La fortezza dei due viatori dell'oltremondo ha qui campo di manifestarsi
come non altrove. C'è una città dalle mura di ferro rovente. Sulla porta
più di mille caduti dal cielo, pieni di stizza e di sdegno. La porta si
chiude sul loro petto. Qui è l'arduo veramente: quello contro cui vale
la passione dell'ira, quando è col suo ordine. Ricordate l'altra porta?
Quella è spalancata. Gl'ignavi che corrono nel vestibolo, quand'erano in
vita, esitarono e sostarono avanti una porta aperta. La _difficultas_,
tratta dal peccato originale, fu in loro così assoluta che trovarono
impossibile la più facile opera. La menoma particella della passion
dell'ira, cioè di fortezza, della quale essa ira è cote, sarebbe
bastata. Ma avanti la porta chiusa e assicurata e difesa dai mille
diavoli, ci vuol invece il massimo di fortezza o d'ira.
Virgilio a ciò si dispone e ciò promette. E dice a Dante: “Perch'io
m'_adiri_, non sbigottire!„ Ma non si vede che s'adiri, esso; non si
vede che si prepari, esso, a usare quest'ira. Chè dice subito:[490]
già di qua da lei discende l'erta,
passando per li cerchi senza scorta
tal che per lui ne fia la terra aperta.
Dunque aspetta altri, e tuttavia, pur fermandosi ad ascoltare se
s'appressa colui che deve aprir la terra, tuttavia dice, con interrotte
parole:[491]
Pure a noi converrà vincer la punga
. . . se non . . . tal ne s'offerse...
Oh! quanto tarda a me ch'altri qui giunga!
Dante allora dubita che a quelli del limbo sia concesso passare oltre
quelle mura e quella porta, e scendere nell'inferno della malizia o
dell'ingiustizia. E Virgilio risponde, che la cosa è rara, ma possibile;
ch'esso andò altra volta sino al più basso; nel “cerchio di Giuda„.[492]
E soggiunge: che la palude cinge Dite,[493]
u' non potemo entrare omai senz'ira.
Senz'ira, di chi? di Virgilio? Ma egli aspetta un altro. Eppure, a
rassicurar Dante, dice che esso fece già il cammino sino al “più basso
loco e il più oscuro„. E tuttavia non dice che egli può farsi strada;
dice che “sa„ il cammino. E tuttavia non dice che l'altra volta facesse
un viaggio simile a questo che ora fa con Dante; dice che l'altra volta
fu “congiurato„ da una maga, per trarre dall'inferno uno spirito. Con
quel “vero è„ Virgilio sembra subito preparare il suo ascoltatore alla
differenza che c'è tra quel caso e questo. Quella volta non ci fu
resistenza da parte dei diavoli, e da parte sua non ebbe luogo ira.
Questa volta, sì, occorrerà ira, e sarà una battaglia, ed esso vincerà
con l'_ira_, cioè con la fortezza. Ma la fortezza sarà d'un altro che
egli aspetta.
La sua invero non basta: è una fortezza puramente umana.
Aristotele,[494] riportato nella Somma,[495] numera cinque modi di
fortezza non vera. Lasciando i due ultimi, forte alcun può sembrare
piuttosto che essere, se si volge a ciò che è difficile come se
difficile non sia. Virgilio in vero si rivolge sulle prime ai diavoli,
come se altro con loro non occorresse se non ciò che gli bastò con
Minos, con Pluto, con Flegias, e gli basterà poi coi Centauri e Gerione
e Anteo.[496]
E il savio mio maestro fece segno
di voler lor parlar segretamente.
