Con piangere e con lutto,
spirito maledetto ti rimani?
Virgilio, per quest'atto, lo chiama: Alma _sdegnosa_. E non è ira quella
del Maestro quando dice: Via costà con gli altri cani? E se il
_disdegno_[467] de' diavoli che parlano “stizzosamente„ è ira o giù di
lì, come non è ira quella del Messo del cielo? Dice di lui Dante:[468]
Ahi quanto mi parea pien di _disdegno_!
E non suonano ira le sue parole ai cacciati del cielo? Nel brago dunque
e Dante e Virgilio e questo Messo, di cui le irose parole sono dette
sante? Nel brago anche Dio? Non ha ira anche Dio?[469] E si fa dolce nel
suo segreto, quest'ira, che si esercita contro ognuno che venga
all'Acheronte. E questo sarebbe il suo proprio peccato, che si dice
spesso che fa vendetta, che è il fine dell'ira[470] e non mai che egli
sia superbo, invido, accidioso e via dicendo. Ma no. Ira non è sempre
nome d'un peccato, nè sempre è cattiva: tanto è vero che beati chiama
l'angelo non quelli senz'ira, ma quelli che son _senz'ira mala_.[471] Il
fatto è che vi è ira[472] passione dell'anima e ira vizio. Bene: le
passioni dell'anima “in quanto sono fuor dell'ordine della ragione
inchinano al peccato; in quanto sono ordinate dalla ragione,
appartengono a virtù„.[473] Vi è dunque un'ira passione la quale inchina
ora al peccato, ora alla virtù.
Su questo era dissenso tra il Peripato e la Stoa. Il dissenso è detto da
S. Tommaso più di parole che di sostanza.[474] Così pensa Dante, il
quale non si lascia persuadere da Seneca stoico, del quale conosce, o
interi o per estratti, i libri _de ira_, e segue Aristotele, pur
prendendo anche dall'altro, convinto che non si tratti se non d'una
differenza _secundum vocem_.
Ora ecco la dottrina di Aristotele:[475] “Abiti sono quelli per i quali
intorno a queste cose (ira, timore, odio, etc.) ci comportiamo bene o
male, come per l'escandescenza; che se ciò facciamo con ismodata
iracondia, noi pecchiamo intorno all'ira; se in ciò che conviene non
siamo commossi d'ira, così ancora pecchiamo intorno all'ira. Il giusto
mezzo è dunque che non ci commoviamo smodatamente, nè siamo al tutto
lontani d'ogni commovimento„.
Ognun vede che qui, in mezzo al soverchio e al difetto, c'è un'ira che
s'ha a chiamar buona, e che non è un vizio, ma una passione. Il dissidio
tra Peripatetici e Stoici è tutto su questa parola, a detta di S.
Tommaso: gli Stoici non riconoscono passione buona e quindi affermano
che i Peripatetici mettono come virtù un vizio. Ma Dante è con S.
Tommaso, poichè ammette un'ira di Virgilio e di sè e del Messo buona, e
un'ira persino di Dio, sebben _metaphorice_, e una vendetta di lui. E si
vede chiaramente che egli pone tra quelli che si commuovono
smodatamente, ciò sono i rissosi, e tra quelli lontani d'ogni
commovimento, vale a dire i fitti nel fango, sè stesso e Virgilio e il
Messo del cielo i quali hanno un giusto mezzo d'ira. E quelli sono
incontinenti d'ira, come quelli del cerchio precedente sono incontinenti
dell'amor delle ricchezze: dismisurati dunque. E questa espressione
“incontinente d'ira„ è di Aristotele e della Somma, a ogni tratto,
invece che “incontinente d'irascibile„; e non significa proprio nella
Somma, colpevole del quinto peccato capitale; ma incontinente di quella
passione dell'anima che è detta ira: incontinente della passione, non
del vizio.[476] Si tratta dunque di sapere se qui, in questo canto,
incontinente della passione ira vuol dire reo del peccato o del vizio
d'ira, o altrimenti.
