La lonza dunque è la incontinenza sì di concupiscibile e sì
d'irascibile; è la concupiscenza col suo effetto di tristizia e di
desidia corporale e spirituale; e il leone è la violenza; e la lupa è la
frode. Sì, sembra. Eppure no. A Pluto, simbolo dell'avarizia, dice
Virgilio:[280] “Taci, maledetto lupo„.
Il lupo dunque in Dante raffigura l'avarizia o la cupidigia, non la
frode. E Dante nel cerchio dell'avarizia in Purgatorio, esclama:[281]
Maledetta sie tu, antica lupa,
che più che tutte l'altre bestie hai preda,
per la tua fame senza fine cupa!
O ciel, nel cui girar par che si creda
le condizion di quaggiù trasmutarsi,
quando verrà per cui questa disceda?
Codesta lupa che Dante maledice, come non è quella dell'inferno? Quella
sembrava carca di tutte brame, quella fece misere molte genti, quella
mai non empie la bramosa voglia; e l'altra ha preda più che tutte
l'altre bestie, e ha una fame senza fine cupa. Come non è la stessa? E
per quella è profetato e aspettato un veltro che la faccia morire e che
la rimetta nell'inferno; e per l'altra è invocato dal cielo uno per cui
ella si parta dal mondo:
Quando verrà per cui questa disceda?
È il medesimo voto, il medesimo veltro, la medesima lupa. Non c'è che
dire. E tuttavia è la frode. Chi ragiona, non può se non dire che ella è
sì l'avarizia e sì la frode.
Ma no: non si disse e non si dice. Il geniale spirito di Giacinto
Casella intuì che le tre fiere dovevano essere le tre disposizioni;[282]
ma abbagliato da quei due passi surriferiti, credè che non la lupa ma la
lonza fosse la frode. Nel che lo confermò sopra tutto quel gittar la
corda a Gerione, di che ho parlato. Il Casella dice: “Dante per ordine
del maestro si scioglie una corda che aveva cinta, e colla quale dice
che aveva sperato _Prender la Lonza alla pelle dipinta_; la porge a
Virgilio, e questi la getta giù nell'alto burrato. A quel cenno si vede
venir su una figura mostruosa, a cui il Poeta dà il nome di Gerione, e
apertamente lo dichiara _sozza imagine di Frode_. Ecco dunque un primo
fatto notabilissimo: quella corda con cui Dante sperò prender la lonza è
il mezzo del quale usa Virgilio a prender Gerione: dal che si argomenta
ragionevolmente affinità fra i due simboli, e che se Gerione è la frode,
la Lonza sarà la stessa cosa. Ma parmi che ciò divenga affatto evidente,
quando si badi alla rassomiglianza della pittura che fa di entrambi il
Poeta. Se la lonza ha la pelle _gaietta_ e _dipinta_, se è _leggiera e
presta molto_, Gerione dal canto suo ha _pelle benigna_, e tutto
_dipinto di nodi e di rotelle_, è così veloce, che compiuto appena
l'ufficio suo _si dilegua come da corda cocca_„. E poi spiega il
significato della corda, con cui “Dante sperò pigliar la lonza, e
Virgilio piglia Gerione„. Egli dice: “Dante alla maniera biblica dinota
col nome di corda ogni specie di virtù: onde parlando di Pietro
d'Aragona dice:
D'ogni valor portò cinta la corda.
E qui pure la corda è per certo una virtù, atta a vincere e
signoreggiare la Frode; è insomma, se non erro, quel buono accorgimento
col quale l'uomo d'intelletto non solo sa schermirsi dalle insidie dei
tristi, ma gli domina a suo talento, e gli fa servire, se bisogna, ai
suoi fini„.[283]
Due parole sulla “corda„. Mettiamo che il “capestro„ e la corda possano
anche interpretarsi in altro modo che continenza: ma sono anche
continenza. Non importa tanto di sapere il significato della corda,
quanto dell'atto di Virgilio. Fu quello un “nuovo cenno„.[284] Cenni in
Dante sono quelli di Caron; quasi richiami d'uccellatore.[285] E qui è
la stessa cosa. Virgilio seconda con gli occhi la corda che cade, e
dice: “Tosto verrà di sopra...„ A chiamar su Gerione serve la corda, non
a pigliarlo. Quando Gerione è venuto su, Virgilio patteggia con lui; la
corda non basta. Dice:
mentre che torni parlerò con questa,
che ne conceda i suoi omeri forti.
