via per la piaggia diserta
sì che il piè fermo sempre era il più basso.
Ed ecco una lonza: Essa è leggera e veloce, coperta di pelle macchiata o
gaietta. Faceva come il cane, che scacciato corre via e poi si rivolta
con insistente abbaiare al passeggero:
e non mi si partìa dinanzi al volto,
anzi impediva tanto il mio cammino...
Questo cammino era quello dell'animo, che fuggiva dal _passo_ della
selva e cacciava verso il colle; dell'animo che già discerneva,
dell'animo in cui era un poco quetata la viltà o paura. Ora se la paura
è lo stato dell'animo privo della prudenza, e perciò delle altre tre
virtù cardinali, ossia d'ogni virtù, è naturale che cessi al finir della
notte, s'ella era connessa con quella notte; ma non cessi del tutto; chè
se il cessar della notte significa il ritorno pieno della prudenza, il
riapparire della prudenza non significa il riapparire delle altre virtù;
sebbene ne dia indizio e speranza. Perciò la paura fu soltanto “un poco,
queta„, la paura[228]
che nel lago del cuor _gli_ era durata
la notte _che passò_ con tanta pietà.
Or l'animo che cacciava verso il colle, trovò un impedimento nella fiera
alla gaietta pelle. Ma era il principio del mattino e stagione di
primavera, sicchè Dante sperava bene, quando gli si presentò un leone
con la test'alta e con rabbiosa fame,
da spaventar l'aria; e poi una lupa magra e avida, che
molte genti fè già viver grame,
e spaventevole anch'essa quanto e più del leone. La vista del leone dà
paura; la paura che esce dalla vista della lupa fa subito perdere “la
speranza dell'altezza„. Sì che Dante avanti questa “bestia senza pace„,
piangendo e attristandosi, come chi impensatamente, dopo avere sperata
la vittoria, vede di perdere, arretra verso l'oscurità, rovina in basso
loco. Allora si mostra a lui Virgilio.
Questo dramma è interpretato nel racconto che fa Virgilio a Dante del
motivo e delle circostanze della sua venuta, nei rimproveri che Beatrice
fa a Dante e in qualche altro passo.