V.

L'Acheronte è, dunque, la morte direttamente derivata dal peccato

originale; e questa morte, quando si consideri il peccato in sè, senza

mistura del peccato attuale, si riduce a “difficoltà„ e a “ignoranza„

totali e, diremo, originali. L'uomo vivo che entra dalla porta, e dal

vestibolo, passando l'Acheronte, scende nel limbo, muore a questa morte;

mortifica sì la “difficoltà„ e sì la “ignoranza„ originali. In vero

Virgilio, sull'entrare dice:[419]

Qui si convien lasciare ogni sospetto:

ogni viltà convien che qui sia morta.

La “viltà„ che rivolve co' sospetti che desta, da imprese orrevoli, come

falso vedere bestia ombrosa, è la traduzione della _difficultas_ di S.

Agostino. Guardando e passando, Dante continua in quest'opera di

mortificazione. Nel limbo continuerà a mortificare ciò a cui è morto nel

passo, o forse a seppellire ciò che nel passo ha mortificato. E questo è

l'ignoranza: quella che nasconde la via della fede, secondo il detto su

riportato. E sì. Egli si rivolge al maestro:[420]

Dimmi, maestro mio, dimmi, signore,

comincia'io, per voler esser certo

di quella fede che vince ogni errore,

uscicci mai alcuno...?

Il perchè dell'inchiesta, d'un cristiano a un pagano, il perchè, dico,

assegnato da Dante stesso, sarebbe pure un gramo perchè! Ma Dante vuol

solo far comprendere ai suoi lettori ch'egli mortifica o seppellisce

l'ignoranza di cui è figlio l'errore: l'ignoranza “originale„, come io

la chiamo più su.

La viltà dunque o difficoltà, e l'ignoranza originali. Ma queste

chiudono in sè, virtualmente, tutti i peccati, poichè da esse gli uomini

a tutti i peccati sono disposti e condotti. Onde, come Acheronte,

spicciato dalla fessura, cioè dalla “colpa umana„, continuando il suo

corso, diventa Stige e Flegetonte e Cocito; così tutto l'inferno è, in

potenza, nel vestibolo e nel limbo, e tutto il cammino, di Dante fuor

della selva, è virtualmente nella selva stessa, e tutto il tempo passato

da Dante dopo quella notte, è, virtualmente, in quella notte medesima.

Il che significa il poeta con sue potenti abbreviazioni, fatte apposta

per mettere fuori di via l'interprete. In vero la selva è “aspra e

forte„.[421] “Aspra e forte„[422] è la via tutta dall'inferno al

purgatorio. Una notte è il tempo passato nella selva: dalla profonda

notte sono usciti, Virgilio e Dante, quando sono sulla spiaggia del

purgatorio,[423] e per la profonda notte[424] Dante afferma di essere

stato condotto da Virgilio.

E quella notte nella selva fu con “pièta„[425] e la guerra che Dante

presentiva d'avere a sostenere nell'altro viaggio, era “sì del cammino e

sì della pietate„.[426] Da ciò l'importanza grande che hanno le

disperate strida di quelli del vestibolo e la pietà che Dante prova nel

limbo. Virgilio si dipinge di pietà per l'angoscia, Dante è preso da

gran duolo al cuore.[427] In quelle strida disperate e in questo gran

duolo è involta tutta la disperazione e tutto il dolore della perdizione

del genere umano causata dalla “umana colpa„. Chè ella procacciò agli

uomini tale una infermità, cui nemmeno la redenzione in molti, o nei

più, toglie, e tale un'ignoranza, per la quale nemmeno la innocenza dei

parvoli e la sapienza e virtù degli spiriti magni può meritare salute:

una difficoltà e un'ignoranza che prima e dopo la Redenzione furono

causa di ogni reità e di ogni cecità, ma che, prima di quella,

pareggiavano ogni cecità e ogni reità; sì che l'ultimo dei rei di

malizia, con l'intelletto nero, con la volontà rossa, con l'appetito

bianco e giallo, inordinato, insomma, in tutte le potenze dell'anima,

non era più reo d'uno spirito magno e d'un parvolo innocente.

La porta dell'inferno era chiusa su tutti, e i piovuti del cielo

dominavano oltre Acheronte e nel vestibolo medesimo. Ma il Redentore

scrollò col suo ultimo anelito tutto l'inferno e, morto al peccato cioè

alla carne, sconquassò la porta, e passò l'Acheronte. D'allora in poi

tutti i viventi, che vogliano morire alla morte, possono far quello

ch'esso fece: entrar da quella porta e passar l'Acheronte. Ma poichè

quell'entrare e quel passare significano morire alla difficoltà o viltà

e all'ignoranza originali, e in esse sono incluse tutte le deformità

conseguenti al primo peccato, così ogni vivente (s'induce dall'esempio

di Dante) può, volendo, prender via per le altre rovine, che sono

effetto, come la rottura della porta, della Redenzione medesima, e

passar gli altri fiumi che sono la continuazione dell'Acheronte, che

sono l'Acheronte con altri nomi. Onde solo dei passatori dell'inferno

Caron non lo tragitterà, perchè egli è il barcaiuolo, per così dire, del

peccato originale, ossia della seconda morte in genere; e non può egli

tragittare chi a questa seconda morte muore, invece di morirne. Gli

altri sì, lo tragitteranno, perchè egli il fiume l'ha già passato

virtualmente, e non valgono, quindi, contrasti più e dinieghi, quando si

sappia ch'egli non lo passò morendo della seconda morte, come l'avrebbe

passato se l'avesse tragittato Caron, ma morendo alla seconda morte,

come lo passò il Cristo, cioè rinascendo e vivendo.

Dante dunque passerà i tre fiumi, trasportato dai loro passatori, i

quali non si possono diniegare a un morto alla seconda morte. Ora questa

seconda morte si assomma nella difficoltà e ignoranza originali; ma

questa difficoltà e ignoranza si specificano in concupiscenza,

infermità, malizia, ignoranza (in senso speciale e derivato). Passando i

fiumi che rappresentano queste _vulnera naturae_, Dante muore a esse,

come passando l'Acheronte muore alla _vulneratio_ primitiva. Ora là egli

muore alla _vulneratio_ originale, per dir così e sebbene paia risibile

detto, in due tempi. La sua viltà o infermità o difficoltà muore nel

vestibolo, sull'entrare dalla porta disserrata; egli riacquista la

discrezione o prudenza, ossia muore alla ignoranza, passando

l'Acheronte. Succede così anche nel rimanente del suo viaggio?

Sotto il velame: Saggio di un'interpretazione generale del poema sacro · 第 67 / 142 题