IX.

Dante e Virgilio entrano in Dite “senza alcuna guerra„. La guerra c'era

stata e l'ira c'era voluta, e un'alta ira animatrice d'una eroica

fortezza: la fortezza di lui che già nella Eneide presentava la spada

nuda alle ombre e ai mostri dell'Averno; di lui pio, le cui parole sono

sante.[528] Ora sono, al medesimo piano, presso a poco, della palude

stigia, lungo gli spaldi della città roggia, in un cimitero.[529] I

coperchi delle arche sono alzati: nessuno fa guardia. È il fatto, per

una parte, degl'ignavi del vestibolo, che non escono sebbene la porta

sia aperta. E per l'altra è il fatto del limbo, anzi del nobile

castello; chè qui sono grandi e sapienti, e nessun male di loro si può

raccontare, salvo che uno: _mala luce_.[530] In verità sono eresiarche;

e sono di loro i seguaci d'Epicuro[531]

che l'anima col corpo morta fanno.

Quelli del limbo ebbero il lume che è tenebra. Peccarono per l'ignoranza

originale. Questi ebbero mala luce. Dio splende a loro sin laggiù. Si

direbbe ch'essi il lume che vien dal sereno, l'avessero avuto; che

fossero redenti, insomma: in vero Farinata nomina il secondo Federico e

il Cardinale, e si vede il Cavalcanti, e su un grande avello è il nome

d'un papa; e la parola eresiarche porta a pensare a cristiani

dissidenti, e non a pagani.

Pur v'è Epicuro.[532] Dante forse lo considera come un eresiarca di

quelle scuole filosofiche, che pur avanti il Cristianesimo, pur non

potendo vedere l'alto Sole, avevano qualche lume, dirò, riflesso da Dio:

quel lume che è simboleggiato nel fuoco e nella luce del nobile

castello. Gli eresiarche, con quel barlume da Dio che splende loro anche

nell'inferno, vedono ciò che è lontano e ciò che s'appressa o “è„, non

vedono. Nella vita era il medesimo; e così in loro si osserva il

contrappasso. Vedevano ciò che è lontano: erano in vero prudenti e savi

imperatori, papi, uomini di parte e di guerra, dotti: ciò che è tanto

vicino a noi che è in noi, non vedevano. In che differiscono dai sospesi

nel limbo? In questo che essendo dentro Dite è punita in loro la

malizia, di cui ingiuria è il fine; e non v'è fine senza volontà. Quella

_mala_ luce implica dunque l'inordinazione della volontà. Ma anche il

difetto degli spiriti magni è volontario. Sì, ma quasi, ma in un certo

modo, ma nel primo parente. In questi è del tutto e assolutamente e

personalmente volontario, e si tratta del medesimo lume che è tenebra:

ossia d'ignoranza. Ignoranza dunque volontaria. Però senza ingiuria. Gli

eresiarche se avessero commesso ingiuria, sarebbero, per esempio, tra

quelli che fecero forza nella Deitade[533] o tra gli autori di scismi o

anche tra i traditori. Il loro fu peccato omninamente speculativo.

Di loro non si ragiona nella partizione che fa Virgilio dei peccati e

delle pene. E così non si ragiona, in quella, degl'ignavi del vestibolo

e dei sospesi del limbo. D'un dei peccatori si dice che fu di quelli

“che a ben far poser gli ingegni„, e che fu sì degno.[534] A questo

Dante desidera parlare, e da tempo, e gli mostra riverenza e ammirazione

e anche pietà.[535] Tutto ciò e con proprie parole e sopra tutto col

fare dell'Uberti il più sublime e del Cavalcanti il più affettuoso de'

peccatori infernali; col persuadere a noi la riverenza e l'ammirazione e

la pietà per loro. Inoltre lo sdegnoso è chiamato “magnanimo„[536] cioè

forte. Ed ecco che Farinata e gli altri sono il proprio contrario dei

non forti che schiamazzano e gorgogliano alle falde della città; come

Virgilio, pur magnanimo,[537] e gli altri spiriti magni sono il proprio

contrario degli sciaurati che corrono e gridano oltre il fiume. In

verità gli sciaurati e i sospesi sono al loro posto, per la

_difficultas_ o infermità originale i primi, per l'ignoranza pur

originale i secondi; e qui i fangosi sono fuor di Dite per l'infermità

attuale, che li rese inetti alla giustizia, e i sepolti sono dentro Dite

per ignoranza attuale o volontaria o mala, non ostante la loro

giustizia.

