VII.

Di malizia? Perchè allora Dante non scinse la corda al primo ingresso

nel regno della malizia? perchè non ingannò con essa il Minotauro che

pare il simbolo della prima specie di malizia cioè della violenza?

Invero la lussuria che divien Soddoma, la prodigalità che diviene

scialacquo, l'avarizia che diviene usura, per non dir d'altro, sono

punite appunto nel primo dei tre cerchietti. Andava detto prima questo

trasformarsi dell'incontinenza in malizia.

Il fatto è che Dante ha espressa la sua dottrina, dove ella poteva

esprimersi più compitamente: dove ha messo il serpente tentatore che è a

capo della frode come Lucifero è in fondo. Egli non voleva solo dire che

l'incontinenza assoluta conduce a tale o tal altro peccato; ma che ella

inquina o disordina la ragione. Or la ragione è volontà e intelletto.

Bene: i dannati del primo cerchietto non peccarono con l'intelletto. La

frode sola è dell'uom proprio male.[300] I peccati di quei violenti

somigliano a quelli che può commettere anche una bestia; quelli dei

fraudolenti, no. Perchè quelli dei violenti sì? Sono rei di malizia; e

d'ogni malizia ingiuria è il fine. Può essere il fine in un atto di

bestia? Non può essere. Il fine è l'obbietto della volontà.[301] La

volontà non è nei bruti. Dunque nei loro atti non può essere il fine. E

tuttavia la volontà senz'intelletto, spinta ciecamente a un fin di male,

ha qualche cosa dello émpito d'una belva infuriata. Ora i violenti hanno

volontà poichè hanno un fine, ma non hanno intelletto, perchè il loro

non è proprio male dell'uomo. E dunque, se essi valgono a dimostrare che

l'incontinenza si muta facilmente in Soddoma e Caorsa e vai dicendo, non

valgono a dichiarare questa legge più generale: che alla sfrenatezza

dell'appetito tien dietro la depravazione dello spirito, cioè della

volontà e dell'intelletto. O non abbiamo veduto che, appunto nella

lonza, Dante assegnando come rimedio contro lei l'ora del tempo e la

dolce stagione, adombrava il passaggio dall'incontinenza di

concupiscibile a quella d'irascibile, e il trasmutarsi della lussuria in

tristizia? non vedeva egli, nella medesima lonza, come i primi peccatori

carnali, portati dalla tempesta e così leggeri al vento, così gli ultimi

tristi, che sono fitti nel fango? come gli stornelli e le colombe, così

le bòtte che gorgogliano? La medesima sintesi è lecito credere che egli

continuasse, e la continuasse con la medesima comprensione. Se si fosse

fermato al Minotauro, non avrebbe detto tutto: come allora giunse sino

ai tristi, così qui va sino a Gerione. Nè gli era necessario, anzi nè

utile, giungere sino a Lucifero. Gerione è il serpente infernale,

Lucifero è il principe dei diavoli; sono, in fondo, la stessa cosa. Ma

Lucifero è l'angelo in quanto, per superbia, alzò le ciglia contro il

suo fattore e diventò diavolo; e Gerione è il diavolo in quanto, mosso

da invidia, indusse al peccato i nostri primi parenti.

E così torniamo alla lupa, cui dipartì dall'inferno “invidia

prima„.[302] L'invidia trasformò il diavolo in serpente, e questo

serpente si chiama frode. L'invidia scatenò la lupa nel mondo: mi pare

sia naturale che anch'essa abbia nome frode. Ma no, ma no: si ripete.

Lupo è Pluto; lupa è l'avarizia nel purgatorio: la lupa dell'inferno

deve essere l'avarizia.

