III.

Avanti. Dante entra, dopo qualche esitazione, dalla porta senza serrame.

Non muore alla morte del peccato in genere od originale, se non passando

l'Acheronte. Questo fiume non è il solo dell'inferno. I fiumi sono

quattro con esso. Donde nascono? Dice Virgilio:[405]

In mezzo mar siede un paese guasto

. . . . che s'appella Creta,

sotto il cui rege fu già il mondo casto.

Cioè sotto Saturno, sotto il “caro duce, sotto cui giacque ogni malizia

morta„.[406] È il sogno pagano dell'Eden cristiano, quest'isola:[407]

Quelli ch'anticamente poetaro

l'età dell'oro e suo stato felice

forse in Parnaso esto loco sognaro.

Qui fu innocente l'umana radice.

In Creta, gli antichi pagani sognarono che innocente o casto fosse il

mondo. E come l'Eden è una divina foresta, e vi è sempre primavera e

ogni frutto, così in Creta,

una montagna v'è, che già fu lieta

d'acque e di fronde, che si chiamò Ida:

ora è deserta come cosa vieta.

L'uomo mutò l'Eden nella terra laboriosa e disubbidiente: l'Eden pagano

si mutò esso. Come nell'Eden nacque il genere umano, così l'Ida fu cuna

di Giove. Ora

dentro dal monte sta dritto un gran veglio,

che tien volte le spalle in ver Damiata,

e Roma guata sì come suo speglio.

E il veglio è il genere umano stesso, e volge le spalle all'oriente e il

viso all'occidente, a Roma; il genere umano incluso nell'idea del sacro

Romano impero. E si può notare ch'egli è ben disposto, secondo il corso

del cielo,[408] che si muove da mane a sera. Ma pure il veglio ha un

manco in altro come si vedrà.

La sua testa è di fin oro formata:

e puro argento son le braccia e il petto

poi è di rame infino alla forcata;

da indi in giuso è tutto ferro eletto,

(sono le quattro età del genere umano)

salvo che il destro piede

(ossia quello che significa la vita contemplativa o spirituale)

è terra cotta,

(perchè l'autorità spirituale è debole fondamento del governo: questo è

il manco)

e sta in su quel più che in su l'altro eretto

(come non dovrebbe essere e come si adira Marco Lombardo che sia!).

Ciascuna parte, fuor che l'oro, è rotta

d'una fessura.

L'oro, no; perchè l'età dell'oro era innocente: non c'è da dubitare.

Ma quando o perchè avvenne allora la fessura? Se passiamo dal sogno alla

realtà, dobbiamo sospettare subito che si tratti del peccato di Adamo.

“D'una fessura„

che lagrime goccia,

le quali accolte foran quella grotta.

Lor corso in questa valle si diroccia:

fanno Acheronte, Stige e Flegetonta;

poi sen van giù per questa stretta doccia

in fin là dove più non si dismonta:

fanno Cocito....

La fessura comincia dove finisce l'innocenza del genere umano. La

fessura goccia lagrime; le lagrime formano i fiumi infernali. Passar

l'uno, il primo di essi, è morire alla morte del peccato originale.

Vediamo gli altri.

Ma, prima di tutto, c'è qualche fondamento, oltre la logica e il buon

senso, all'interpretazione per cui la fessura è considerata effetto del

peccato originale? E sì che c'è; e tale anzi da fornirci la vera

postilla di Dante a quelle parole “gran veglio„. Se Dante avesse

chiosato da sè il sacrato poema, qual parola avrebbe annotata qui nel

margine? Avrebbe annotato: “Natura umana„. In vero Beda[409] afferma che

quattro ferite furono inflitte dal peccato del primo parente a tutta la

natura umana: infirmità, ignoranza, malizia e concupiscenza. E S.

Tommaso, ragionandone, dice che “mediante la giustizia originale la

ragione perfettamente conteneva le inferiori potenze dell'anima...

Questa fu sottratta mediante il peccato del primo uomo, e perciò tutte

le potenze dell'anima rimangono in certo modo destituite del loro ordine

per il quale naturalmente sono ordinate a virtù; e questa destituzione

stessa è detta _vulneratio naturae_„. Or la fessura del gran veglio

comincia dove finisce l'oro, cioè lo stato d'innocenza o, diciamo con

più classica parola, di giustizia originale. Nel che si deve ricordare

che Creta, oltre Saturno, ebbe anche un re così giusto, che Dante, pur

trasformandolo in demonio, lo accetta e conserva come giudice

dell'inferno. La fessura è molto probabilmente, dunque, codesta

_vulneratio_, e il gran veglio è la natura umana.

