Ma l'Acheronte? L'Acheronte è il primo fiume, o il principio del fiume,
che deriva da quella fessura la quale comincia dove finisce l'oro
dell'innocenza o della originale giustizia.
Continuando giù per l'inferno il suo corso, e si fa Stige e Flegetonte e
Cocito, e cambia aspetto e natura, e diventa fango e sangue e ghiaccio,
e cambia luogo, e scorre, per così dire, nella disposizione
d'incontinenza e in quella di violenza o bestialità e in quella di
frode; e queste tre disposizioni sono le tre specie del peccato attuale,
come le tre fiere sono del peccato attuale, i tre simboli. E il passo
d'Acheronte risponde al passo della selva; e la selva che pur continua
dopo il passo, è il simbolo del peccato originale. Come non anche
l'Acheronte sarà questo simbolo? Come non questo fiume col peccato
originale sarà nella relazione, in cui gli altri tre, ossia il suo corso
ulteriore dal triplice nome, aspetto, luogo, uffizio, sono col peccato
attuale?
Non occorre ripetere gli argomenti addotti nè addurne di nuovi, mi pare.
Come il peccato originale non è passibile di più o meno, perchè è tutto
il peccato dell'uomo ed è causa di tutti gli altri peccati; come il
peccato originale è la fonte del peccato attuale; così l'Acheronte
continua per tutto l'inferno, cambiando solo nome e aspetto e luogo e
uffizio, ma rimanendo sempre quello sgocciolio di lagrime che sgorga
dalla fessura del gran veglio: dalla fessura che comincia dove
l'innocenza o la originale giustizia finisce.[415] E l'Acheronte sta in
rapporto con la porta senza serrame, come gli altri tre fiumi, con le
tre rovine; i quali quattro fatti sono causati tutti e quattro dalla
morte e dalla discesa agl'inferi del Redentore.
Abbiamo veduto che, vivi e morti, tutti entrano e possono entrare dalla
porta “lo cui sogliare a nessuno è negato„:[416] a nessuno, vivo o morto
che sia. Ma c'è una differenza. Lo sogliare è concesso anche ai vivi,
sol da quando fu disserrata la porta e lasciata dischiusa. Prima non
potevano entrare se non i morti. I diavoli aprivano. Solo a uno non
vollero aprire: al Redentore, che in verità non era morto, per loro. Ma
egli, il Possente, si aprì il varco. Da allora dunque i vivi possono
entrare. A qual condizione? Che vogliano. Devono volere. Prima di quella
apertura, non potevano volere. La porta era chiusa; l'arbitrio non era
libero. Or dunque gli uomini possono volere. Ma non tutti vogliono. E
allora, quando muoiono della morte corporale, entrano sì, perchè sono
corporalmente morti, ma non possono avanzare oltre. Perchè? Perchè
l'Acheronte sbarra loro il passo. L'Acheronte non si passa se non da chi
muoia alla seconda morte, se è vivo, o da chi muoia della seconda morte,
se è morto. Che cosa è dunque l'Acheronte? Il vivo che è entrato dalla
porta, può continuare il suo viaggio e passar l'Acheronte. Da chi e da
che gli è dato questo passo? La prima condizione è che egli sia entrato.
È entrato, perchè la porta è aperta. Dal Redentore fu la porta lasciata
senza serrame. Senza, dunque, la rottura della porta, vano sarebbe il
voler passar l'Acheronte vivendo e per vivere. Insomma e l'entrar dalla
porta e il passar l'Acheronte è, per i viventi, opera della Redenzione;
della Redenzione, che appunto cancellò il peccato originale. È dunque
l'Acheronte il peccato dei primi parenti? Non proprio. Il peccato
originale è la fessura del gran veglio la quale comincia dove l'oro
finisce. Che è dunque il fiume che ne deriva? La morte che deriva dal
peccato originale. E la rottura della porta dice, rispetto ad essa, che,
fin che vive, da che il Cristo è venuto, ognuno può volere la morte a
quella morte, ossia passar l'Acheronte. Chi non vuole da vivo, non può
da morto. Gl'ignavi restano e Dante passa.
Questa morte è la tenebra.
L'acqua d'Acheronte è livida, senza riflessi, bruna. Chi passa, da vivo,
acquista la luce o la prudenza; e si trova tra quelli che di luce e di
prudenza furono privi; chè non ebbero altro reo che un difetto. Il quale
come si chiama da S. Tommaso? Ignoranza. Ignoranza quella di Virgilio?
di Aristotele e di Plato? “Lume non è se non vien dal sereno: anzi è
tenebra„. E da quali si diparte, chi passa l'Acheronte? Da quelli che
non vollero entrare, vivendo, dalla porta aperta, dalla quale, morti,
non possono uscire; da quelli che non vollero morire alla morte e perciò
non possono ora morire della seconda morte. Il loro difetto di volere,
il loro rifiuto di servirsi di ciò che era stato loro reso libero, è
simile alla colpa di quelli in cui “l'irascibile fu destituito del suo
ordine all'arduo„: si chiama quindi _infirmitas_. È colpa, dunque, pari
a quella dei fitti nel fango? Non uguale, ma simile. Non uguale, perchè
quale arduo è una porta aperta? Che ci voleva per salvarsi, a codesti
ignavi, che non avevano avanti a sè fiere verune? che non avevano
impedimento nè nelle passioni nè nei tumulti esteriori? C'è tra loro
l'ombra di colui
che fece per viltate il gran rifiuto.
Chi sia, Dante non dice; ma chiaramente ci dice ch'egli rifiutò di far
cosa che poteva fare senza alcun suo pericolo, senza alcun suo danno, e
con sommo suo onore e vantaggio. Quindi è da lasciar da parte, anche per
questa ragione, il santo eremita Pietro da Morrone. La viltà, la
ignavia, la sciaurataggine delle ombre del vestibolo è un'_infirmitas_
totale; come totale è la _ignoranza_ dei sospesi nel limbo. E questi e
quelli sono tra loro riposti a tal norma: che i primi ebbero quella
totale _infirmitas_, non ostante che non avessero punto d'_ignorantia_;
i secondi questa totalmente, sebbene quella niente affatto. Insomma gli
ignavi e i sospesi rappresentano gli effetti puri e semplici del peccato
originale, in sè e per sè, senza adiezione del peccato attuale, di cui
esso è pur fomite. E questi due effetti Dante trovò in S. Agostino o
lesse riportati nella Somma, in quell'articolo in cui erano le quattro
piaghe di Beda[417]. Sono l'_ignoranza_ e la _difficoltà_, da cui nasce
l'errore e il tormento (_cruciatus_). Nel che si può vedere il perchè
dei mosconi e delle vespe. Or nè l'una nè l'altra possono addursi a
scusa dei peccati che ne derivano, poichè[418] “Dio ci diede facoltà
(opposto a _difficultas_) nei laboriosi uffizi, e la via della fede
nella cecità dell'oblìo„.
Or Dante pose nel vestibolo quelli che non usarono la facoltà, non dico
di bene operare, ma di operare, vinti dalla difficoltà conseguente al
peccato originale, e nel limbo quelli che non seguirono la via della
fede, acciecati dall'ignoranza pur conseguente al peccato originale.