L'avarizia, dunque, che si purga nel purgatorio e si punisce

nell'inferno? O allora le altre due bestie che cosa sono? L'avarizia è

il più grave dei peccati d'incontinenza e dei peccati di soverchio amor

del bene; ma è più lieve sì del peccato d'incontinenza d'irascibile, che

si chiama tristizia o accidia, e sì dei peccati di malizia e di quelli

ch'errano per malo obbietto. Dunque per le due fiere, che sono meno

temibili e meno malvagie della lupa, non restano che i peccati

d'incontinenza più lievi dell'avarizia: la lussuria e la gola. Sia

lussuria la lonza; e molti ci hanno pensato, e, tutt'insieme, anche io

la credo lussuria, sebbene non lussuria sola: il leone sarà dunque la

gola? In vero ha fame, rabbiosa fame. Il peccato di Ciacco sarà dunque

rappresentato dalla fiera che ruggisce e spaventa l'aria? E Dante della

gola avrà avuto timore più che della lussuria? Eppure: se la lupa è

l'avarizia, corrispondente a quella del purgatorio e perciò a quella

dell'inferno, il leone non può essere che la gola. Ma il leone non può

essere la gola, e dunque la lupa non può essere l'avarizia. Non può

essere, ma è. Perchè Pluto si chiama lupo? Perchè si maledice, sotto il

nome di lupa, all'avarizia nel purgatorio?

È e non può essere. Prendiamo l'avarizia dell'inferno, che sarà peggiore

di quella del purgatorio. Ebbene, è un “mal tenere„. Vi pare che la lupa

con quella fame insaziabile, con quel suo venire incontro a poco a poco,

con quella gramezza che procaccia alle genti, con quella malvagità e

reità, e con quel suo tanto ammogliarsi, e con quel Veltro che la deve

far morire, non raffiguri se non il peccato d'un vecchietto che tenga

stretti i lacciuoli della borsa? E si noti che con gli avari sono puniti

i prodighi, e col mal tenere è il mal dare; e che quel mal dare non è

dissipazione e che quel mal tenere non è usura o peggio: che sono, l'uno

e l'altro, una dismisura nello spendio. Gli uni sono di _misera vita_,

che li fa un po' simili (come, del resto, i loro contrari) agl'ignavi

del vestibolo, sì che non possono essere conosciuti e nominati; gli

altri, non più che spenderecci e goderecci. E sarebbero gli uni e gli

altri adombrati nella lupa? No, no. La lupa non è un mal dare e mal

tenere. Eppure è l'avarizia.

O vediamo. Anche la lonza è una bestia leggera e presta molto, eppure

equivale alla femmina balba, guercia, zoppa, monca. Ella è, realmente,

la concupiscenza; virtualmente, la tristizia o accidia che dalla

concupiscenza deriva. Non potrebbe essere altrettanto della lupa? Non

potrebbe ella essere il primo e l'ultimo dei peccati di malizia, come la

lonza è il primo (specialmente il primo, la lussuria) e l'ultimo dei

peccati d'incontinenza? O; come la lonza è peccato di concupiscibile e

d'irascibile; non potrebbe essere la lupa peccato d'una e insieme

d'un'altra disposizione?

In verità sull'avarizia è dissidio tra i dottori. È peccato carnale o

spirituale? Chè[303] “ogni peccato consiste nell'appetito di alcun

mutevole bene, che s'appetisce inordinatamente, e per conseguenza in

quello, poichè s'ottiene, alcuno inordinatamente si diletta... Ora il

diletto è di due specie„: animale o spirituale, come riguardo alla lode

umana e simili, e corporale o carnale, per esempio il tatto. L'avarizia

non ha luogo tra i peccati carnali, perchè non è corporale il diletto

dell'avaro, come del lussurioso e del goloso; tuttavia si può numerare

tra i peccati carnali, per questo “che la cosa da cui l'avaro ha suo

diletto, è in qualche modo corporale„. Si può; ma da S. Gregorio non si

vuole. S. Tommaso ne esce ponendo l'avarizia[304] “per ragion

dell'obbietto, come qualche cosa di mezzo tra i peccati puramente

spirituali, che cercano diletto spirituale circa obbietti spirituali

(come la superbia, che è circa l'eccellenza), e i vizi puramente

carnali, che cercano un diletto puramente corporale circa un obbietto

corporale„.