Le avrà detto, presso a poco, ciò che a Caron, ciò che a Minos, ciò che
a Pluto, ciò che ad altri: “Vuolsi così!„ Il difficile era di farla
venir su quella sozza imagine di froda! E a ciò servì la corda, che
appunto fu aggroppata e ravvolta, a formare un nodo come quelli che
Gerione aveva dipinti sul dosso e sul petto e su ambedue le coste. Era
un inganno all'ingannatore. Ma in che modo la corda poteva fare venir su
l'ingannatore? che cosa dovè questi credere, nel veder quella corda?
Con la lonza alla pelle dipinta, come credeva di potersene servire
Dante? La voleva prendere; ossia, legare, vincere, assoggettare. O che
altro? Per la lonza forse era un logoro? un richiamo? uno zimbello? Non
pare; è assurdo. La corda è un'arma; e servirsene come di zimbello
sarebbe quale il fatto dell'uccellatore che mettesse come richiami la
penera e la rete. Con la corda egli la voleva proprio vincere e
avvincere, credo. Or dunque gettar qui la corda essendo un inganno per
attirar su Gerione, significa spogliarsi dell'arma d'offesa, e mostrare
così di non poter nuocere. È un cennare a Gerione: Non ho più la corda:
vieni su, che sei sicuro. O meglio, trattandosi d'un de' passatori
dell'inferno: Vieni su, che c'è carico per te. Ora se Gerione e lonza
simboleggiano tutti e due la frode, quella corda, se aveva a prender la
frode, era una virtù ad essa contraria.
Non però “il buono accorgimento„ del Casella. Chè allora il cenno della
corda direbbe a Gerione: C'è quassù un malaccorto; vieni a prenderlo. E
ciò tornerebbe; ma nel dolce mondo, non nell'inferno. Nell'inferno
Gerione salirà su, se crederà di trovare un fraudolento, non un
semplice; uno pieno di accorgimenti e di segrete vie per offendere
altrui, non uno sfornito pur d'ogni prudenza per difendere sè. Dunque
non il buono accorgimento, ma quella virtù cui chi non abbia, è reo di
frode. E qual è questa virtù? È, credo, la carità; quella di cui appunto
Virgilio, nella bolgia quarta dei fraudolenti, dice:[286]
Qui vive la pietà quand'è ben morta;
la pietà che non è esclusa in altri cerchi e verso altri peccati e
peccatori. Bene: ora bisognerebbe provare che la corda ch'uno si cinga
ai lombi, può valere la carità. E non credo si possa provare.[287]
Codeste cinture devono aver un significato di stringere e frenare. Ma
pure ammettiamo che la Corda di Dante valga la carità o quella, qual si
voglia, virtù, senza la quale si sia fraudolenti. Che direbbe Dante, con
questo cennar di Virgilio? Direbbe, con molto apparato di gesti e di
parole, e dopo avere molto invitato il lettore ad attendere e pensare,
direbbe, che chi non ha la virtù contraria alla frode, è, o è per
essere, fraudolento. E può essere; ma vediamo se con altra
interpretazione sia il cenno per riuscire e più intelligibile e più
ingegnoso e profondo e vero.
Chi è Gerione? È la frode, ma figurata come gli uomini figuravano e si
figuravano il diavolo tentatore di Eva.[288] Ora si ripensi la dottrina
teologica intorno al primo peccato. In esso la mala volontà precedè la
concupiscenza, e questa seguì quella.[289] “Dunque„ domanda S. Agostino
a chi credeva che la concupiscenza fosse avanti il peccato nel paradiso
terrestre, “dunque nel paradiso, avanti il veleno del serpente pravo
consigliere, avanti il corrompimento della volontà mediante quel
sacrilego discorso, c'era già l'appetito del cibo non permesso?... La
mala volontà fu prima, per la quale si credesse al serpente ingannatore,
e dopo venne la mala concupiscenza, per la quale si appetisse il cibo
illecito„. Ma tuttavia, come egli soggiunge, riassumendo parole di S.
