L'antica strega è l'incontinenza potenzialmente ed effettualmente. Quale
incontinenza? Chè ella è di due specie: di concupiscibile e
d'irascibile. E bene Dante così la distingue nel Convivio e nella
Comedia.
Nel Convivio[264] dice: “Questo appetito, che irascibile e
concupiscibile si chiama, quanto ch'esso sia nobile, alla ragione
ubbidire conviene, la quale guida quello con freno e con isproni; come
buono cavaliere lo freno usa, quando elli caccia; e chiamasi quello
freno temperanza, la quale mostra lo termine infino al quale è da
cacciare; lo sprone usa, quando fugge per lo tornare al loco onde fuggir
vuole; e questo sprone si chiama fortezza, ovvero magnanimità, la qual
vertute mostra lo loco ove è da fermarsi e da pungere (meglio
_pungare_)„. Ed esempla l'uso del freno e dello sprone con lo eroe
dell'Eneide, il quale si partì da Didone; e questo è l'uso del freno; ed
entrò nell'inferno, e questo è l'uso dello sprone. Altrove,[265] della
fortezza dice che è “arme e freno a moderare l'audacia e la timidità
nostra nelle cose che sono corruzione della nostra vita„. E della
temperanza, ch'ella “è regola e freno della nostra golosità e della
nostra soperchievole astinenza nelle cose che conservano la nostra
vita„. Insomma egli, seguendo Aristotele, afferma come ogni virtù sia
“un abito elettivo consistente nel mezzo„. Nella Comedia non pare che
pensi di tutte le virtù a questo modo; chè, se così avesse pensato,
anche nel cerchio della lussuria e della gola avrebbe messo, oltre
quelli che trasmodano per il troppo, anche quelli che trasmodano per il
poco: “per la soperchievole astinenza„. Egli, nella Comedia, dà a
divedere che nella lussuria e nella gola l'astinenza non è mai
soperchievole. Se pure questa astinenza egli non vede che porti ad altre
reità, le quali siano punite altrove; poniamo, in quanto alla gola, nel
cerchio degli avari; in quanto alla lussuria, nel girone ove è Brunetto.
A ogni modo, l'astinenza per sè e in sè non condanna, se non
nell'avarizia e nel peccato della palude stigia. Nel quarto cerchio si
peccò, pare, intorno a liberalità[266] “la quale è moderatrice del
nostro dare e del nostro ricevere le cose temporali„. In verità vi è
punito il mal dare e il mal tenere; e l'ontoso metro dei dannati è:
Perchè tieni? e, Perchè burli?[267] Gli uni e gli altri non ebbero
freno; cioè temperanza: gli uni a tenere, gli altri a spendere. E così
conferma Stazio[268] il quale dice ch'egli comprese, da un verso
dell'Eneide, che l'appetito doveva essere _retto_, cioè governato e
frenato, tanto nello spendere, quanto nel tenere: non ci dovevano essere
nè pugni chiusi nè mani che aprano l'ali.
Ora se l'incontinenza è duplice, Dante la punì nell'inferno nelle sue
due specie? Sì: chiaramente. Egli definisce l'incontinenza d'irascibile,
quando nel Convivio parla della fortezza, dicendo ch'ella è “arme e
freno a moderare l'audacia e la timidità nostra„. L'audacia e la
timidità sono subbiettivamente nell'irascibile.[269] Ora s'intende
facilmente come nella palude stigia siano puniti quelli che non
moderarono la timidità loro. Già il timore è tristizia;[270] e i fitti
nel fango furono e sono tristi; e poi nel fango hanno a stare, come
porci in brago, certuni ch'or sono “lassù gran regi„.[271] E questi, per
tagliar corto, sono certamente tali che non ebbero la virtù più propria
dei re, la magnanimità, cioè la fortezza; ed ebbero invece “la viltate„
quale, ad esempio, quella[272] “di quel che guarda l'isola del foco„. La
loro incontinenza, dunque, è punita; perchè incontinenza è, secondo
Virgilio: incontinenza, dunque, d'irascibile. Nell'inferno, possiamo già
dirlo, si puniscono le due specie d'incontinenza.
E Dante espressamente lo dice. Egli, udita la lezione di Virgilio
intorno alla malizia, mostra di meravigliarsi[273], come, se ogni
malizia è punita entro il baratro, siano anche puniti
quei della palude pingue,
che mena il vento, che batte la pioggia
e che s'incontran con sì aspre lingue.
Osservisi questo novero. Se Dante voleva l'ordine inverso dei peccatori
come furono veduti da lui, avrebbe mentovato, dopo quelli della palude,
quelli che si sgridano, e poi quelli sotto la pioggia, e infine quelli
in balìa del vento; se voleva l'ordine diretto, avrebbe prima domandato
di questi ultimi, e via via degli altri; mentre così non pare abbia
tenuto alcun ordine. E invece si vede che il poeta divide in due specie
il genere incontinenza; e ricorda prima quella che vide ultima, e
seconda quella che vide prima, e questa suddivide nelle sue tre sotto
specie, secondo la loro serie: lussuria, gola, avarizia con prodigalità.