Ora la _vulneratio_ si esplica in quattro ferite; e le potenze

dell'anima cui queste vulnerano, sono la ragione (intelletto), la

volontà, l'irascibile, il concupiscibile. Capovolgiamo; ed ecco si trova

con l'inferno Dantesco una perfetta corrispondenza, in quanto in esso,

cominciando dal secondo cerchio, è punita l'incontinenza, prima di

concupiscibile e poi d'irascibile; quindi l'_inordinatio_ nella sola

volontà, all'ultimo quella ancor dell'intelletto. Ebbene i fiumi

infernali che sgorgano dalla fessura del gran veglio, come dalla

_vulneratio_ scende il disordine nelle potenze dell'anima, sono quattro,

come quadruplice è quel disordine: e dove si trovano? Cocito è dove “più

non si dismonta„, il che è detto in senso proprio e in senso morale;

dove non si può andar più giù e dove non si può far di peggio. Invero

questo fiume, ghiacciato dal ventilar delle ali del primo superbo, serra

in sè i peccatori di malizia con frode in chi si fida, ossia di

tradimento. È in fondo in fondo all'inferno, e in fondo all'ultimo

cerchietto della frode. Ora in principio del primo cerchietto della

frode (secondo della malizia), ossia nella bolgia di Caifas, è la

rovina. Della frode, insomma, la rovina è a capo, il fiume in fine. E la

frode è un peccato che ha in più del peccato che lo precede, il

disordine nell'intelletto. Flegetonte si trova nell'unico cerchietto

della malizia con forza. E naturalmente è a basso, e a basso scende nel

piano inclinato del cerchietto, fin che nel cerchio ottavo (secondo

cerchietto della malizia) cade con grande rimbombo.[410] La malizia con

forza è senza intelletto, e in ciò è più leggiera colpa che la frode che

segue; ma ha un fine ed è quindi con volontà, e in ciò è più grave

dell'incontinenza che lo precede. Questo cerchietto ha una rovina a capo

e un fiume in fondo, come può essere in un piano inclinato sì, ma unico.

Stige scende visibilmente dal quarto cerchio nel quinto, dove impaluda.

Il quarto cerchio punisce una specie d'incontinenza di concupiscibile,

l'avarizia; e il quinto l'incontinenza d'irascibile. Una rovina è capo

di tutti i cerchi dell'incontinenza, cioè in quello della lussuria; e un

fiume paludoso in fondo. Dunque, riassumendo, tra una rovina ed un fiume

si trova punita nell'inferno, prima la incontinenza di concupiscibile e

d'irascibile, poi il disordine nella volontà, poi il disordine anche

nell'intelletto. Le tre rovine dunque, come i tre fiumi a cui elle

corrispondono sono in relazione indubitabile con la _vulneratio_ di

Beda. Il peccato originale indebolì queste quattro potenze dell'anima,

sì da agevolare quelle quattro specie di peccati.

Quattro? Ma sono tre. Sì, tre disposizioni: incontinenza, malizia con

forza e malizia con frode. Ma l'incontinenza è duplice, di

concupiscibile e d'irascibile. E così sono quattro. Ma allora perchè

Dante non ha coi quattro fiumi limitato al basso queste quattro forme di

peccato; e invece ne ha lasciato fuori uno, l'Acheronte, e due forme ha

ridotte a una?

Vediamo. S. Tommaso dichiara che la _vulneratio_ ha destituite quattro

potenze, che abbiamo vedute, del loro ordine a quattro virtù. Quali sono

queste? Le quattro virtù cardinali: prudenza, giustizia, fortezza,

temperanza. Capovolgendo come prima, vediamo che le quattro forme di

reità, corrispondenti alle tre rovine e a tre fiumi, sarebbero opposte a

queste quattro virtù, a questo modo: temperanza e fortezza alla

incontinenza di concupiscibile e d'irascibile, giustizia

all'_inordinatio_ della volontà, prudenza all'_inordinatio_

dell'intelletto. Torna? Dunque i traditori e i fraudolenti avrebbero

peccato contro la prudenza? i violenti, solo questi, contro la

giustizia?

