena non pare che senta; e invece Virgilio dichiara che nella sua
contumacia è la sua pena maggiore:[557]
O Capaneo, in ciò che non s'ammorza
la tua superbia, se' tu più punito.
E qui, in questo girone, Virgilio spiega l'uffizio dei fiumi infernali,
ministri dell'eterna giustizia, che vengono da Creta dove con Saturno
regnò la giustizia e donde l'inferno ha il suo giudice: dove è il gran
veglio che con la sua posizione da oriente a occidente mostra qual
sarebbe per la natura umana lo stato di giustizia, e col piede di terra
cotta, lo stato d'ingiustizia o malizia presente. E non si deve
dimenticare il discorso di Brunetto, in cui la parola “malizia„ sembra
riassumere quei tre peccati della gente fiorentina che è “avara,
invidiosa e superba„;[558] e non si deve dimenticare la risposta di
Dante alle tre ombre:[559]
La gente nuova e i subiti guadagni
orgoglio e dismisura han generata:
chè orgoglio e dismisura, ponendo che siano il peccato punito nello
Stige, o i due puniti l'un nello Stige e l'altro nel quarto cerchio,
sono il fomite dell'ingiustizia; poichè l'avarizia è da sè un po'
ingiusta e dà origine al peggio, e l'orgoglio con la timidità è al piede
dell'ingiustizia della città roggia. Infine gli usurieri, finitimi, per
così dire, alla frode, e assomigliati, per non essere quasi conoscibili
e nominabili, e perchè con loro i ragionamenti hanno a essere corti, gli
avari,[560] per l'una e per l'altra ragione sono ben dichiarati
ingiusti.
Il concetto di giustizia domina dunque in tutto questo cerchietto; sì
che le parole di Virgilio con le quali dice d'avere spento[561] l'ira
bestiale del Minotauro, hanno nella nostra mente un'eco, e a un tratto,
distinta. Quelle parole significano un ammonimento per ciò che il Poeta
dice altrove:[562] “Quanto all'abito, la giustizia ha contrasto alcuna
volta nel _velle_; chè, quando il volere non è sincero da ogni
cupidigia, sebbene la giustizia ci sia, non tuttavolta c'è nel fulgore
della sua purezza; come quella che ha in qualche modo una pur menoma
resistenza nel suo subbietto; per il che bene sono respinti quelli che
tentano _passionare_ il giudice„. L'ira bestiale non raffigura certo un
minimo, sì un massimo di cupidigia che appassiona i giudici, siano essi
d'altrui, siano di sè e di Dio; è la passione chiamata di lì a poco
“cieca cupidigia e ira folle„; la quale deve essere spenta in ogni
nostro giudicare.
È una passione e ha sede, perchè tale, nell'animo o nell'appetito; in
quell'_animo_ che fece ingiusto Pier della Vigna; in quel _core_ che ha
tanta parte nel peccato di Capaneo;[563] in quell'appetito sensitivo
dove stagna la tristizia di chi[564]
piange là dove esser dee giocondo.
E perciò questa violenza, che è pur l'ingiustizia tipica, è una cotale
incontinenza; è media tra l'incontinenza e la malizia. E in ciò si ha la
riprova ch'ella sia dal Poeta chiamata ancora bestialità; chè la
bestialità è per Aristotele[565] “un'incontinenza per metafora e non
assolutamente„. Il che ci dà finalmente l'ultima ragione dell'aver Dante
in questo cerchietto posto una rovina, difficile bensì a scendersi e per
le mobili pietre e per la guardia bestiale, ma tale che Dante ne scende,
come per la prima dell'incontinenza, e non vi risale, come per l'ultima
della malizia.
E vediamo ora la pietà. Nel regno proprio dell'incontinenza, Dante
mostra pietà più o meno viva, ma viva, per i peccatori vinti
dall'appetito; e più o meno morta per quelli ch'ebbero un principio di
ingiustizia. Comincia col lagrimare e finisce col disprezzare quelli che
non ebbero la giustizia originale; ha il cuore quasi compunto nel vedere
la ridda degli avari e poi si appaga del non poterne conoscere alcuno;
disprezza e respinge il loro pianto e si diletta a vedere attuffare
quelli dello Stige che non ebbero la fortezza necessaria alla giustizia.
Nel primo cerchietto dell'ingiustizia tipica, ma che tale è per
un'incontinenza d'ira bestiale, mostra pietà più o meno viva per quelli
in cui l'incontinenza predominò; più o meno severità per quelli in cui
predominò l'ingiustizia. Nessun cenno di pietà per gli omicide e
predoni: essi sono i rei più significativi di mala giustizia e
d'inordinata vendetta. Grande pietà per il suicida fatto ingiusto
dall'_animo_. Carità, ma del natio loco più che di lui stesso, per colui
che fe' giubbetto a sè delle sue case. Nel terzo girone Capaneo è
aspramente rimbrottato, gli usurieri sono pienamente spregiati. Ma
riverenza, pietà, amore mostra il Poeta della rettitudine per quelli che
sono tra Capaneo e gli usurieri; sebbene lerci d'un brutto peccato.
Dunque nel peccato di Brunetto e delle tre ombre vede predominare
l'incontinenza, in quello degli altri l'ingiustizia.