Ma i diavoli vogliono trattener lui e rimandar Dante: e poi si
richiudono. Che fa e dice e pensa Virgilio? Per tre guise succede che
alcuno sembri forte e non sia: per ignoranza, quand'egli non percepisce
la grandezza del pericolo; per avere egli buona speranza di vincere il
pericolo, quand'egli abbia sperimentato d'esserne sovente scampato; per
una cotale scienza e arte, come accade nei guerrieri, che, per la
perizia delle armi e l'esercizio, non stimano gravi i pericoli della
guerra, credendo di potersi difendere contro loro mediante loro arte. E
così Virgilio dice che vincerà la prova, contro ogni difensione dei
diavoli, mentre il fatto mostra che da sè non avrebbe vinto; e d'altra
parte non prevede il pericolo del Gorgon che, senza il suo subito
accorgimento, avrebbe, sì, tolto il passo a Dante. E conforta Dante ad
aver buona speranza; ed esso medesimo ricorda d'aver fatto quella strada
e accenna a un'arte, che è appunto la magica:[497]
vero è ch'altra fiata quaggiù fui
congiurato da quella Eriton cruda,
che richiamava l'ombre a' corpi sui.
Non mi par dubbio che il Poeta delinei negli atti e nelle parole di
Virgilio questa sorta di fortezza apparente; con questo, che non tanto
egli la giudica apparente e non vera, quanto inferiore e non somma. Che
egli conosce una nobiltà (che è la perfezione della virtù conveniente
alle singole età), la nobiltà, “divina cosa„ cui quelli che hanno “sono
quasi Dei„. Invero “come uomini sono vilissimi e bestiali, così uomini
sono nobilissimi e divini. E ciò prova Aristotele nel settimo dell'Etica
per lo testo di Omero...„[498] Il passo d'Aristotele è quello donde il
Poeta ricavò la triplice disposizione che il ciel non vuole: malizia,
incontinenza e bestialità, intesa a modo suo più forse che del filosofo.
Egli lesse dunque: “Alla bestialità converrà dire che s'opponga la virtù
sovrumana, eroica in certo modo e divina; come Omero ha indotto Priamo a
dir di Ettore, perchè era assai forte (buono). E' non pareva essere
figlio d'uomo mortale, sì di un Dio„.[499]
E qui ci vuole uno la cui fortezza sia eroica, e che possa chiamarsi
nobilissimo e divino: il che dà alla fortezza o nobiltà di Virgilio il
carattere di minore e non di falsa. Ci vuole uno che abbia veramente
esperimentato il pericolo. E con questo, bisogna che si trovi nella
condizione di Virgilio, per poter scendere e sia quindi “del primo
grado„ anch'esso, poichè quelli, sebben di rado, fanno quel cammino del
basso inferno. Inoltre deve essere tale che, essendo pur esso che vince
la punga, Virgilio possa ragionevolmente aver detto: “Pur a noi converrà
vincere„.
Ed ecco viene l'aspettato: il suo eroe. Pare un vento impetuoso. Tutti
quei clamorosi e rissosi colpevoli contro fortezza, perchè audaci,
perchè, diremmo noi, spacconi, fuggono a lui, calmo e sicuro, davanti e
fanno groppo di sè “Al passo„ egli passa Stige “con le piante asciutte„.
Egli è, a questi segni, il veramente forte.
E qui la riprova ch'egli è del limbo. Ecco. L'offende l'aer grasso. Mena
innanzi spesso l'una mano. Parea stanco solo di quell'angoscia. Ebbene?
Ricordiamo: quelli del limbo sono “sol di tanto offesi„ che desiderano
l'alto sole senza sperarlo,[500] e sono in luogo tristo “di tenebre
solo„.[501] Dell'angoscie infernali essi non conoscono che l'aer grasso.
È del limbo dunque. Or chi può essere tra gli spiriti magni del limbo
questo supremamente forte? questo di cui Dante dice:[502]
Ben m'accorsi ch'egli era del ciel messo?
questo per cui Dante si volge al maestro, per dirgli alcunchè?
E quei fe' segno
ch'io stessi cheto ed inchinassi ad esso.