Ed egli invero definisce le due grandi specie. Primi, di tutti
gl'incontinenti, vede i lussuriosi. Egli intende che quelli sono[274]
i peccator carnali
che la ragion sommettono al talento.
Nel Convivio dice che l'appetito “alla ragione ubbidire conviene„. Il
talento che qui, invece di essere sommesso, sta sopra la ragione, è quel
medesimo appetito. Nella palude pingue Virgilio prima mostra a
Dante[275]
l'anime di color cui vinse l'ira.
Nel Convivio dice che l'appetito “che irascibile e concupiscibile si
chiama„ deve essere guidato dalla ragione, come cavallo. L'ira che qui
vince invece d'essere vinta, è quel medesimo appetito. Ed è chiaro che
le due definizioni si compiono a vicenda, secondo lo stile di Dante,
prestandosi l'una all'altra qualche cosa; tanto che intendiamo che i
peccatori carnali sommisero la ragione al talento concupiscibile, perchè
da lui vinta; e che in quelli altri il talento irascibile vinse la
ragione e la sommise. E così Dante con la virtù di quella simmetria, che
è tanta parte del suo stile, ha, definendo solo i primi della prima
specie e i primi della seconda, definito tutto ciò che è in mezzo a loro
e sotto loro.
Le due definizioni, monche e imperfette tutte e due di per sè, si
compiono a vicenda, ed hanno il suggello, per così dire, nella
conclusiva dichiarazione di Virgilio: che la disposizione che il ciel
non vuole, di quei quattro ordini di peccatori, è incontinenza. E questa
è la definizione Aristotelica, la quale non toglie che delle sottospecie
non si dia poi la denominazione, dirò così, teologica o cristiana. Ma si
dà come per incidente, a mezzo un discorso, senza parere: “a vizio di
_lussuria_„ “_lussuriosa_„ “per la dannosa colpa della _gola_„ “in cui
usa _avarizia_ il suo soperchio„ “portando dentro _accidioso_
fummo„.[276] E qui osserviamo che nei due cerchi, in cui sono punite le
due colpe contrarie, la denominazione cristiana della reità è unica:
avarizia, accidia. È un caso? Il fatto è che Stazio, prodigo, non dice o
non sa dire il proprio nome della sua colpa. Egli dice:[277]
or sappi ch'avarizia fu partita
troppo da me, e questa dismisura...
La colpa che rimbecca il peccato a cui è opposta, è bensì spiegata, ma
non denominata. Anzi dalle parole di Stazio noi possiamo figurarci che
le due colpe si chiamino, troppa avarizia o troppo poca avarizia. E così
per la palude stigia potremmo imaginare, troppa accidia o troppo poca
accidia. Già: l'accidia ha per segni l'esser fitti nel fango, il
gorgogliare con parole mozze, l'essere depressi e vinti dal timore. Il
troppo poco d'essa sarà il muoversi il vociferare rapido e forte,
l'agitarsi continuamente, l'essere presuntuosi e audaci. Or poichè
costoro non hanno commesso ingiuria, perchè non sono rei di malizia, di
cui ingiuria è il fine, e per ciò non sono entro Dite; ecco ch'essi ci
appaiono blateroni, spacconi, anfanoni. E quelli tristi, e questi
irascibili. E pure accidiosi; chè accidia è quella di questi fangosi,
come avarizia è quella di quelli altri immondi: accidia e avarizia, sì
quando usa in loro il suo soperchio, e sì quando è troppo partita da
loro.
Tornando alla femmina balba che è incontinenza e accidia, dirò dunque
più precisamente ch'ella è incontinenza d'irascibile, cioè accidia, che
diventa, diventando sirena, incontinenza di concupiscibile, cioè
lussuria e gola e avarizia; e poi da incontinenza di concupiscibile
ridiventa incontinenza d'irascibile, con non lungo avvicendare, finchè
imputridisce. E così, nelle figurazioni dell'inferno, la lonza è
incontinenza di concupiscibile, perchè ella è leggera e presta e di bel
colore; ma è ancora, potenzialmente, incontinenza d'irascibile, in
quanto contro lei è farmaco e cagione di sperare
l'ora del tempo e la dolce stagione.
Ora questo concetto dell'incontinenza di concupiscibile che termina a
incontinenza d'irascibile, non è un trovato di Dante. Egli significa e
dipinge e scolpisce, anzi fa viva e palpitante la conseguenza di quel
principio filosofico, che “le passioni dell'irascibile sì hanno
principio dalle passioni del concupiscibile, e sì in esse passioni del
concupiscibile hanno termine„.[278]
E se ne conclude che molto probabilmente la lonza Dantesca è la pantera
de' bestiarii,[279] la quale col dolce suo fiato assonna gli animali,
che la seguono sino alla morte. Mortale è quel sonno. E dicevano ancora
ch'ella di primavera, quando spunta il sole, si rintana. Sicchè contro
la fiera odorifera è rimedio convenevole, nel senso proprio (data la
zoologia dei tempi), “l'ora del tempo e la dolce stagione„, e, nel senso
filosofico, l'attività, significata nel camminare, e la contemplazione
delle cose di Dio; non senza aggiungere che un bel mattino sereno è
contrario all'ozio e al sonno.