Questo per la seconda rovina. Per la terza:[394]

Montar potrete su per la ruina

che giace in costa e nel fondo soperchia.

. . . . . . . . . . . . . .

levando me su ver la cima

d'un ronchione, avvisava un'altra scheggia,

dicendo: sopra quella poi t'aggrappa;

ma tenta pria se è tal ch'ella ti reggia.

Insomma Dante aiutato da Virgilio sale su faticosamente “di chiappa in

chiappa„. È ragionevole indurre che anche per la prima rovina Dante

prendesse via, nello scendere dal limbo al secondo cerchio; e che Dante

non lo dica ma voglia che s'intenda, per quell'intenzione del suo stile

di spiegar le cose a poco a poco, come egli stesso finge di conoscerle o

capirle a poco a poco. E per la seconda scende non agevolmente, chè

alpestro era il luogo e simile a frana orribile; e le pietre spesso

movevansi sotto i suoi piedi. Il montar per la terza è poi più difficile

ancora: Dante ha bisogno dell'aiuto di Virgilio, e se non era che lo

“scarco„ delle pietre faceva un rialzo nel fondo della bolgia, e che

l'argine al quale saliva, era più basso, perchè Malebolge pende verso il

bassissimo pozzo, sì che il tratto da salire era ivi più corto; egli

sarebbe ben vinto.[395] C'è dunque una gradazione di malagevolezza dalla

seconda alla terza rovina. Or se Dante è disceso dal limbo al secondo

cerchio per la via della prima rovina, si comprende chiaramente che

questa via era meno difficile di quella tra il sesto cerchio e il

settimo. In vero Dante non ci racconta la fatica o pericolo ch'egli

provasse o corresse in quella scesa; e Minos a lui grida:[396]

non t'inganni l'ampiezza dell'entrare.

Ora s'egli era entrato per la rovina, Minos accennerebbe che questa

rovina, essendo ampia, dava facile e quasi insensibile la discesa. E

accennerebbe anche che era grande, questa rovina, più delle altre. E

poichè le tre rovine sono opera del tremuoto che avvenne alla morte del

Redentore, si conclude che più grande rovina e più ampia avvenne in

questo punto che negli altri due.

Ma, con le rovine, la morte del Redentore causò nell'inferno altro

sconquasso: la rottura della porta.[397] Quella rottura significa tre

cose: che il genere umano fu redento, ossia che fu liberato il volere e

riaperta la fonte del meritare; che vana fu per molti o per i più la

Redenzione, sì che molti o i più devono nell'inferno patire il grave

dolore, peggior d'ogni tormento, di vedere d'aver facilmente potuto, e

non poter più, salvarsi; che, per la Redenzione, chi vuole, fin che è

corporalmente vivo, può fare quello che il Redentore, scendere com'esso

per salire, e morire per vivere. Le rovine hanno lo stesso significato?

Sì. Per il primo punto, osservo che le rovine furono causate dal

tremuoto, dirò così, della redenzione: da quel tremuoto che si rinnova,

a figurare l'antico, nel passaggio che Dante fa dell'Acheronte; per il

secondo, che i peccator carnali[398]

quando giungon davanti alla ruina,

quivi le strida, il compianto e il lamento,

bestemmian quivi la virtù divina;

quanto al terzo, che Dante scende probabilmente per la prima rovina; e

prende via certamente per la seconda e per la terza; come è entrato

dalla porta senza serrame.

Sotto il velame: Saggio di un'interpretazione generale del poema sacro · 第 62 / 142 题