Nel limbo, sopra il verde smalto, vide Dante molti spiriti magni. Di
questi prima Elettra madre di Dardano e dei Dardanidi; prima Elettra con
molti compagni,[503]
tra' quai _conobbe_ ed Ettore ed Enea,
Di nessun altro egli dice, d'averlo conosciuto; sì, veduto. Conobbe soli
questi due e Cesare. È impossibile non ricordare a questo punto che a
provare che il popolo Romano ha diritto all'impero, perchè è il
nobilissimo dei popoli, e che è tale perchè il suo padre fu il
nobilissimo degli eroi; prima di recare le prove della sua nobiltà
ereditaria e di parlare, a ciò, anche dell'avola vetustissima, Elettra;
Dante, a dimostrare la nobiltà propria di Enea, dice:[504] “S'ha da
ascoltare lo stesso (Virgilio) nel sesto. Quivi, parlando di Miseno
morto, che era stato ministro d'Ettore in guerra e, dopo la morte
d'Ettore, s'era dato come ministro a Enea, dice esso Miseno _non
inferiora sequutum_, facendo comparazione di Enea a Ettore cui sopra
tutti Omero glorifica...„ In quel terzetto è tutto questo pensiero. Ed
egli pone primi tra gli spiriti magni i fondatori dell'impero,
dall'_avia vetustissima_ a Cesare; e dice d'aver conosciuto Ettore ed
Enea, nonchè Cesare, perchè sono gli eroi dell'Eneide, e l'Eneide egli
la sa tutta quanta. E l'Eneide è come il Vangelo profano del suo poema;
e il suo eroe è messo insieme a San Paolo, quale esempio d'uomo che
corruttibile ancora andasse ad immortale secolo.[505] Questo Dante crede
sulla parola di Virgilio: Tu dici. Or dunque poichè questo messo è del
limbo, e perchè Dante s'accorge bene di lui e si rivolge subito a
Virgilio per dirgli qualche cosa riguardo, certo, a questo suo essersi
accorto di lui, noi possiamo facilmente indurci a credere che sia
appunto Enea. Enea ha fatto quel cammino nelle condizioni proprie di
Dante, ossia di corruttibile ancora; e non in quelle di Virgilio puro
spirito; perciò ha intera esperienza. Inoltre nessuno meglio di lui può
attraversare con le piante asciutte la palude dei due vizi collaterali
alla fortezza. Dante in vero lui, sulla fede di Virgilio, dichiara sopra
tutti fornito, oltre che del freno che si chiama temperanza, anche dello
sprone che si chiama fortezza;[506] di quella che egli altrove dice
“arme e freno a moderare l'audacia e la timidità nostra„;[507] di quello
spronare per il quale “Enea sostenne solo con Sibilla a entrare nello
inferno, contro tanti pericoli„. Ciò spiega, come egli passi la palude
dell'_infirmitas_ e come i finti audaci si abbichino qua e là, come
rane, fuggendo da lui. Ma c'è di più: egli apre la porta. La porta
chiusa è quella della malizia che ha per fine l'ingiuria, ossia della
ingiustizia. Ebbene come la palude dei vizi contrari a fortezza, è
passata al passo con le piante asciutte da un supremamente forte, così
la porta chiusa dei peccati contrari a giustizia, deve essere disserrata
da un supremamente giusto. E questi è Enea. Dante cita le parole di
Ilioneo:[508] “Re nostro era Enea, di cui nessun altro fu più giusto...„
E Virgilio dice a lui, sul primo mostrarsi:[509]
Poeta fui, e cantai di quel giusto
figliuol d'Anchise...
Enea è il giusto, per eccellenza: pensa Dante.
Ed è invero il padre dell'alma Roma e di suo impero;[510] dell'impero
che è la perfezione della vita attiva o civile, quando Cesare siede
nella sella. E la giustizia è la virtù che assomma le altre, con il cui
uso si ottiene la beatitudine buona, se non ottima. E così Virgilio
s'annunzia come il poeta dell'eroe giusto e padre dell'impero; quasi
dicesse il poeta dell'attività o civiltà umana. E così Dante esce in
quei ricordi così intempestivi, come sembrano, del successor di Piero e
del papale ammanto. Al cantor della vita attiva Dante, _a voler dir lo
vero_, con la modestia del discepolo, col rispetto all'infelice,
soggiunge: la qual vita attiva o civile è preparazione all'altra, alla
contemplativa o spirituale. Nè a caso è ricordato con Enea, Paolo: il
primo scese agl'inferi, l'altro salì ai cieli; l'uno per la giustizia,
che assomma le virtù cardinali, l'altro per la fede, che assomma le
virtù sante; l'uno per il cammino del mondo, l'altro per quello di Deo.
