IV.

La lonza non è in Cicerone, come nè l'incontinenza. A raffigurare

l'incontinenza, Dante cercò fiera meno fiera. E meno fiera delle altre

due è la lonza, sia ella il leopardo o la lince o la pantera. E più

speciosa, anche, poichè ella ha il pel maculato e la pelle gaietta o

dipinta.[254] Si può certo interpretare diversamente questa dipintura

della pelle; ma si può certo interpretare anche così: bella e graziosa

d'aspetto. E la lonza è leggiera e presta molto. Anche qui le

interpretazioni possibili sono tante; ma tra esse anche, per esempio,

questa: che ella non ha freno al suo corso, ossia che è incontinenza. Ma

un particolare intorno ad essa è tale da non ammettere se non una

spiegazione ragionevole. Eccola. Dante[255]

aveva una corda intorno cinta,

e con essa pensò alcuna volta

prender la lonza alla pelle dipinta.

Or questa corda è più probabilmente il cingolo della castità, o più

genericamente la continenza. E la continenza non è il contrario di

qualsivoglia vizio o peccato, ma di soli quelli che vengono da un

naturale émpito, da un soverchio amore del bene; di soli quelli che sono

proprii dell'appetito, il quale, come ha bisogno di sprone, così, e più,

ha bisogno di freno. E quella corda è quel freno.[256] E un altro

particolare intorno ad essa non è spiegabile se non in un modo: quello

della cagione che aveva Dante a bene sperare. Qual era? “L'ora del tempo

e la dolce stagione„. L'unica spiegazione ragionevole è quella che Dante

stesso ne dà. Invero egli fa cantare a certi fitti nel fango:[257]

Tristi fummo

nell'aer dolce che del sol s'allegra

. . . . . . . . . . . . . .

or ci attristiam nella belletta negra.

Per pena, cioè, di essere stati tristi nell'aer dolce, rallegrato dal

sole, ora ci attristiamo nella melma, in cui non è luce. La belletta è

opposto all'aere; il suo nigrore, al sole. Tristi non dovevano essere

nell'aere dolce e nel sole; questo e quello dovevano essere farmaco alla

loro tristizia. Ora questo farmaco non è quello stesso che valse, a

Dante? che gli diede speranza, e perciò impedì che egli già avanti la

lonza si attristasse, come fece poi avanti la lupa?[258] Invero la

cagione a bene sperare fu “l'ora del tempo„, e il tempo era dal

principio del mattino e il sole montava su: era il sole, dunque. E poi

era la dolce stagione, e la stagione era di primavera, e l'aere, che

faceva dolce la stagione, era, dunque, dolce. A quei fitti nel fango

l'aer dolce e il sole non valse; e furono tristi: a Dante sì, valse, e

non s'attristò e sperò bene. Or come si chiama la tristizia di quei

ranocchi gorgoglianti nel fango? Quei della palude pingue di che sono

rei? Quei della palude pingue, come quelli[259]

che porta il vento e che batte la pioggia

e che s'incontran con sì aspre lingue,

cioè i lussuriosi e golosi e avari con prodighi, sono appunto colpevoli

di quella incontinenza la quale

men Dio offende e men biasimo accatta,

che la malizia. Contro l'incontinenza avrebbe giovato l'aere e il sole a

quelli della palude; giovò, l'aere e il sole, a Dante contro la lonza.

Dunque la lonza è l'incontinenza.

Ma si può dire: come il peccato di quei fitti nel fango può essere

raffigurato in quella fiera così leggiera e presta? E a ogni modo, si

può aggiungere, quel peccato è sì d'incontinenza, ma non è

l'incontinenza. Anzi, si può domandare, che peccato è? Mettiamo

tristizia, mettiamo accidia. Come la tristizia può essere in quella

fiera snella? come l'accidia in quella fiera presta? Non ti si crede, si

può concludere.

Bene: l'incontinenza Dante la raffigura un'altra volta in forma d'ossa e

di polpe. Egli è nel monte; nella cornice dell'accidia. Ha domandato al

maestro, quale offensione si purga in quel giro. Il maestro gli ha

risposto prima un poco oscuro, poi ha dichiarato tutto il sistema del

purgatorio, conchiudendo: Qui l'accidia; sopra noi, per tre cerchi,

l'amore tripartito del bene non buono. Ora sente anime d'accidiosi dire,

con rimbrotti, esempi d'accidia: gli ebrei, che non giunsero al

Giordano; le donne troiane, che non vennero nel Lazio. Dicono e passano.

Dante pensa; e di pensiero in pensiero, chiude gli occhi, e il suo

pensamento divien sogno.

Egli pensava certo all'accidia; e sogna, che cosa? Innanzi all'alba,

egli dice,[260]

mi venne in sogno una femmina balba,

negli occhi guercia e sopra i pie' distorta,

con le man monche e di colore scialba.

Dante la mirava, e come il suo sguardo fosse raggio di sole a un

intorpidito dal freddo notturno, ecco che le scioglieva la lingua, ne

drizzava la persona, le colorava d'amore il volto. Ed ella si diede a

cantare; e cantava così dolcemente!

Io son, cantava, io son dolce Sirena

che i marinari in mezzo mar dismago.

Sotto il velame: Saggio di un'interpretazione generale del poema sacro · 第 46 / 142 题