Ambrogio, “se l'anima correggendo la volontà avesse frenato codesto
appetito del corpo si sarebbe, proprio nel suo nascere, spenta l'origine
del peccato„. Ciò pensava anche Dante il quale, per non parlar d'altro,
dice che a tutto il mondo costa “il palato„ d'Eva, cioè la sua
concupiscenza.[290] Se, dunque, i primi parenti avessero frenata,
stretta, contenuta la concupiscenza, il diavolo avrebbe mentito, mal
consigliato, adulato, tentato di sedurre e di barattare e di scindere,
invano; si sarebbe invano coperto di pelle dipinta, invano si sarebbe
convertito in serpente.[291] Senza, dunque, quel dissolvimento, il
diavolo non avrebbe fatta sua preda. E fu un dissolvimento. Chè non era,
avanti il peccato, quella battaglia della carne contro lo spirito, della
legge del peccato contro la legge dello spirito, nella qual battaglia
vince chi trae prigioniero l'avversario;[292] non era, avanti quel
peccato, quella conseguente disobbedienza delle membra che fu il gastigo
della disobbedienza dei primi parenti e dei loro eredi;[293] quella
disobbedienza della carne che non era in loro, poichè la carne obbediva
alla mente, e disubbidì soltanto, la serva alla sua signora, quando
quest'ultima disubbidì a Dio.[294] La carne prima era serva, le membra
ubbidivano, la legge del peccato era prigioniera. Sono imagini comuni. E
la corda ai lombi, se altre cose può significare, questa sopra tutte
significa, l'obbedienza o il freno della carne e della concupiscenza, la
servitù di essa, la vittoria su essa. Or, nel cenno di Virgilio e nel
salir su, della sozza imagine di froda, non è esemplato questo primo
dramma umano? che il diavolo fece sua preda dell'uomo, perchè questi si
tolse quel freno, liberò quella schiava, mutò quell'obbedire della carne
e quel dominare della mente?
E il diavolo rappresenta il peccato. E Gerione è imagine di froda. E
froda è malizia di cui ingiuria è il fine. Ebbene, il suo salir su al
vedere gettata la corda, significherà che, in quel primo peccato, col
disubbidir della carne, ebbe luogo una colpa di questa malizia che ha
per fine l'ingiuria, una colpa d'ingiustizia. È ciò torna perfettamente.
Adamo “tra le delizie del paradiso non volle osservare giustizia„[295] e
perciò la sua carne divenne carne del peccato.
Dal suo peccato derivò in lui e ne' suoi figli quella lotta per la quale
la mente o la ragione cercò di riassoggettare e riprendere la carne
ribelle e fuggita dall'obbedienza e dalla servitù. Diceva S. Paolo:[296]
“Vedo un'altra legge nelle mie membra, che combatte contro la legge
della mia mente, e che mi fa prigione (_captivantem_) nella legge del
peccato che è nelle mie membra. Me infelice!...„. La carne combatte
contro lo spirito. Chi vincerà? Se l'uomo non riesce a frenar quella,
essa assoggetterà lo spirito che deve essere suo padrone. Dal peccato
della carne nascerà il peccato dello spirito; dalla corruzione carnale
la corruzione spirituale. E questo ha voluto dir Dante, io penso. Ed è
concetto esattissimo. La concupiscenza, viziata dal peccato dei primi
parenti, trasmette nella prole il peccato originale; ed è quella
_libido_ per la quale l'appetito sensitivo non si contiene sotto la
ragione: è l'incontinenza, insomma; e questa conduce a peggior
male.[297] Nè occorre, credo, portare autorità di testi. Pensiamo
soltanto che dentro Dite vi è una lussuria peggiore che si chiama
Soddoma, un'avarizia peggiore, che si chiama usura e simonia e
ladroneccio e falsità, e con tanti altri nomi; e una prodigalità
peggiore, che si chiama biscazzare e fondere la sua facoltà, e vai
dicendo e come vedremo meglio. Che è ciò? È l'incontinenza che diventa
malizia.
Or Dante, col gettito della corda, ha voluto esprimere questo vulgato
concetto: che gl'incontinenti si fanno facilmente rei di malizia. Mi
pare ineccepibile. Di lassù alcuno gitta la corda, cioè rinunzia a
contenere le passioni dell'animo irascibile e concupiscibile. Mostra non
di essere soltanto incontinente in questa o quella occasione; ma di non
volere essere più in alcuna. Sfrena e discioglie l'appetito per sempre.
E Gerione va su: come nel primo uomo, così in ogni uomo la corruzione
della carne porta alla corruzione dello spirito.[298] Nella carne è la
fame ed è il veleno.[299]
E dunque Dante dice che chi sfrena l'appetito, generalmente si rende reo
di peccati più gravi che di semplice incontinenza. Chi rinunzia a
prendere la lonza, e gitta perciò la corda, che contro lei serve, divien
reo, facilmente, di malizia.