Ma basti per ora. Tuttavia chiediamo a Dante un altro perchè. Perchè
quelli “del primo grado„, quelli che senza speme vivono in desìo, fanno,
di rado bensì, ma qualche volta fanno, il cammino per il quale va
Virgilio? Si muovono, cioè, per l'inferno, al contrario degli altri
dannati, che sono confinati nel luogo della lor pena? Discendono per li
cerchi dell'incontinenza ed entrano dalla porta della malizia e giungono
infino all'ultimo dei tre cerchietti? Hanno, cioè, il passo per tutti i
cerchi del peccato attuale? Risponde, per ora, il poeta: Perchè essi non
si vestirono le tre virtù teologali, ma[511]
senza vizio
conobber l'altre e seguîr tutte quante.
Ebbero, cioè, le virtù contrarie alle tre disposizioni.
Ora dal limbo scende, come vento impetuoso, alcuno, “passando per li
cerchi senza scorta„; per li cerchi dell'incontinenza di concupiscibile.
Come non è questi il modello che Dante pone, di temperanza, anche dove
quel personaggio non ha attinenza così grande con l'argomento del libro,
che è il Convivio? Dove dice: “Quanto raffrenare (cioè l'uso del freno
che dicesi temperanza) fu quello, quando avendo ricevuto da Dido tanto
di piacere, quanto di sotto nel settimo trattato si dirà, e usando con
essa tanto di dilettazione, elli si partì, per seguire onesta e
laudabile via e fruttuosa, come nel quarto dell'Eneide è scritto!„ E poi
lo pone a modello di fortezza, dicendo: “Quanto spronar fu quello,
quando esso Enea sostenne solo con Sibilla a entrare nello Inferno...
contro a tanti pericoli, come nel sesto della detta storia si
dimostra!„. In quel “senza scorta„ chi non vede sottinteso il pensiero
“nemmeno con Sibilla questa volta, ma solo affatto?„ Se era modello di
fortezza entrando solo con Sibilla, chi non vede che il poeta qui lo
presenta solo affatto, senza scorta, senza la sua scorta, perchè ne vuol
fare l'esempio della fortezza assoluta? Chi non vede? I ciechi, o quelli
che chiudono gli occhi, per non vedere la fiammolina della lucerna
ch'altri accenda. Ma ognuno deve vedere, col ricordo dell'Acheronte, col
ricordo dell'alto sonno che è un alto passo e somiglia al passo della
selva la quale è una riviera; col ricordo che passar l'Acheronte è morir
la morte da esso fiume significata; deve vedere che passar lo Stige,
passarlo al passo, con le piante asciutte, vale aver morta la morte
significata da esso fiume: la morte dei vizi collaterali alla fortezza.
E qui abbiamo una gradazione innegabile. Virgilio e Dante lo passano
sulla barca di Flegias: il Messo, a piedi, al modo che e Virgilio e
Dante passano il fiumicello del limbo come terra dura.[512] Quel
fiumicello significa appunto scienza o ignoranza, secondo chi lo passa o
no. È ignoranza per gl'ignoranti che non lo possono passare; è scienza
per chi sa, a cui è terra dura. Così Acheronte e Stige sono morte e
vita: morte, lo Stige per esempio, ai non forti, vita ai forti. E i non
forti non possono andar oltre, e i forti sì. Ora poichè quelli del limbo
sono corporalmente morti e Dante è corporalmente vivo, si dovrebbe
attendere il solito divario tra il vivo e i morti. Ma no. Dante fa la
questione se quelli del limbo possano o no scendere nell'inferno basso,
passare per i cerchi, scendere dalle rovine, entrar dalle porte che gli
avversari chiudono, passare i fiumi che solo a certe condizioni si
passano; ed ha risposta, che sì, possono. Dunque quelli del limbo sono
eccettuati, e, fuori che per il primo passo, per quello d'Acheronte,
essi scendono ed entrano e passano alle condizioni de' corporalmente
vivi. E ho detto il perchè: perchè ebbero le virtù opposte alle tre
disposizioni, cioè la vita opposta a quelle tre morti. Mancò loro solo
la vita opposta alla morte dell'Acheronte. Ma questa morte comprende
tutte le altre morti: la mancanza di battesimo involve tutto il peccato,
tutta la tenebra, tutta la morte. E così? Così Catone dirà di Marzia
che[513] “di là del mal fiume dimora„; misticamente dimora, mentre,
localmente, dimora di qua, di qua dell'Acheronte, non di là. Chè quelli
del limbo sono morti della seconda morte, della morte totale, perchè non
adorarono debitamente Dio: morti della _vulneratio_; e sono nel tempo
stesso vivi delle altre morti, vivi delle tre disposizioni, vivi delle
quattro ferite, perchè ebbero le quattro virtù.
