II.

Il camminare, dunque, per lo scarco delle pietre, significa quel che

entrar dalla porta aperta, per un vivente: avere come salvarsi; salvarsi

da ciò appunto che è punito, senza più redenzione possibile, in quelli

che vedono quel pendìo per cui non è possibile più riascendere, come non

è più permesso uscire dalla porta aperta, una volta che si è morti. Ora,

prima di tutto, è chiaro che più la salvazione, per il vivente, è

facile, più la disperazione, per il morto, è grave. E così vediamo che

gli sciaurati piangono più dei peccatori carnali; o almeno che il poeta

significa il pianto di quelli con maggior menzione e più forti parole

che il pianto di questi; mentre poi non parla affatto di pianti in

faccia alle altre due rovine, sebbene per l'ultima egli noti che non è

via per i morti.[399] In secondo luogo Dante fa vedere che, per il

vivente, la salvazione è a mano a mano più difficile. In vero dalla

porta aperta si entra senz'altro; per la prima rovina si scende così

agevolmente, che Minos grida: Non t'inganni codesta ampiezza: come a

dire codesta agevolezza; per la seconda rovina i sassi movevansi per lo

nuovo carco; per la terza, oltre che Dante fatica sì che quasi è vinto,

per la terza, Dante non scende, ma sale. Ora la porta aperta significa

la liberazione della volontà, significa la redenzione in generale dal

peccato in generale. E la prima rovina è a capo dell'incontinenza e più

particolarmente della concupiscenza; e la seconda a capo della malizia

con forza e senza intelletto; e la terza nella bolgia degl'ipocriti,

cioè a capo della malizia con frode ossia con intelletto. E così la

salvazione dalla servitù del volere è tanto facile, or che la porta è

aperta, che non si capisce come in tanti non avvenga; al modo che non si

intende come alcuno desideroso di uscire non esca pur essendo aperto

l'uscio. E così la salvazione dalla concupiscenza è più facile che

quella dalla malizia con forza, e questa più che quella dalla malizia

con frode: salvazione, quest'ultima, difficilissima. In verità, essendo

il salire opposto allo scendere, se lo scendere significa una maggiore o

minore agevolezza, il salire significherà una maggiore o minore

difficoltà, nel salvarsi.

E qui Dante è mirabile. Come ha posto due discese, una più comoda, una

meno; così pone due salite, meno e più disagiate. Questa, per la rovina

della bolgia di Caifas e del regno di Gerione, è la meno disagiata; la

più, è per i peli di Lucifero, del maciullatore di Giuda, del primo

superbo.[400]

Quando noi fummo là dove la coscia

si volge appunto in sul grosso dell'anche,

lo duca con fatica e con angoscia,

volse la testa ov'egli avea le zanche

ed aggrappossi al pel come uom che sale,

sì che in inferno io credea tornar anche.

Attienti ben, che per sì fatte scale,

disse il maestro ansando com'uom lasso,

conviensi dipartir da tanto male.

Da tanto male, con tanto ansimare; con meno, da minore. E così per i

ronchioni della sesta bolgia Dante è aiutato da Virgilio, qui è a

dirittura in collo al maestro. E se il salire qui è preceduto da uno

scendere:[401]

Come a lui piacque, il collo gli avvinghiai;

ed ei prese di tempo e loco poste,

e quando l'ale furo aperte assai,

appigliò sè alle vellute coste:

di vello in vello giù discese poscia

tra il folto pelo e le gelate croste:

così, in Malebolge, discendono i due (nè già in tutte le bolgie

discendono), e sdrucciolano giù, Dante sopra il petto di Virgilio,

fuggendo la caccia dei diavoli:[402]

Lo duca mio di subito mi prese,

. . . . . . . . . . . . .

e giù dal collo della ripa dura

supin si diede alla pendente roccia,

che l'un dei lati all'altra bolgia tura.

Ora è evidente perchè Dante, per certi peccati, la facilità di salvarsi

esprima con lo scendere, e per certi altri, esprima la difficoltà, col

salire o col risalire. Ci sono peccati che hanno in sè precipua la

conversione al bene commutevole, e altri che hanno precipua l'aversione

da Dio, bene immutabile. Ora il peccatore che va morto all'inferno entra

e scende per una porta e per rovine, per le quali, entrando e scendendo,

il peccatore vivo si salva, come l'altro si perde. Invero il cammino

dell'uno e dell'altro, perdendosi e salvandosi, fu ed è converso,

ugualmente, al bene; ma dell'uno al bene commutevole, dell'altro al bene

immutabile. Quindi è uno scendere. Ma ciò solamente per il peccatore,

vivo o morto, d'un peccato di conversione al bene; chè quelli che si

perdono o si salvano di peccati di aversione da Dio, devono tenere via

differente, secondo che sono vivi o morti, secondo che si salvano o si

perdono. Quelli che muoiono di quel peccato, restano aversi, cioè con la

faccia torta da Dio e volta al male; quelli che se ne salvano devono

fare il contrario di quelli che si perdono; e salire come quelli

scendono, e mettere la testa dove il diavolo ha le zanche, e dipartirsi

così da tanto male. Ora poichè aversione da Dio vale quanto conversione

al male, e questa vale quanto malizia, e i peccatori di malizia sono in

tre cerchietti, come mai per la rovina della violenza, cioè della prima

specie di malizia, Dante scende e non sale? cioè scende soltanto e non

ancora risale? Che se avesse voluto per un suo fine dottrinale, avrebbe,

il mirabile domatore della materia, anche potuto.

Oh! considera, lettore, e di', se il seguire il consiglio di Dante, di

aguzzar bene gli occhi al vero, non porta poi alcun frutto!

Sotto il velame: Saggio di un'interpretazione generale del poema sacro · 第 63 / 142 题