Non torna, pare.

Eppure sì; torna appuntino. I fiumi dell'inferno hanno una sola e unica

fonte: la fessura del gran veglio. È un fiume solo, che cambia nome e

aspetto e natura. Prescindendo per ora dall'Acheronte, Stige si mostra

nel cerchio degli avari,[411] come

una fonte che bolle e riversa

per un fossato che da lei deriva.

Ha l'acqua buia, l'onde bige, ed è tristo ruscello e si fa palude nel

cerchio seguente. È il fiume della tristizia, che dalla concupiscenza

scende mollemente (Dante e Virgilio vanno in sua compagnia)

all'incontinenza d'irascibile. Flegetonte si vede subito nel primo

girone del cerchio settimo[412]; si riconosce però solo nel terzo girone

di esso;[413] con che si ammonisce il lettore che i peccatori così

disparati del cerchietto hanno qualche cosa in comune. È di sangue che

bolle. Cade poi con risonante cascata, nel cerchietto seguente; e si

rivede, sotto il nome di Cocito, in fondo all'inferno, come una ghiaccia

sotterranea.[414] È un fiume solo, dunque, prima tristo e fangoso, poi

sanguigno e bollente, quindi ghiacciato e duro. Ora il fiume tristo

tiene in sè, come appiccicati, i peccatori di tristizia; almeno questi;

e il fiume di sangue fervente bolle in sè i peccatori che diedero di

piglio nel sangue; e il fiume di ghiaccio serra in sè i peccatori,

diciamo così per ora, freddi a ogni amore. Sono dunque, questi fiumi,

pena a peccati che in qualche guisa ad essi assomigliano, o a cui essi

fiumi si fanno simili, diventando brago, sangue e fuoco, gelo. Or bene,

poichè sono un fiume solo, significano che via via ne' peccati, di cui

sono pena, è la reità ancora di quelli di cui pena sono stati. Quindi

nella violenza è l'incontinenza, nella frode è la violenza. Cioè, nella

violenza è un disordine nel concupiscibile e irascibile, più un altro

nella volontà; nella frode, oltre quello e questo, un terzo disordine,

nell'intelletto. E così mentre l'incontinenza fa contro le virtù di

temperanza e di fortezza; la violenza fa contro queste due, più contro

la giustizia; e la frode fa contro la temperanza, la fortezza, la

giustizia e la prudenza. E mettendo i vizi opposti a tali virtù, come

sono in Beda e come Tommaso li dichiara, mettendo le quattro _vulnera_,

abbiamo che nell'incontinenza è concupiscenza, “in quanto questa è

destituita del suo ordine al dilettevole moderato dalla ragione„; è

_infirmitas_, “in quanto l'irascibile è destituito del suo ordine

all'arduo„; e nella violenza è, oltre la concupiscenza e l'_infirmitas_,

la malizia “in quanto la volontà è destituita del suo ordine al bene„; e

nella frode, oltre la concupiscenza e l'_infirmitas_ e la malizia, è

l'ignoranza “in quanto l'intelletto (_ratio_) è destituito del suo

ordine al vero„.

Non è così anche nelle tre fiere? La lonza è la concupiscenza; ma contro

lei vale il rimedio che vale contro la _tristitia_ dei fitti nel fango;

dunque è anche ciò “per cui l'irascibile è destituito del suo ordine

all'arduo„; e che Beda chiama _infirmitas_ e Dante accidia. Il leone si

sostituisce alla lonza, perchè ha in sè quello che l'altra; più, vuol

fare ingiuria. La lupa si sostituisce al leone, e resta sola; sicchè ha

quello che il leone e la lonza. E contro essa avrà solo forza il veltro,

che ciberà “sapienza, amore e virtute„. Il che mostra che la lupa ha

ignoranza invece di sapienza, malizia invece di amore (l'amore si liqua

in volontà del male), concupiscenza e perciò _infirmitas_ invece di

virtù. La qual ultima cosa Dante dichiara col fare che la lupa si

ammogli a molti animali e col mutarla in _fuia_ o meretrice; questo per

la concupiscenza; e, per l'_infirmitas_, col farla fuggire avanti il

veltro.

Sotto il velame: Saggio di un'interpretazione generale del poema sacro · 第 65 / 142 题