La nobiltà o virtù o fortezza eroica o divina del Messo vale ad aprire
la porta di Dite, cioè la porta dell'ingiustizia: vale per la giustizia.
Ora l'Enea del Convivio è il tipo della temperanza e della fortezza; ma
si noti ch'egli è tale “nella parte dell'Eneida ove questa età si
figura, la quale parte comprende il quarto e 'l quinto e 'l sesto libro
dell'Eneida„.[514] Dante avrebbe trattato di lui nel seguito del
Convivio, perchè egli promette di parlarne “nel settimo Trattato„. Il
Convivio restò interrotto; ma il poeta ne parla invece nel _Monarchia_ e
nel Poema sacro. E ne parla per dire ch'egli è il nobilissimo padre del
popolo Romano e ch'egli è “il giusto figliuol d'Anchise„, che
fu dell'alma Roma e di suo impero
nell'empireo ciel per padre eletto.
La sua vittoria, che fu l'istituzione del perfetto stato di vita civile,
come a dire, il trionfo della giustizia, fu cagionata dalle cose che
intese negl'inferi. C'è, mi pare, un processo di proporzione evidente
tra Enea e il Messo. Enea è portato ad esempio di perfetta temperanza e
fortezza, e poi è detto giusto per eccellenza e instauratore della
giustizia; il Messo è dimostrato supremamente temperante e forte, per la
sua discesa senza scorta dai cerchi della concupiscenza, e poi è detto
aprire la porta della ingiustizia. E le prime parole ch'egli dice ai
diavoli e tutte le altre suonano questo senso: Perchè vi ribellate alla
giustizia di Dio? Chè malizia per eccellenza, cioè ingiustizia, è la
opposizione a Dio.
E il Messo apre con una verghetta. Apre con essa la porta di Dite.
Avanti la porta arcuata che interrompe le mura ferree della casa di Dite
(che Dante forse confuse e a ogni modo fuse con la porta e le mura del
Tartaro) l'Enea Virgiliano figge il ramo d'oro, che il poeta chiama
“_venerabile donum fatalis virgae_„.[515] O non è quella verghetta? Come
si doveva Dante rappresentare quell'Enea ch'egli diceva di non essere,
ma di cui imitava ora il viaggio, se non con la verghetta in mano? Ma
nell'Eneide la verghetta non serve ad aprire e passare. Eppure nel testo
di Virgilio Dante leggeva:[516]
_Occupat Aeneas aditum . . . .
. . . . ramumque adverso in limine figit;_
e leggeva in Servio: _ingreditur, sicut supra diximus_. E _supra_[517]
leggeva la medesima espressione per dire proprio: entra. E più
sopra[518] leggeva che mediante quella “fatale verga„ si faceva
traghettare da Caronte. Insomma, o trasformasse o frantendesse,
nell'Eneide aveva la ispirazione o il modello di quest'uffizio del ramo
d'oro. E non basta. In Servio il Poeta leggeva: “accostarsi alle sacre
cerimonie di Proserpina non poteva se non preso il ramo„; e celebrare i
misteri di Proserpina Servio dichiara come “andare agl'inferi„. Sapeva
dunque il Poeta tutta la virtù simbolica del ramo in relazione a
Proserpina. E chi non resta qui colpito dallo strale della verità,
quando ripensa che in questo episodio è mentovata “la regina dell'eterno
pianto„, e poco dopo “la donna che qui regge„?[519] O non è qui
Proserpina richiamata dalla “verghetta„, dal ramo? Il qual ramo, infine,
è detto da Servio simbolo di ciò “che si devono seguire le virtù„.[520]
Che più? E anche un'altra particolarità ha il Messo che ha anche l'Enea
di Virgilio. Il Messo è noiato “dall'aer grasso„, traversando lo Stige.