Nel limbo Dante vede la “scuola di quel signor dell'altissimo canto„; ha

dai grandi poeti, dopo che essi hanno un po' ragionato con Virgilio, un

salutevol cenno; è fatto della loro schiera, parla con loro di cose[538]

che il tacere è bello

sì com'era il parlar colà dov'era.

Avanti la tomba di Farinata egli apprende il proprio esilio,[539] e la

vanità del tentativo di ritorno. Gloria e dolore, connessi insieme,

connettono il nobile castello e il cimitero. E del resto anche qui si

parla di altezza d'ingegno.[540] E come là si ragiona di fede, qui si

parla di Beatrice:[541]

La mente tua conservi quel ch'udito

hai contra te: mi comandò quel saggio:

ed ora attendi qui! E drizzò il dito.

Quando sarai dinanzi al dolce raggio

di quella, _il cui bell'occhio tutto vede_,

da lei saprai di tua vita il viaggio.

A me basti osservare che qui come nel primo cerchio, si ricorda una

sapienza massima; e che quel cerchio è il luogo tristo di tenebre, e che

queste arche hanno un barlume che si ha a spegnere nel giorno dell'ira.

E qui Virgilio dà al discepolo un consiglio di prudenza: ricordarsi ciò

che ha udito quivi ma aspettar lume da Beatrice. E qui Virgilio

prudentemente fa sostar Dante[542]

sì che s'ausi prima un poco il senso

al tristo fiato;

e qui l'ammaestra intorno ai peccati e alle pene, e gli ricorda i suoi

studi, la sua Etica, la sua Fisica, e lo rimprovera dolcemente delle sue

dimenticanze. C'è per i dannati, in questo cerchio, l'ignoranza, e per

Dante la prudenza.

E si scende nel cerchietto dai tre gironi, dove è punita la malizia con

forza o violenza. Nel primo girone, contro gli uomini; nel secondo,

contro sè e contro le cose sue; nel terzo, contro Dio, la natura e

l'arte. Per scendere c'è una rovina guardata da un'“ira bestiale„.

Virgilio dice di averla spenta.[543] Come la spense? Il savio grida ver

lui, lo chiama bestia, gli ricorda la sua morte sotto la mazza di Teseo,

gli ricorda lo scorno della sua sorella, gli ricorda le sue e altrui

pene. Egli come toro ferito e non finito, non sa più gire; saltella qua

e là, sì che mentre è in furia, Dante può scendere. L'ira quando è

portata al sommo grado, rende impotente l'uomo.

Si direbbe che il Minotauro potrebbe rappresentare il vizio di Filippo

Argenti, che volge i denti contro sè medesimo. Potrebbe; se Dante non

avesse saputo di che cibo si pasceva quella bestia uccisa dal duca di

Atene. Il Minotauro sta a rappresentare un altro effetto della passione

ira: una cieca cupidigia e ira folle; diciamo, una “violenza„ per la

quale alcuno “noccia„.[544] Diciamo in fine, la passione dell'ira che

genera la “matta bestialità„. Chè questo è altro nome di quella che si

chiama malizia con forza e violenza. Così omettendo il cerchio sesto

degli eresiarche, il quale per tante ragioni dette e da dirsi, sta a

parte, Enea, il nobilissimo ha, per la sua temperanza disceso i cerchi

della concupiscenza, per la fortezza ha passato a piedi asciutti la

palude dei due vizi contrari a fortezza; per la giustizia ha disserrata

la porta dell'ingiustizia; per la virtù eroica ha dischiuso il cammino a

ciò che della virtù eroica è l'opposto: alla bestialità.