Ma come? Due volte, nell'esporre il peccato dei violenti contro Dio,
Virgilio dice “col core„, cioè con l'appetito.[566] Egli dice “col
core„: dunque, per incontinenza, vuol dire. E dunque l'incontinenza deve
in questo peccato predominare e meritargli pietà. Sì; ma questo peccato
è pur detto di malizia, di malizia con forza, cioè d'ingiustizia
violenta. Dunque l'aggiunta “col core„ non significa un attenuamento
d'esso rispetto ai peccati d'incontinenza, la quale men Dio offende che
la malizia; sì un attenuamento rispetto al genere a cui appartiene;
attenuamento dichiarato ancora con ciò che la forza non è, come la
frode, dell'uom proprio male. È ingiustizia, sì, dice Virgilio, ma è col
core solo, non con l'intelletto. Or come nel concetto d'ingiustizia è
implicita la volontà, Virgilio dice: col core e con la volontà, non con
l'intelletto. Non c'è nel Poema sacro cosa più certa. Dunque la violenza
offende più Dio che l'incontinenza; ed è più lieve che la frode, perchè
solo col core è consumata. Ma perchè dire “col core, col core„ solo di
questa violenza contro Dio, che è la più grave delle tre? O chi non vede
ch'esso è un ammonimento a non scambiare questo peccato che è pur contro
Dio, col massimo dei peccati, che è quello che a Dio direttamente si
oppone? col peccato di Lucifero? Peccato contro Dio: dice Virgilio; ma
bada, discepol mio: col core! Non è quello pessimo, sebbene, per
quest'essere contro Dio, assomigli. Ma non è. E tuttavia Virgilio poi a
Capaneo rimprovera appunto quello, di peccati: la superbia. E Dante la
superbia ravvisa in quel ladro, che cerca di darsi per un Capaneo
anch'esso.[567] Come? come? Mi basti qui osservare che a capo della
disposizione di violenza è quella cupidigia che è anche ira: passioni:
la qual cupidigia è in cima come la superbia in fondo[568]; e che, in
questo senso, come nè cupidigia, così non superbia è peccato speciale;
ma principio di peccato, ma peccato generale. Dunque la superbia reale
di Capaneo e apparente di Vanni Fucci, è quel non volersi sottomettere a
Dio,[569] che si trova certo nel peccato di Lucifero, ma non è quel
peccato e tutto quel peccato. Se io dicessi che codesta superbia di
Capaneo si chiama _aversio_? che è precipua in tutti i peccati di
malizia? che è l'altro aspetto, il rovescio, della cupidità, alla quale
perciò equivale; come una moneta è la stessa, tanto se è veduta dalla
lettera, quanto se dalla testa? e che questo nome di superbia è data
all'_aversio_ o alla cupidigia o all'ira bestiale, solo a proposito di
questi peccatori, perchè questi sono più manifestamente _aversi_? ma che
di essi il peccato non è la superbia di Lucifero, perchè nella superbia
peccato di Lucifero è sì la superbia passione; ma c'è altro che nel
peccato di cotestoro non c'è? che la superbia di Lucifero è così poco
bestiale e così poco simile a quella di Capaneo e di Vanni Fucci bestia;
che Lucifero è pura intelligenza e non ha l'appetito o animo, o core, se
non _metaphorice_?
Se Dante non mostra pietà per Capaneo, è segno che nel suo peccato
predomina l'ingiustizia. L'incontinenza c'è, e in buon dato, ma non
riesce ad attenuare il peccato che è di malizia con forza contro Dio
stesso; che è tanto grave da somigliare al gravissimo. E quello di
Brunetto e delle tre ombre? Quello è tale in cui l'incontinenza vi potè
più che l'ingiustizia. La quale consisteva in ciò che nella loro reità
era proposito d'impedire la generazione. E l'incontinenza era
d'irascibile o di concupiscibile? Vediamo che i sodomiti nel purgatorio
sono nella cornice della lussuria. Dunque l'incontinenza di Brunetto e
degli altri era di concupiscibile. Ma come mai il loro peccato, che è di
violenza contro una cosa di Dio, ha pure a capo quell'ira bestiale o
cupidigia cieca o _aversio_ o superbia, se dir si vuole; che non
appartiene al concupiscibile, sì all'irascibile, anzi è l'irascibile
stesso, l'ira stessa? La risposta è facile per chi consideri il
verso:[570]
e piange là dov'esser dee giocondo.
Con questo verso si dice che nei violenti contro sè e la sua facultade è
quella tristizia dello Stige, che è come l'avanzo della concupiscenza,
al modo che lo Stige è lo scolaticcio del fiume che non visto se non
all'ultimo, passa per i cerchi dell'incontinenza carnale; al modo che la
dolce sirena è nel tempo stesso la femmina balba; al modo che contro la
lonza leggiera e presta molto è dato come rimedio l'aer dolce che è
rimedio ai tristi. Ebbene, se in altri mai, quella tristizia aveva a
essere nei violenti contro natura. Dalla concupiscenza passarono alla
tristizia, dalla tristizia all'ira bestiale, dall'ira bestiale alla
violenza contro Dio. Jacopo Rusticucci afferma:[571]
e certo
la fiera moglie più ch'altro mi nuoce.
Parole non ci appulcro.
E concludo, che avanti l'arche, nel cimitero di color che hanno mala
luce, Dante ha esercitato la virtù di quel lume che si chiama la
prudenza; e che nel cerchietto della prima specie d'ingiustizia, ha
esercitato la virtù di giustizia; e che là fu riverente e pio sebbene
non senza alcuno sdegno, mentre qua si mostra combattuto dalla pietà
dove l'incontinenza predomina, e tratto a sdegno dove predomina
l'ingiustizia. Di che darò la riprova nel capitolo seguente. E infine
ripeto che in questo cerchietto s'è spenta l'ira, l'ira bestiale, che è
tanto nemica alla giustizia, quanto le è amica e propugnatrice l'ira di
zelo, che disserrò le porte dell'ingiustizia, dopo aver varcata senza
scorta i cerchi della concupiscenza e passata a piedi asciutti la palude
della non fortezza o dismisura nell'irascibile.