per trattar del ben ch'i' vi trovai,
dirò dell'altre cose, ch'io v'ho scorte.
Dove parla di queste altre cose? Quali sono queste altre cose? Osservo
che nella ripetizione, per così dire, della selva e della viltà e del
passo e della tenebra e del lume, quale è poi nell'inferno, dove il
passo dell'Acheronte è il passo della selva, assomigliata a un pelago e
a una fiumana; in tale ripetizione, Dante continua a passar la selva
anche dopo aver passato l'Acheronte. Dunque ciò che racconterà dopo il
passo, è ancora di quelle “altre cose„ che ha scorte nella selva.
Invero, per un esempio, dopo il passo della selva, egli posa un poco il
corpo lasso. Dopo il passo dell'Acheronte egli muove intorno “l'occhio
riposato„. O sia l'occhio o sia il corpo riposato, questo riposo,
dell'occhio o del corpo, risponde a quello del corpo lasso. Risponde
perfettamente, anche se si deve intendere, come intendo io, dell'occhio;
chè nella selva, allegoricamente parlando, egli soffrì per un falso
vedere, per un veder ciò che non era e non vedere ciò che era, per il
difetto del lume che vien dal sereno e che, se di là non viene, è
tenebra. Naturale è quindi ch'egli assommi nella stanchezza dell'occhio
la sua morale stanchezza di tale cui mancasse la prudenza che mostra le
sue vie al cuore. Dunque fu riposato dopo il passo della selva e dopo il
passo dell'Acheronte. E dopo quest'ultimo, era ancora nella selva cioè
nel limbo; e dunque ancor ciò che racconta dopo il passo della selva, è
di quelle cose che vide nella selva.