I peripatetici la passione d'ira chiamavano “cote della fortezza„.[477]
Dicevano che d'uno, se preso d'ira, molto più veemente era l'impeto e
contro il nemico esterno e contro il cattivo cittadino. Dicevano che
combattere per le leggi, per la libertà, per la patria, non si può
fortemente, se dall'ira non è scaldata e arroventata la fortezza. Dietro
loro S. Gregorio chiamava l'ira “strumento della virtù„, aggiungendo che
l'ira non deve essere della mente la padrona ma l'ancella;[478]
un'ancella pronta sempre ai suoi servigi e che quindi sempre stia a
tergo. La passione dell'ira, dice S. Tommaso, è utile, come pur tutti i
movimenti dell'appetito sensitivo, a ciò che l'uomo più prontamente
eseguisca quel che la ragione detta. E dice S. Tommaso che lodevole è
questa passione dell'appetito sensitivo, lodevole l'appetito d'ira, “se
qualcuno appetisce, che secondo l'ordine della ragione si faccia
vendetta (giustizia); e questa si chiama _ira per zelum_„.[479]
Ora ognun vede che lo sdegno di Dante contro il pien di fango è questa
_ira per zelum_. “Con piangere e con lutto„ esclama egli, rimani a
scontare la tua pena, che è su te giusta vendetta. Ognun vede che l'ira,
a cui si dispone Virgilio, è quell'ira utile a più prontamente eseguire
ciò che la ragione detta, è quell'ira che è strumento della virtù, è
quell'ira che rende più veemente l'impeto contro gli avversari.
Ma quell'ira è uno strumento della virtù, non è una virtù; poichè è una
passione, ripeto. Quale è la virtù di cui è strumento? Quella di cui è
cote, secondo i Peripatetici; quella di cui è arme e sprone, secondo
Dante: la fortezza o magnanimità, che per quella si accende. Ebbene,
come si sostituisce al nome della passione, contenuta ne' suoi modi, il
nome della virtù, che per quella si esercita; così si deve sostituire al
nome della passione, quando è dismisurata, quando non ubbidisce alla
ragione, quando non è freno nè sprone, il nome del vizio, cioè dei due
vizi collaterali, che per quella dismisura si formano. E questi sono
audacia e timidità, oppure, orgoglio e tristizia.
Fortezza è la virtù di Dante quando inveisce contro il fangoso;
fortezza, quella di Virgilio e del Messo; che a fortezza pertiene stare
contro qualunque ostacolo;[480] a fortezza spetta conservare tutto
l'ordine della giustizia.[481] Tutto in questo episodio parla di
fortezza. E non voglio tacerne un esempio, atto singolarmente a darci
un'idea dello stile drammatico e allegorico del poeta. Dice Virgilio a
Dante spaurito e scoraggiato:[482]
Ma qui m'attendi; e lo spirito lasso
conforta e ciba di speranza buona...
C'è il senso ovvio delle parole, ma c'è anche un senso dottrinale; c'è
l'eco di questa asserzione di Aristotele: “il forte è di buona
speranza„.[483] Si tratta di fortezza da una parte e di audacia e
timidità dall'altra, aggirantisi, tutte e tre, intorno alla passione
dell'ira; poichè la prima ne è animata all'azione per la giustizia, e le
altre due, per eccesso di quella o per difetto, riescono al contrario
della fortezza cioè al contrario dell'azione, cioè all'infermità.
La fortezza è necessaria a conservare l'ordine della giustizia. Di
questo uso di tal virtù dà prova Dante sdegnando il pien di fango, e
assentendo alla sua pena, e lodandone Dio, giusto giudice:[484]
Dopo ciò poco vidi quello strazio
far di costui alle fangose genti
che Dio ancor ne lodo e ne ringrazio.
E Virgilio porge di ciò altissimo encomio a Dante, ed esso medesimo, e
col suo sospingere l'audace od orgoglioso e col suo approvare Dante, dà
esempio della medesima virtù. La pietà, che in tutti e due è stata
massima nel limbo e grande nel secondo cerchio ed è diminuita nel terzo
e nel quarto s'è fatta quasi nulla, qui non si mostra più. Il disprezzo
che Virgilio consiglia e Dante adempie contro gli sciaurati del
vestibolo, qui diventa, a giudicare umanamente, crudele. Ora quale è la
propria ragione di questo ordine di fatti? Che non è tale da avere la
sola spiegazione nel sentimento e nel compatire dell'uomo. C'è, per
esempio, dalla lussuria all'avarizia un digradare di pietà che risponde,
è vero, non solo al sentimento di Dante, ma al nostro; e tuttavia quel
digradare risponde anche all'ordine classico dei peccati capitali.
Quale, la propria ragione di quel fatto? Perchè approvare, sancire,
lodare la giustizia, di Dio particolarmente per gl'ignavi, per gli avari
e massime per gl'_infirmi_ del brago?[485] C'è una ragione dottrinale,
oltre la ragione del sentimento? Chè si tratta proprio di questo fatto:
riconoscere la giustizia di Dio nella pena di questi peccatori più
marcatamente che in quella di altri. Dice Virgilio degli ignavi:[486]
Misericordia e giustizia gli sdegna;
non ragioniam di lor, ma guarda e passa.