Ma la violenza è proprio bestialità? Invero nell'Etica Nicomachea il

concetto di bestialità sembra differire da quello di Dante, se Dante

chiama bestialità la violenza. Pure anche lì,[545] con i cannibali e

altri depravati, sono messi quelli che violano la natura ne' loro

piaceri; e tra altri dementi e morbosi è ricordato Falari, il cui bue

Dante conosceva. Or nel primo girone sono i tiranni e nel terzo i

sodomiti. Ma con un'altra opera Aristotele può aver suggerito al Poeta

non solo che violenza, ossia la prima specie della malizia o

ingiustizia, è bestialità; ma che la bestialità tipica è quella appunto

dei tiranni, che primi Dante vede nella riviera di sangue. E troviamo in

quel passo il leone, che può benissimo essere il nesso che nel pensiero

di Dante collegò la vis Ciceroniana con la bestialità Aristotelica. A

proposito di questa il filosofo osserva: “chi ha fatto più mali, tra un

leone e Dionisio o Falari e Clearco e simili malvagi uomini?„[546] Dove

è da osservare che dopo Alessandro, nell'enumerazione che fa il Poeta,

dei tiranni, è Dionisio fero: fero, cioè bestiale; chè _feritas_ trovava

egli per bestialità a ogni tratto.[547] Or quando si pensi che la

violenza è la prima specie dell'ingiustizia, si troverà che certamente

egli la chiama ancora bestialità, da chi consideri queste parole: “Il

nome di sevizia e ferità si intende dalla somiglianza delle fiere che si

dicono ancora _saevae_. Chè siffatti animali _nocciono_ agli uomini, per

pascersi de' loro corpi, non per alcuna causa di _giustizia_, la cui

considerazione pertiene alla ragion sola. E perciò, a parlar

propriamente, ferità o sevizia si dice secondo che alcuno, nel _punire_,

non considera la colpa di colui che è punito, ma solamente questo, ch'e'

si diletta nel tormentare gli uomini. E così è palese che è una specie

di bestialità; chè tale diletto non è umano, ma bestiale„.[548] E

s'aggiunge, che questa ferità o sevizia non si oppone a clemenza, ma a

quella sopraeccellente virtù che il filosofo chiama eroica e divina.

Bestialità è dunque la prima specie d'ingiustizia; e perciò i tiranni e

i masnadieri che scannarono e taglieggiarono non solo sono i primi che

si vedano, ma sono in Flegetonte. Questo è il fiume che corrisponde alla

rovina guardato dalla “ira bestiale„. Or negli altri due fiumi del

peccato attuale, sono puniti i rei della sorta più rea della

disposizione. Lo Stige nel suo fango invischia gl'incontinenti

d'irascibile, il Cocito nel suo ghiaccio serra i fraudolenti in chi si

fida. Abbiamo visto che degl'incontinenti i peggio trattati sono appunto

quelli del pantano; vedremo quelli di Cocito. Ora perchè il Flegetonte

non bolle nel suo sangue i più rei, sì i meno? Certo Dante trovò più

appropriato il bollor dell'onda rossa a quelli che dieder di piglio nel

sangue; forse Dante era ispirato dalla fossa piena di sangue cui

Annibale disse bello spettacolo;[549] sì che trovò giusto fare che le

anime non possano svellersi più dalla vista che al loro “ciglio„ fu sì

gradita.[550] Vero o probabile che ciò sia, Dante mostra per chiari

indizi che egli diverge dalla sua norma, qui; poichè avendo stabilito

che il fiume sia d'una pena e d'un peccato l'un estremo come la rovina è

l'altro, qui finge che esso riconosca Flegetonte solo all'ultimo, quando

egli è nell'ultimo girone che punisce la colpa più grave, ossia la

violenza contro Dio, mentre la riviera rossa e' l'ha veduta nel

primo.[551]

Maestro, ove si trova

Flegetonte?

Ma egli attese, oltre che a tutto il resto, anche a dichiarare che la

violenza o malizia con forza o bestialità era un peccato contro la

giustizia; e ciò non poteva meglio dimostrare che immergendo nel bollor

vermiglio quelli dei violenti che in esercitar la giustizia non avevano

servato ordine. La giustizia; o la vendetta, che sono sovente la stessa

cosa e hanno, sì presso Dante e sì presso i dottori, lo stesso nome. Ora

noi dobbiamo ricordare che avendo il Poeta accolto (come ormai ha da

essere poco dubbio) la teorica delle quattro ferite, qui sarebbe la

ferita a cui è contraria la giustizia: la ferita della malizia in

genere. Ed esso pur dovendo, per gli altri suoi concetti morali e

poetici, qui collocare un peccato in cui non è intelletto e c'è solo, di

ciò che è peculiare agli uomini, la volontà; sa pure seguire l'altra

norma facendo della violenza o bestialità l'ingiustizia tipica. E ciò

non solo, ponendo così in vista, a bella prima, i tiranni e i loro

imitatori, ma con altre chiare parole. Pier della Vigna riassume e

dichiara la sua colpa così:[552]

l'animo...

ingiusto fece me contro me giusto.

Lo fece dunque peccar d'ingiustizia contro sè. Ed ecco la sanzione

eterna:[553]

chè non è giusto aver ciò ch'uom si toglie.

Sotto il velame: Saggio di un'interpretazione generale del poema sacro · 第 76 / 142 题