Dante ha compreso l'avarizia tra i peccati corporali. Certo. Essa è di

quella disposizione che ha in cima la definizione “i peccator carnali,

che la ragion sommettono al talento„ e in fondo l'altra “color cui vinse

l'ira„. Ma con ciò, egli tra i carnali mette più sotto gli avari, li

detesta e vitupera più degli altri. Di metterli più sotto, aveva esempi;

abominarli così e dirli bruni a ogni conoscenza, egli volle per qualche

suo effetto. E l'effetto è questo, di mostrare che essi sono come

gl'_ignavi_ e gli _sciaurati_ di questo vizio, e che c'è, in questo

vizio, qualche cosa di peggio sì, ma di men _bruno_, di più degno di

come riprovazione così menzione.

Invero l'avarizia consiste nell'eccedere la misura con la quale si

devono tenere le esteriori ricchezze. In ciò Dante è d'accordo con S.

Tommaso.[305] O non pensò egli, col medesimo suo autore, che eccedendo,

cioè acquistando e conservando più del debito, l'uomo pecca direttamente

contro il prossimo, “perchè non può, rispetto alle esterne dovizie, uno

soprabbondare, se ad altro non difetta„? Anche mal tenendo, si può

peccare contro il prossimo. E allora il mal tenere non è più

d'incontinenza, ma di quell'altra disposizione, di cui ingiuria è il

fine: di malizia. E dunque l'avarizia, come è mezza, tra i peccati

carnali e gli spirituali, così è mezza tra i peccati d'incontinenza e

quelli di malizia. Il che è per me, da un pezzo, la stessa cosa.

E Dante poteva leggere pur nella Somma del buono frate Tommaso

quest'altra faccia: anzi per certo, credo, la lesse. Lesse che

l'avarizia è sì quella dismisura che abbiamo detto, e sì peggio;

un'altra dismisura circa l'acquisto e il tener le ricchezze,[306] “in

quanto alcuno acquista danaro oltre il dovere, sottraendo o ritenendo

l'altrui; e così si oppone alla giustizia„; vale a dire è malizia; “è in

questo modo è intesa l'avarizia in Ezechiele, 22, dove è detto: I

principi di lui nel mezzo di lui, come _lupi_ che rapiscon la _preda_ a

spargere sangue, e avaramente (cupidamente) seguire i guadagni„. Ecco la

lupa di Dante, ed è sì avarizia e sì è peccato d'incontinenza, perchè

ruba e depreda e uccide; e chi ruba e depreda e uccide è reo di malizia.

Ma, nel cerchio quarto del Purgatorio, il Poeta con le parole di

Ezechiele dice:[307]

Maledetta sie tu, antica lupa,

che più che tutte l'altre bestie _hai preda_...

Perciò, a non dilungarci ancor più, perciò Dante chiama lupa l'avarizia,

in quanto lupa può divenire, cioè depredatrice e rubatrice, tanto più

che, anche restando semplice mal tenere, pecca quasi contro il prossimo,

cioè fa quasi ingiuria, ed è perciò mezza incontinenza e mezza malizia.

E questo è il pensiero di Dante. Qual è il peccato per cui l'uomo

comincia a distogliersi appena appena dal suo corpo, e a desiderare e

fare il male altrui? L'avarizia, la quale essendo pure un'incontinenza e

una dismisura, non è senza mal del prossimo. Ma il male lo fa, dirò

così, senza intenzione; chè il mal tenere non è peccato di vera malizia.

Qual è il peccato in cui comincia ad avvertirsi una cupidità di cose

esterne alla propria carne? È avarizia; sebbene quelle cose esterne

possano considerarsi un che di corporale. Ora se il male del prossimo è

preso per fine? se questa cupidità si esercita su cose affatto esterne,

affatto spirituali, come, più o meno, “podere, grazia, onore e

fama„?[308] Ecco l'avarizia divenir malizia: ecco apparir la lupa carca

di tutte brame. Ma dunque la lupa è l'avarizia? E no; chè invece

s'avrebbe a chiamare, se si esercita sul podere e sulla grazia e sul

resto, s'avrebbe a chiamare invidia, come è definita nel Purgatorio. No,

no, non è avarizia. La lupa è la frode, perchè depreda e ruba; è detta

anche avarizia, perchè l'avarizia è l'embrione della frode, perchè

dall'avarizia si comincia, quasi involontariamente, a fare il mal del

prossimo...

Sotto il velame: Saggio di un'interpretazione generale del poema sacro · 第 50 / 142 题