Enea, entrando, come Dante forse interpretava, prima di figgere la
verga, o forse, come egli ancora interpretava, prima di battere con essa
alla porta, “sparge il corpo d'acqua recente„. E Dante leggeva in
Servio: “_Recenti; semper fluenti, dixit hoc propter paludem Stygiam_„.
Leggeva, o non aveva bisogno di leggere: “_spargit aqua; purgat se nam
impiatus (al. inquinatus) fuerat aspectu Tartari_„.
Dante si spiegava un po' grossamente quel lavacro lustrale: come se Enea
fosse tinto dall'aria tinta, dall'aer grasso. E così fa che il suo Messo
senta quella noia. Or come non è Enea che la risente? E il Messo parla.
Non è Enea che ricorda il discorso di Caronte, la prima volta che
discese?[521] “Egli venne a legare il custode del Tartaro...„: chè dice:
Cerbero vostro. E in quel medesimo discorso Proserpina è chiamata “la
signora„. Come non se ne ricordò Dante allor che disse “la signora dello
eterno pianto„? E ancor più significativo, e adatto ad Enea, eroe
pagano, come la menzione di Cerbero, è quel verso:[522]
Che giova nelle _fata_ dar di cozzo.
Dante aveva presente il _Desine fata deum_ della Sibilla; aveva
presente, sopra tutto il comento di Servio alle parole “verga fatale„;
comento che si riduce a richiamare il _si te fata vocant_.[523] Anche la
forma “fata„ è importante; come importantissimo è il notare che il verso
ond'esta tracotanza in voi s'alletta?
è la traduzione d'un esametro virgiliano seguito a poca distanza
dall'altro pur tenuto presente:[524]
_unde haec... tibi tam dira cupido?
. . . . . . . . . . . . .
Desine fata deum flecti sperare._
Mirabile, e degno di attento studio, è questo appropriare che Dante fa
del linguaggio alle sue persone: da Nembroto che parla la sua lingua
inintelligibile, a Virgilio che a Sordello si rivela con la prima parola
del suo epitafio: Mantova (meglio, forse, _Mantua_), che doveva, mi
pare, seguire con _me genuit_.[525]
La prima volta: ho detto; ho detto: risente. Invero si meditino queste
poche parole[526] pronunziate dalla Sibilla, parole alle quali perciò
Dante poteva attribuire un senso misterioso: “Se hai tanto affetto e
desìo
_bis Stygios innare lacus, bis nigra videre
Tartara_:„
parole di quel discorso dove sono la porta sempre aperta e la facile
discesa all'Averno, e le selve e il ramo d'oro, e la verga che rinasce
dove fu svelta, e altro ancora, che Dante tenne a mente. Dunque _bis_
passare lo Stige, _bis_ vedere il Tartaro (che in Dante è la città di
Dite, sia perchè fuse o sia perchè confuse): _bis_, due volte. Non egli
mise d'accordo qui il suo vangelo profano coi suoi libri sacri? non la
Comedia qui dichiara e corregge la Tragedia? Enea, per Dante, è nel
limbo. Ma Virgilio, per bocca della Sibilla, dice che due volte egli è
per vedere lo Stige e il Tartaro. Una volta li vide in quella andata. La
seconda, quando? Chè morendo, nel limbo andò; non passò lo Stige nè vide
(si noti la precisione!) il Tartaro più. Dunque? Questa volta, dunque.
Oh! potessi evocare Dante! Chè questo ci vorrebbe, solo questo
basterebbe, per certi increduli o pervicaci o ciechi! Dante padre, non è
vero che tu al maestro, quando ti volgesti, volevi dire: “Ora vedo come
tu hai detto che due volte costui, il tuo eroe, avrebbe passato lo Stige
e veduto il Tartaro o Dite„? Non è vero, Dante padre?
Ma continuano e continueranno a dire che quel Duca,[527] cieco d'occhi,
era cieco anche di mente, quelli, e son tanti, che hanno gli occhi e non
vedono!